Golfo di Aden e Stretto di Bab al-Mandab: i tesori yemeniti

10 mins read

A inizio ottobre, le parti coinvolte nella guerra in Yemen non hanno raggiunto un accordo per prolungare la tregua che durava da inizio aprile 2022. Nonostante diverse organizzazioni internazionali sostengano che i benefici del cessate il fuoco siano stati in realtà esagerati dai media, questo nuovo capitolo del conflitto potrebbe far ripiombare nel terrore milioni di civili innocenti.

Più di 375.000 morti, di cui circa il 60% per cause indirette come mancanza di acqua potabile, fame e malattia. Circa 23,4 milioni di yemeniti (il 73% della popolazione) sono diventati dipendenti dagli aiuti umanitari. 4,3 milioni gli sfollati, di cui circa il 40% in campi non ufficiali, in totale assenza dei servizi di base. 20 milioni (2 su 3) gli yemeniti che versano in condizioni di estrema povertà. Più di 10.000 i bambini uccisi o feriti. Questi sono alcuni dei numeri sulla guerra in Yemen, paese che si trova oggi nella peggior crisi umanitaria al mondo. La tregua raggiunta a inizio aprile rappresentava un grande segnale di speranza per gli yemeniti, ma gli ultimi passi indietro fanno pensare che la fine del conflitto sia ancora lontana. 

Il cessate il fuoco di aprile era stato negoziato tra gli Houthi, gruppo armato di fede sciita, e le forze vicine al governo guidato dal premier Maeen Abdulmalik Saeed. L’accordo è stato inizialmente siglato per 60 giorni e successivamente rinnovato per due volte. Questo era basato su tre punti: 1) la riapertura dell’aeroporto di Sanaa ai voli commerciali, 2) l’attracco delle navi di rifornimento ad Hodeidah, sul Mar Rosso e 3) la riapertura delle strade di Taiz e di altre province. È stato proprio quest’ultimo punto a far finire il cessate il fuoco, in quanto la milizia degli Houthi si è rifiutata di riaprire le strade da essa controllate, facendo tornare lo Yemen sotto le bombe.

Andando oltre alla cronaca degli ultimi giorni, una domanda sorge spontanea: perché? Perché lo Yemen è diventato – suo malgrado – il teatro di questa sanguinosa guerra? Perché una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita ha deciso di investire uomini e risorse in questo conflitto? In sostanza, da dove nasce l’instabilità dello Yemen? È impensabile racchiudere una situazione tanto complessa all’interno di una sola causa. Esistono motivazioni storiche, sociali, economiche e politiche che come sempre vanno a intrecciarsi fino a diventare così complesse da risultare ingestibili. Ed è lì che assistiamo a tragedie come quella in corso nel Sud della Penisola arabica. 

Ma partendo dalla posizione geografica di un territorio, si possono comprendere meglio le dinamiche che lo caratterizzano, e per lo Yemen, in questo periodo storico, una posizione privilegiata sul mondo rappresenta più una maledizione che un’opportunità. L’esperto politico e militare Robert Kaplan, nel suo libro “The revenge of geography”, sosteneva che questo fosse un paese instabile proprio per la sua peculiare posizione geografica.

Tale opinione sembra essere più che confermata da quanto sta accadendo negli ultimi anni. Il Sud della Penisola arabica, non a caso, è un luogo strategicamente molto importante a livello globale. Basti pensare che dal Golfo di Aden, che separa Yemen e Somalia, passa circa l’11% del petrolio marittimo mondiale, diretto al Canale di Suez o alle raffinerie regionali.

Forse ancora più importante del Golfo di Aden è lo Stretto di Bab al-Mandab. Lo stretto separa Yemen e Gibuti, Asia e Africa, Mar Rosso e Oceano Indiano, rendendolo uno dei luoghi più importanti e caldi al mondo. Questi 30 km di mare (con al centro l’isola di Perim), sono un’importante arteria in quanto collegano l’Europa all’Oceano Indiano e all’Africa Orientale. Averne il controllo significa avere una grossa influenza a livello economico e politico. L’Energy Information Administration stimava che nel 2016 – l’ultimo anno per il quale ha pubblicato i dati – 4,8 milioni di barili al giorno di greggio e di prodotti petroliferi fluissero attraverso lo stretto, di cui circa 2,8 milioni diretti a nord verso l’Europa e altri 2 milioni in direzione opposta.

