Nuove elezioni in Israele: divisioni di lungo periodo e incertezze contingenti

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La prossima tornata elettorale in Israele, la quinta in meno di quattro anni, lascia presagire un esito nuovamente non conclusivo per il Paese. Permangono, infatti, le incertezze dovute al precario scenario partitico e al comportamento degli elettori, che si aggiungono alle tendenze di voto di lungo periodo e alle differenze persistenti su molteplici livelli.

Foto: apertura della XXXIV sessione della Knesset – Kobi Gideon / Ufficio stampa del Governo israeliano

1° novembre 2022: una nuova chiamata alle urne 

Il 1° novembre gli elettori israeliani saranno chiamati a votare per l’elezione dei nuovi membri della Knesset, il Parlamento dello Stato di Israele. Ciò che stupisce è la frequenza con la quale ciò è avvenuto dal 2019, in quanto si tratta della quinta chiamata alle urne in meno di quattro anni.

Nel corso delle ultime elezioni, nonostante l’assenza di uno schieramento in grado di ottenere una maggioranza schiacciante sugli altri, il mancato successo di Netanyahu nel raggiungere una coalizione di maggioranza e il desiderio di rottura con la politica precedente avevano portato il Capo dello Stato Rivlin ad affidare il mandato di formare un governo a Yair Lapid, del partito centrista Yesh Atid (‘C’è futuro’). In seguito a negoziati di un mese, intervallati dagli scontri con Hamas e da un cessate il fuoco, Lapid e il leader di Yamina (centrodestra) Naftali Bennett erano riusciti a concludere un accordo di governo per guidare una coalizione di partiti ampia, ma frammentata ed eterogenea in quanto composta da fazioni appartenenti all’intero spettro partitico. L’intesa prevedeva altresì l’alternanza dei due leader nel ruolo di Primo Ministro. 

Nonostante la fiducia degli elettori e il superamento di sfide importanti (quali, ad esempio, l’approvazione del budget entro i termini previsti), le difficoltà interne alla coalizione hanno iniziato a farsi sentire dalla primavera di quest’anno, con il progressivo distacco di membri parlamentari che hanno contribuito ad assottigliare una maggioranza già risicata nella Knesset, pari a 61 seggi su 120. All’abbandono della coalizione da parte di una parlamentare di Yamina, ad aprile, si è aggiunta l’instabilità dovuta agli scontri sul Monte del Tempio (ossia la Spianata delle Moschee), che hanno indotto la Lista Araba Unita a bloccare temporaneamente le proprie attività all’interno dell’alleanza. Pur essendo stato concertato con Bennett, tale congelamento ha temporaneamente indebolito la coalizione e, a seguire, un’altra parlamentare (appartenente al partito di sinistra Meretz) ha deciso di distaccarsi dal voto sul rinnovo della legge dei territori della Cisgiordania, che permette agli abitanti di questa di essere considerati cittadini israeliani.

Data l’impossibilità di ricucire la coalizione, il primo giugno Bennett e Lapid hanno decretato la fine dell’accordo e il conseguente scioglimento della Knesset, insieme all’annuncio di nuove elezioni. Lo scenario postelettorale si profila tutt’altro che decisivo, similmente alle tornate di voto precedenti, ma le tendenze di lungo periodo si sommano a importanti fattori contingenti.

Il quadro interno: le fratture di lungo periodo

Un fattore chiave per comprendere l’attuale incertezza del panorama politico di Israele risiede nella personalizzazione della politica nel Paese, che procede fin dagli anni ’90 con il cambiamento del sistema di voto e l’affiancamento del nome del leader a quello del partito. Nel lungo periodo, ciò ha contribuito alla divisione degli schieramenti in ‘a favore’ e ‘contro’ Netanyahu, che per lungo tempo ha continuato la propria attività politica pur essendo accusato di corruzione e frode, in quanto le leggi israeliane gli permettevano di continuare l’attività di Primo Ministro.

A tale posizionamento si sommano, tuttavia, le durature e profonde differenze religiose, identitarie e culturali dei gruppi di elettori del Paese. Da una politica di accomodamento, di mediazione tra le parti sociali sul piano religioso, ideologico ed economico tramite coalizioni di ampia rappresentanza dello spettro partitico si è infatti passati a una cultura più divisiva e antagonistica. In questo contesto, vi è chi addirittura auspica una modifica del sistema elettorale, così da adeguarlo alle diversità interne allo Stato e alle necessità territoriali dei cittadini. 

Inoltre, appare sempre più difficile prevedere le scelte di voto degli elettori, a causa di un progressivo slittamento nelle priorità determinanti le decisioni di voto da parte dei cittadini. Nel lungo periodo, vi è stato uno spostamento dell’elettorato verso destra, accompagnato alla costante alta partecipazione della cittadinanza israeliana alle chiamate alle urne: la percentuale di voto più bassa è stata registrata nel corso delle elezioni post-Covid del 2021, comunque pari a più del 67% degli aventi diritto. In aggiunta, i sondaggi mostrano un’opinione pubblica attualmente più preoccupata per il caro vita e lo stato dell’economia, temi che incideranno sulle decisioni di voto sommandosi alle tradizionali questioni di pubblico interesse quali difesa e sicurezza. 

Incertezze di voto e nuove priorità

Sebbene si possa prevedere il mantenimento della tendenza all’alta affluenza per la tornata del 1° novembre, è tuttavia da considerare la correlazione di molteplici fattori che potrebbero influenzare il risultato elettorale. 

Con la scomparsa di Yamina, il partito di centro-destra di Bennett, vi è anzitutto una forte incertezza legata alla rappresentanza dei cittadini sionisti moderati, ortodossi sul piano religioso ma liberali sulle questioni economiche e di Stato, dunque sulle loro intenzioni di voto. Molti, infatti, non sono disposti a votare Likud in quanto disillusi da Netanyahu, ma al contempo non vogliono sprecare il proprio voto esprimendosi a favore del partito Spirito sionista di Abil Shaked, già membro di Yamina. Le alternative per questa fascia di elettori, tuttavia, risultano troppo estreme a destra (come il partito Sionismo Religioso) o a sinistra, quali il Blu e bianco di Benny Gantz. 

Un ulteriore fattore di difficile previsione, ma determinante per le elezioni del 1° novembre, sarà la partecipazione della comunità araba. La Lista Araba Unita ha partecipato al precedente governo, pur senza riscontrare l’unanime appoggio dei suoi sostenitori; tuttavia, è storicamente provato che i partiti arabi abbiano riscosso maggior successo quando in corsa congiuntamente. Di conseguenza, è probabile che il turnout degli elettori arabi influenzerà in modo importante il risultato del Likud, con maggiori o minori probabilità di un contenimento del partito di Netanyahu dovuta ai voti per le fazioni componenti la Lista.

Attualmente, i sondaggi danno il Likud e i suoi alleati in leggero vantaggio, ma senza certezza di ottenere la maggioranza dei seggi della Knesset. Se anche così fosse, resta da vedere se Netanyahu riuscirà ad avere l’appoggio per formare un governo o se i partiti della coalizione di opposizione avranno di nuovo l’opportunità (e le forze) di ritentare un accordo per estrometterlo dall’area di governo. 

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