Il dialogo segreto tra americani e russi all’ombra dell’Apocalisse nucleare

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L’Ucraina non rientra tra gli interessi strategici vitali dell’America. Eppure, il suo valore geopolitico è estremamente elevato perché qualora la Russia riuscisse a conquistarla interamente complicherebbe sensibilmente la difesa del continente europeo e richiederebbe agli americani di distogliere risorse strategiche dal contenimento della Cina nel teatro primario dell’Indo-Pacifico. 

Fonte: Princeton University

Per conciliare il disequilibrio tra strategia e tattica in Ucraina gli Usa hanno legittimamente intrapreso l’ennesima guerra per procura[1] contro la Russia. Come ai tempi della disastrosa guerra in Afghanistan (1979-89)[2], che contribuì non poco alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, Washington sta armando agenti di prossimità per aumentare le probabilità di impantanamento strategico dello storico rivale. Del resto, da quando esiste la deterrenza nucleare la guerra per procura è divenuta “l’assicurazione più economica del mondo”, come la definì il presidente americano Dwight D. Eisenhower nel 1955, in quanto forma meno rischiosa e meno devastante della guerra diretta tra grandi potenze.

Il dramma è che oggi russi e americani si capiscono meno rispetto ai tempi della Guerra Fredda, quando nella reciproca demonizzazione esistevano nel teatro geostrategico primario, quello europeo, chiare sfere d’influenza, intangibili da entrambe le parti (si pensi all’immobilismo americano di fronte alle repressioni sovietiche delle “primavere” di Budapest e Praga del 1956 e del 1968), con le pericolose eccezioni delle crisi di Berlino (1958-61) e Cuba (1962), culminate rispettivamente con la costruzione sovietica del Muro e con il ritiro dei missili balistici a raggio intermedio sovietici dall’isola caraibica in cambio della medesima mossa americana in Turchia. Contemporaneamente, le due superpotenze si guerreggiavano per procura dall’Africa alle periferie dell’Eurasia, in Medio Oriente, Asia meridionale e sud-est asiatico, accettando pareggi (guerra di Corea) o umilianti sconfitte (Vietnam, Afghanistan) pur di non scatenare una catastrofe nucleare.

La fine dell’ordine bipolare. la proliferazione nucleare perseguita dalle grandi, medie e piccole potenze e il revisionismo geopolitico di antichi imperi (Russia, Cina, Iran) hanno intaccato la solidità assoluta del deterrente nucleare.   

L’opzione nucleare russa

Nel particolare contesto della guerra in Ucraina, agli elementi strutturali appena citati, si aggiungono altri fattori oggettivamente destabilizzanti come la pressione interna alla Russia per una intensificazione del conflitto, aggravata dalla debolezza dimostrata dall’esercito sul piano convenzionale. Gli intransigenti, come il vice capo del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev e il leader ceceno Ramzan Kadyrov, chiedono al Cremlino e allo Stato Maggiore di perseguire il “completo smantellamento del regime politico ucraino” (leggi prendere tutta l’Ucraina fino a Kiev), battendo sulla tattica terroristica aerea (attacchi missilistici e con droni contro aree residenziali e infrastrutture energetiche e idriche) adottata per spezzare la resistenza della popolazione civile condannandola al freddo e al buio alle porte dell’inverno e indurre il governo ucraino alla resa – le ultime ondate di attacchi hanno colpito il 30% della capacità produttiva energetica ucraina.

In ogni fase della guerra in cui la Russia subisce sconfitte o arretramenti militari sul campo si assiste al rilancio politico da parte di Putin che tenta di coprire le difficoltà sul fronte ora con la retorica nucleare, ora armando l’energia tagliando le forniture all’Europa o sabotando i suoi stessi gasdotti, ora aumentando la potenza distruttiva dei bombardamenti, ora annettendosi formalmente territori neppure interamente controllati sul piano militare.

Per comunicare agli ucraini e soprattutto all’Occidente di essere pronto a tutto pur di vincere la guerra, Putin sta adottando la c.d. “teoria del pazzo” escogitata dal presidente Usa Richard Nixon per rendere credibili le minacce volte a coercere i nordvietnamiti affinché fermassero le operazioni militari e chiedessero la pace a Washington: “Voglio che credano che ho raggiunto il punto in cui potrei fare qualsiasi cosa per fermare la guerra. Passeremo loro la parola che, per l’amor di Dio, sai che Nixon è ossessionato dal comunismo. Non possiamo trattenerlo quando è arrabbiato – e ha la mano sul pulsante nucleare – e lo stesso Ho Chi Minh sarà a Parigi tra due giorni a chiedere la pace”. 

Certamente la Russia dispone ancora di opzioni sub-nucleari in termini di manodopera e potenza militare convenzionale distruttiva, ma se arrivasse al punto di prosciugare soldati e arsenali missilistici e di rischiare una catastrofica sconfitta militare con conseguente destabilizzazione geopolitica interna dell’impero allora aumenterebbe l’incentivo per l’uso dell’arma nucleare per salvare il salvabile (il potere dell’attuale élite e l’unità della Federazione), nella speranza che un proiettile d’acciaio strappi dalle fauci della sconfitta una vittoria per abbandono dell’Ucraina da parte di un Occidente sotto shock. La dottrina nucleare russa prevede esplicitamente l’uso di armi nucleari tattiche per ribaltare una sconfitta in un conflitto convenzionale contro un membro della Nato al fine di costringere gli Stati Uniti e i suoi alleati a ritirarsi (la c.d. escalation to de-escalation). 

Nella scala dell’escalation la parte che agisce per prima fissa tempi e luoghi della competizione e costringe l’avversario a scegliere se intensificare o meno la dinamica dell’escalation. Secondo la teoria elaborata da Herman Kahn, in questa scala gli attori non si muovono necessariamente in modo sequenziale, sicché attacchi nucleari limitati (tattici) potrebbero portare ad una riduzione dell’escalation costringendo la controparte a rivedere strategie o tattiche. 

Tuttavia, l’uso di un’arma nucleare tattica potrebbe non avere l’efficacia militare desiderata dai falchi a Mosca perché le truppe ucraine sono organizzate in piccoli contingenti fortemente motivati, altamente mobili e dispersi su linee di difesa non concentrate, circostanza che riduce l’utilità della Bomba per eliminare in blocco interi battaglioni di soldati. 

Quanto alla sciabola nucleare strategica agitata da Putin e accoliti, in regime di second strike l’efficacia di un primo colpo dipende interamente dall’effetto sorpresa, misurabile nei termini di pochi minuti. Minacciare la controparte di usare armi nucleari strategiche elimina il principale requisito del first strike perché fa scattare in modalità allarme il sistema di rilevamento, comando e controllo nucleare nemico.

L’uso del nucleare avrebbe inoltre conseguenze geopolitiche negative nel rapporto tra Mosca e grandi potenze come Cina, India e Turchia che hanno cercato di mantenersi non allineate. La rottura del tabù nucleare e la conseguente destabilizzazione che essa genererebbe a livello globale provocherebbe un contraccolpo reputazionale che farebbe della Russia un paria a livello mondiale, una Corea del Nord estesa su undici fusi orari.

La risposta americana all’uso russo del nucleare tattico non sarebbe dello stesso tenore. Ma sarebbe comunque devastante per Mosca. Consisterebbe in attacchi convenzionali e cibernetici da parte della Nato[3] che colpirebbero basi militari e infrastrutture strategiche russe (siti di lancio, centro di comando e controllo) o devasterebbero la Flotta russa del Mar Nero.

La Russia percepirebbe tutto ciò come una dichiarazione di guerra e si aprirebbe lo scenario che l’amministrazione Biden ha sinora faticosamente scongiurato: una guerra diretta Nato-Russia. Mosca potrebbe attaccare i territori Nato (ad es. i paesi baltici) e bersagliare in profondità le linee di rifornimento belliche verso l’Ucraina attraverso Polonia e Romania. E se un missile da crociera ipersonico russo a capacità duale si dirigesse verso il territorio di un membro Nato, come distinguere la testata (convenzionale o nucleare) che trasporta? L’escalation potrebbe divenire incontrollata e scivolare pericolosamente nel regno nucleare strategico, verso il giorno dell’Apocalisse. 

Exit strategy

Sul piano militare la Russia ha già perso questa guerra. Ma può ancora vincerla su quello politico. Mentre la mobilitazione dei riservisti non sarà sufficiente a compensare la superiorità tecnologica, dottrinale ed operativa dell’esercito ucraino e la tattica della “terra bruciata” difficilmente spezzerà il morale della popolazione ucraina, l’unica opzione in mano ai russi per bloccare la controffensiva di Kiev è politica e consiste nell’attendere i frutti politici e sociali dell’inflazione aggravata dalla coercizione energetica contro l’Europa e nell’incunearsi tra Washington e Kiev, ponendo entrambe dinanzi al fatto compiuto delle annessioni territoriali protette dallo scudo della sciabola nucleare, unica via possibile per congelare le conquiste sinora ottenute e per strappare una “vittoria” agli occhi dell’opinione pubblica russa. Il Cremlino pensa che la paura dell’Olocausto nucleare indurrà l’amministrazione Biden a spingere il governo Zelens’kyj ad accettare un negoziato al quale Mosca presenzierebbe da una posizione di forza grazie all’imposizione di nuove realtà territoriali.

La retorica nucleare putiniana ha finalità politica coercitiva, non militare, e ha prodotto un primo risultato tangibile. Gli apparati militari e di intelligence di Usa e Russia sono tornati a parlarsi attraverso back channels. Non solamente per prevenire errori di calcolo o incidenti ma per sondare la possibilità di intavolare i presupposti di una soluzione diplomatica nel medio termine. 

Un negoziato tra americani e russi sarebbe lungo e irto di ostacoli. L’incomunicabilità ai massimi livelli politici resta di per sé un fattore destabilizzante e il leader russo pare convinto che Washington stia puntando alla sua caduta attraverso la sconfitta militare in Ucraina.

Ciò nonostante la prudenza che ha caratterizzato l’intera condotta dell’amministrazione Biden che, temendo una escalation del conflitto per procura in guerra diretta Nato-Russia, ha dosato le consegne di sistemi d’arma al minimo indispensabile per consentire agli ucraini di difendersi e contrattaccare, non ha assecondato alcuna delle richieste più oltranziste provenienti da Kiev – dalla no-fly-zone alla consegna di cacciabombardieri e missili a lungo raggio Atacms – e si è indirettamente dissociata (attraverso le rivelazioni dei grandi media nazionali) dalle azioni più provocatorie compiute dagli ucraini, invitandoli a non effettuare attacchi e operazioni coperte nel territorio della Federazione Russa.

Mentre continueranno a sostenere la liberazione manu militari dell’Ucraina meridionale per rafforzare la propria mano negoziale, nei prossimi mesi gli Usa proveranno a strappare un compromesso che offra una via d’uscita a Putin, fermi la guerra e ripristini lo status quo territoriale antecedente all’invasione del 24 febbraio.

Su pressione americana la posizione del governo Zelens’kyj potrebbe rivelarsi più accomodante di quanto si possa pensare sull’accettazione del controllo russo della Crimea e del riconoscimento di un’ampia autonomia politica per un Donbas sotto sovranità. Kiev non potrà invece mai accettare di perdere le oblast’ di Kherson e Zaporižžja e la superpotenza non può consentire a Putin di guadagnare territori con l’uso della forza convenzionale sostenuta dall’intimidazione nucleare.

Se Putin rifiutasse questa soluzione in America prenderebbero il sopravvento le posizioni dei falchi neocon sulla sconfitta militare totale della Russia in Ucraina. Sarebbe la fine di Putin e di ciò che resta dell’impero russo.


[1] Si ha una guerra per procura quando uno stato sponsor sostiene un proxy “da, con e attraverso ” i suoi sforzi e senza impiegare direttamente le proprie forze nel conflitto per raggiungere i propri obiettivi o i propri interessi, i quali possono anche non convergere totalmente con quelli del delegato,

[2] Negli anni ‘80 sotto le amministrazioni Carter e Reagan la Cia, con l’aiuto di britannici, sauditi e pakistani consegnò armi e fornì addestramento clandestino per supportare la “guerra santa” dei mujaheddin contro l’invasore sovietico.

[3] In risposta all’uso putiniano della sciabola nucleare, la Nato ha avviato le esercitazioni “Steadfast Noon” che coinvolgeranno 14 paesi membri e dozzine di aerei da guerra, inclusi caccia di quarta e quinta generazione e i bombardieri strategici statunitensi B-52, impegnati nei cieli del Belgio (paese ospitante), del Regno Unito e del Mare del Nord a manifestare le capacità di deterrenza nucleare dell’Alleanza.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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