Non stupisce quindi che molti attori regionali e globali siano interessati a questo territorio. Ad esempio l’Iran, che appoggia la milizia degli Houthi in modo analogo a quanto accade con altre milizie sciite presenti in Medio Oriente, si è concentrato molto sulla posizione strategica dello Yemen, prestando forte attenzione all’importanza marittima del paese, a causa della vasta percentuale del traffico marittimo globale che passa appunto attraverso lo stretto di Bab Al-Mandab e il Golfo di Aden.

Teheran ritiene inoltre che la presenza nello Yemen meridionale la possa aiutare ad esercitare un maggiore controllo sullo Stretto di Hormuz e prendere piede nel Mar Arabico, con l’obiettivo di aumentare il numero di leve a sua disposizione attraverso le quali poter minacciare di chiudere corsi d’acqua, causando potenzialmente il caos nei mercati energetici globali.

Proprio la campagna iraniana in Yemen, secondo l’esercito americano, avrebbe portato all’introduzione di armi anti-nave che metterebbero in pericolo il commercio globale e la libertà di commercio attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb. Dal momento in cui la libertà di navigazione all’interno e intorno alla penisola arabica è stata minacciata, gli strateghi statunitensi si sono sentiti in dovere di intervenire nel conflitto.

L’America non ha più molti interessi vitali in Medio Oriente, ma un interesse attorno al quale è stata costruita per decenni la politica statunitense in quest’area è stato l’accesso alle risorse di idrocarburi nel Golfo, o almeno garantire che tali risorse possano arrivare al mercato globale. La grande minaccia provocata dagli Houthi ha quindi spinto i vari governi americani succedutisi negli ultimi 7 anni a sovvenzionare in modo massiccio l’arrivo di armi in Arabia Saudita.

Secondo il SIPRI Arms Transfers Database, tra il 2015 e il 2021, gli USA hanno esportato armi in Arabia Saudita per un valore di più di 15,8 miliardi $. La seconda nazione ad aver esportato di più verso il regno arabo è stato il Regno Unito, che nello stesso periodo ha esportato appena 2,3 miliardi $.

Passando al punto di vista di Pechino, considerata la sua posizione privilegiata, non sorprende che lo Yemen sia al centro della Belt and Road Initiative (BRI) cinese, nota anche come “Nuova Via della Seta”. La posizione strategica delle isole yemenite e dei porti di Aden e Mocha metterebbe lo stato arabo in una posizione ideale per stabilire partnership e acquisire opportunità commerciali che ne garantiscano la vitalità economica. 

I responsabili politici cinesi hanno più volte sottolineato l’importanza di porre fine alle ostilità nel paese. Secondo gli osservatori, questo interesse sarebbe anche dovuto al fatto che in questo modo la Cina potrebbe espandere la propria potenza militare in Medio Oriente, già proiettata in avanti con la creazione della base navale a Gibuti. La cessazione definitiva delle ostilità darebbe anche importanti vantaggi economici alla Cina, che potrebbe attraversare indisturbata il Corno d’Africa verso l’Arabia Saudita con la propria BRI e consentirebbe a Pechino di partecipare attivamente al commercio di petrolio marittimo attraverso lo stretto dello Yemen.

Molti si augurano che questo conflitto possa finire velocemente, soprattutto chi questa guerra la vive quotidianamente da più di 7 anni come i civili yemeniti. L’importanza strategica del paese, però, non aiuterà a trovare una pace reale nel breve periodo. Se a ciò aggiungiamo le cause politiche internazionali e regionali che fanno da sfondo al conflitto, appare chiaro come serviranno sforzi diplomatici ben più importanti di quelli visti finora, per porre fine al conflitto.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY