CONFLITTO IN UCRAINA: IL GCC TRA WASHINGTON E MOSCA

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La situazione in Ucraina porta a riflettere su alcuni scenari che interessano i Paesi del Golfo: le pressioni del mercato energetico e i rapporti sempre più tesi tra Washington e Mosca.

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Gli interessi dei Paesi del Golfo

Pur non essendoci alcuna minaccia diretta alla stabilità della regione, ci sono numerosi impatti secondari che hanno il potenziale per essere consequenziali agli interessi dei Paesi del Golfo. Si parla di possibili sconvolgimenti economici date le pressioni poste dal mercato energetico, con ricadute sui programmi di diversificazione economica avviati dai sei Paesi, e i rapporti sempre più tesi tra Washington e Mosca che, inevitabilmente, porteranno a dover “scegliere” tra i due alleati.

Le posizioni dei leader sul conflitto sono attualmente divise e alcuni si rifiutano di condannare l’invasione. Tuttavia, questo potrebbe diventare sempre più difficile se la guerra si trascina insieme a un peggioramento delle tensioni Russia-Occidente. La storia è sicuramente un fattore importante nell’influenza della scelta: la vista delle forze russe che si ammassano al confine con l’Ucraina e le minacce di Putin ricordano il comportamento di Saddam Hussein nei mesi precedenti l’invasione irachena del Kuwait nell’agosto 1990.

Quest’esperienza diretta ha portato a una dichiarazione da parte del Ministero degli Affari Esteri del Kuwait, tra le risposte più forti del Golfo, chiedendo il rispetto della sovranità dell’Ucraina e rifiutando categoricamente l’uso, la minaccia all’uso o l’esibizione della forza nella risoluzione delle controversie internazionali.

Il Kuwait, insieme al Qatar, si sono schierati sin da subito dalla parte degli Stati occidentali sul conflitto in Ucraina, condannando l’invasione, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di soddisfare le aspettative occidentali di adottare una posizione anti-russa. Nel frattempo, Bahrain e Oman hanno finora preso le distanze dalla guerra.

Uno scenario di opportunità

La crisi ucraina presenta potrebbe essere un’occasione per aumentare il prestigio dei singoli Stati e dell’organizzazione sub-regionale, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), sullo scenario internazionale. A livello economico, l’aumento di domanda di petrolio a partire dalla fine di febbraio 2022 è stato causato dalle sanzioni occidentali alla Russia e dalla necessità di sostituire le forniture russe in Europa e in Asia.

Il rialzo dei prezzi petroliferi, in generale, è sicuramente positivo per i Paesi del Golfo, poiché permette alle economie di riprendersi dopo la violenta crisi causata dalla pandemia. I produttori di petrolio e gas del GCC avranno un ruolo importante da svolgere, rifornendo i Paesi che cercano di ridurre la loro dipendenza dalle importazioni russe. Tuttavia, l’estremo aumento dei prezzi di petrolio, superando i 130$/barile nel marzo 2022, è pur sempre un pericolo per la stabilità del mercato nel lungo termine.

L’Arabia Saudita potrebbe trarre vantaggio da questa situazione, con la possibilità di porsi come ipotetico mediatore del conflitto per migliorare l’immagine del Regno sulla scena internazionale, in seguito alle forti critiche al principe ereditario saudita per l’intervento del suo Paese in Yemen e l’omicidio nel 2018 del giornalista saudita Gamāl ʾAḥmad Ḵāšuqğī. Allo stesso tempo, i prezzi elevati del petrolio dalla fine di febbraio hanno dato a Riyadh un reddito economico aggiuntivo, in quanto rappresenta il più grande esportatore di petrolio greggio al mondo, con una capacità di produrre 12 milioni di barili al giorno. 

Il Qatar è un altro Paese che potrebbe beneficiare della crisi, soprattutto a lungo termine, in quanto potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nella diversificazione delle importazioni europee di gas dalla Russia. Inoltre, la centralità dei Paesi del GCC è dimostrata dal fatto che l’emiro Tamīm bin Ḥamad Al-Ṯānī è stato uno dei primi leader stranieri a parlare con il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj nelle ore successive all’invasione russa nel 24 febbraio.

Durante la telefonata, l’emiro ha chiesto di fare affidamento sul dialogo e la diplomazia per risolvere la questione e prevenire un’ulteriore escalation. Inoltre, all’inizio del 2022, il presidente Biden aveva ospitato alla Casa Bianca l’emiro del Qatar, chiedendo a Doha forniture di gas di emergenza all’Europa nel caso in cui la Russia avesse tagliato le esportazioni di gas nel continente. Doha non ha fatto promesse certe, ma, dopo vari mesi dall’invasione, è chiaro che nel breve termine sarebbe improbabile che il Qatar riesca a compensare, da solo, il calo sistemico delle forniture di gas dovuto alla guerra. 

Nonostante ciò, la crisi ucraina potrebbe avvantaggiare i piani di espansione del gas del Qatar nel lungo periodo. Attualmente, infatti, il Qatar punta a diventare il più grande esportatore di gas naturale liquefatto. Ciò rafforzerebbe i legami di Doha con gli Stati Uniti, i quali il 31 gennaio 2021 hanno designato il Qatar come “maggiore alleato non NATO”.

Le sfide per i Paesi del GCC:

In questo panorama di opportunità per il Golfo, non bisogna dimenticare che vi sono anche diverse sfide. Mosca sta cercando di non perdere posizioni nel mercato, puntando ad indirizzare i suoi flussi di esportazione verso l’Asia, il tradizionale mercato di consumo dei Paesi del GCC. Inoltre, tra gli esperti ci si interroga sulla capacità dei Paesi del Golfo di saper gestire questo nuovo boom petrolifero. In passato, hanno raddoppiato la loro retorica per diversificare le fonti di reddito durante i ribassi, ma spesso non si sono dimostrati all’altezza di tali ambizioni.

Gli analisti affermano che gli esportatori di petrolio del Golfo sono consapevoli che gran parte della domanda è circostanziale, guidata dalle interruzioni del mercato dopo l’attacco russo dell’Ucraina e che, inevitabilmente, diminuirà. Così, mentre raccolgono i loro profitti, gli Stati del Golfo continueranno una rigida politica fiscale con un’attenzione particolare alla diversificazione economica. “They are using the current oil price to fuel these projects and diversification plans, which are going to help them when the price drops.” Il GCC ora si pone l’obiettivo di rafforzare le economie contro futuri cali del prezzo del greggio e ridurre la dipendenza dalle entrate petrolifere. 

Oltre alla questione energetica, gli Stati del Golfo sono più cauti riguardo al loro coinvolgimento nell’affrontare i conflitti, in particolare dopo il loro sostegno all’invasione americana dell’Iraq nel 2003, che ha consentito il posizionamento di basi dell’esercito americano e l’uso del loro spazio aereo, sollevando le opposizioni nelle fazioni più conservatrici del Regno saudita. Oggi, invece, gli Stati del Golfo si assicurano che il loro rapporto con le superpotenze sia equilibrato in particolar modo alla luce di un panorama così instabile nell’arena internazionale. 

Le monarchie del Golfo sono tradizionalmente alleate degli Stati Uniti e fanno affidamento in modo significativo sulla protezione di Washington. Negli ultimi anni, tuttavia, Mosca ha rafforzato i suoi legami con alcuni Stati del GCC. I legami del Cremlino con l’Arabia Saudita e altri membri del GCC si sono ampliati costantemente in seguito al lancio dell’accordo di produzione petrolifera dell’OPEC Plus nel 2016 (OPEC+) e alla storica prima visita del Re saudita a Mosca nell’ottobre 2017.

Negli ultimi anni, dunque, c’è stato un maggiore avvicinamento a Mosca, conseguenza dell’amministrazione Biden più lontana dal Golfo e alla sua volontà di disimpegnarsi dalla regione. Emblematico in questo senso, è il recente episodio che vede il principe ereditario dell’Arabia Saudita (MBS) e degli Emirati, Muḥammad bin Zayed Al-Nihyān che rispondono alle chiamate del Presidente russo Vladimir Putin mentre evitano le comunicazioni con l’amministrazione americana, la quale all’inizio del conflitto stava lavorando per creare sostegno internazionale per l’Ucraina e contenere un aumento dei prezzi del petrolio. 

Secondo le notizie più recenti, dopo un incontro tra i membri OPEC+ avvenuto il 5 Ottobre 2022, l’organizzazione ha deciso di tagliare la produzione di petrolio, riducendola di 2 milioni di barili al giorno nel tentativo di spingere i prezzi del petrolio a un ulteriore rialzo. Gli Stati Uniti hanno preso questa decisione come un affronto da parte dei sauditi. Ma soprattutto, con le elezioni americane di metà mandato dietro l’angolo, Biden ha interpretato questa mossa come una strategia politica per perdere consensi popolari a causa dei conseguenti rialzi dei prezzi del gas.

Dall’altro lato, l’Arabia Saudita continua a sostenere che si tratti di una mossa puramente economica con lo scopo di stabilizzare il mercato energetico globale e presa con il consenso unanime dei membri dell’organizzazione. Sappiamo che l’OPEC+ è dominata principalmente dall’Arabia Saudita e dalla Russia, per questo, come ha annunciato un funzionario saudita al Wall Street Journal: “Saudi Arabia does not see any need to take an action and jeopardize this alliance.”

Conclusioni

Quanto appena illustrato, anche se a prima vista sembrerebbe uno schieramento diretto con la Russia, nella realtà rappresenta la volontà di non schierarsi apertamente in un conflitto che non coinvolge direttamente i Paesi del Golfo, continuando a svolgere i propri interessi economici e politici in maniera “indipendente” dal conflitto. Tuttavia, gli osservatori sembrano concordare sul fatto che la crisi ucraina complichi qualsiasi posizione neutrale che gli Stati vorrebbero adottare nei confronti delle ostilità. Un esempio di ciò è la decisione iniziale degli Emirati Arabi Uniti di astenersi dal condannare l’invasione della Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

Ci sono, tuttavia, diverse linee di tendenza che potrebbero diventare più difficili da riconciliare per i governi del Golfo se la guerra continua più a lungo e se le rivalità strategiche tra grandi potenze diventano sempre più polarizzate. Molti dei fondi sovrani con sede nel Golfo hanno un’esposizione significativa agli investimenti in Russia, spesso in collaborazione con il Fondo di investimento diretto russo, e hanno già subito cali significativi del loro valore poiché la Russia è stata presa di mira dalle sanzioni economiche occidentali. 

Dunque, fino alla fine della crisi, e finché i legami tra Washington e Mosca rimarranno tesi, è probabile che gli Stati del GCC rimarranno sotto pressione e saranno, prima o poi, obbligati a schierarsi apertamente. Naturalmente, i sei Paesi preferirebbero mantenere una posizione neutrale, poiché hanno interessi strategici con entrambi gli Stati: da un lato, la difesa (Washington), dall’altro, il mercato energetico (Russia). Se saranno in grado di farlo, tuttavia, è un’altra storia.

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