La politica estera della nuova Pink Tide latino-americana 

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Quella che gli studiosi avevano definito Pink Tide (marea rosa), ossia un susseguirsi di governi di sinistra in America Latina nei primi anni 2000, sembra aver ripreso quota in questi ultimi anni. L’America Latina si è sempre caratterizzata per politiche estere imperniate sull’esecutivo, esposte quindi al cambio di partito di governo. L’avvento dei nuovi leader progressisti potrebbe di nuovo spostare l’asse strategico di una buona parte degli Stati, e incidere sul futuro della regione.

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Le fasi della Pink Tide

L’America Latina è un continente che si è affacciato alla democrazia in tempi recenti, dominata in larga parte del Novecento da caudillos. Al centro della Guerra Fredda tra il blocco Sovietico e l’Occidente a guida USA, probabilmente rappresenta l’area dove si è concentrato il maggior sforzo interventista americano, per contiguità geografica e per la lotta internazionale al traffico di droga. Questo clima ha ritardato lo sviluppo effettivo di un’alternanza democratica tra coalizioni politiche che, nonostante le differenze ideologiche, hanno poggiato la propria azione politica sull’aderenza al pluralismo democratico e al costituzionalismo. 

Con le elezioni di Castillo in Perù, Boric in Cile, Fernandez in Argentina, Petro in Colombia ed il ritorno del Movimento per il Socialismo di Evo Morales in Bolivia, gran parte dell’America Latina è ora tornata ad avere governi di ispirazione progressista. Questo scossone della politica interna latino-americana ha messo subito in guardia gli Stati Uniti, che nella regione hanno da tempo perso il potere e l’influenza che avevano nel secolo scorso. Rispettoai predecessori, i nuovi leader della sinistra latino-americana avranno vita difficile a mantenere consenso e stabilità interna. Ci sono dei punti di contatto tra questa ondata e quella dei primi anni 2000, ma non mancano comunque le divergenze: una maggiore attenzione ai diritti umani, al clima e alle minoranze è entrata nei programmi della nuova Pink Tide. 

La situazione economica internazionale è più incerta di quella dei primi anni 2000: la pandemia ha danneggiato i sistemi sociosanitari e l’economia, colpita ulteriormente dalle spirali inflazionistiche derivate dalla guerra in Ucraina. I governi di sinistra di quegli anni poterono beneficiare dell’innalzamento dei prezzi di alcune commodities di cui sono esportatori, come petrolio, prodotti agricoli e metalli, ed un tasso di interesse statunitense particolarmente favorevole. Il peso geopolitico della regione era più alto e i Paesi latino-americani si unirono nell’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) per promuovere insieme una politica di cooperazione, multilateralismo e integrazione economica.

La spinta mutualistica sembra essere già un lontano ricordo. La nuova élite politica progressista eredita un’America Latina meno protagonista nel contesto economico mondiale, più divisa internamente e consumata dalle tensioni createsi con la politica estera protezionista dell’ex-amministrazione Trump. L’entrata in scena della Cina nella regione, che negli anni ha investito massicciamente nella regione, e i legami ambigui di alcuni Stati con la Russia, hanno reso l’America Latina un’area che giocherà negli anni un ruolo sempre più decisivo nelle competizioni strategiche internazionali.

L’imprevedibile politica estera in America Latina

La politica estera in America Latina è sempre stata considerata erratica ed imprevedibile, schiacciata dalla tensione fra Panamericanismo e Panlatinamericanismo, due teorie simili ma che nascono da profonde differenze. La prima è la tendenza della regione ad allinearsi a Washington e ad incarnarne i modelli sociali di ordine liberale. La seconda è invece l’insieme delle dottrine nazionaliste e protezioniste, caratterizzate da uno spiccato antiamericanismo e contrarie ad un qualsiasi tentativo di interferenza nella politica interna da parte di attori esterni.

Alla prima si sono ispirati Paesi come Colombia, storico alleato strategico degli Stati Uniti soprattutto nella lotta al narcotraffico e al socialismo, il Cile di Pinochet e il Perù di Fujimori. Alla seconda appartengono Paesi storicamente antiamericani come Cuba ed il Venezuela a partire dalla rivoluzione di Chavez, come anche il Nicaragua sandinista. Tuttavia, la politica estera della regione è stata definita erratica proprio perché molti Paesi in America Latina non hanno mai pienamente aderito ad una tendenza o ad un’altra, cambiandola a seconda del governo in carica.

Pensiamo al caso dell’Argentina peronista di Kirchner, poi passata sotto il fedelissimo USA Macrì, adesso di nuovo peronista e panlatinista sotto Fernandez. Oppure al Brasile di Lula che, lungi dall’essere mai stato veramente avversario statunitense, con l’avvento di Bolsonaro ha acquisito una decisa spinta filoamericana, soprattutto grazie alla convergenza ideologica e umana con l’ex Presidente Trump. 

Alla tensione dottrinale si sono inseriti inoltre nuovi attori nell’area, come Russia e Cina. Quest’ultima in particolare ha allarmato Washington: dal 2000 ad oggi, gli investimenti cinesi nella regione sono aumentati di 26 volte, e il Paese è diventato il principale partner commerciale di molti Stati, come il Brasile, sorpassando gli Stati Uniti. Una presenza massiccia che da economica è diventata sempre più politica, nella misura in cui il Dragone ha allacciato rapporti più forti con realtà come Nicaragua, Venezuela e Cuba proprio in virtù proprio dell’ostilità verso gli americani.

La pandemia ha accentuato questo processo nel momento in cui la Cina ha fornito prima forniture sanitarie ai sistemi sanitari al collasso e poi vaccini all’America Latina. In alcuni casi il livello di indebitamento e l’intensità delle relazioni commerciali ha reso alcuni Paesi fortemente dipendenti. Processo reso più scorrevole dall’assenza di pregiudiziali riguardo i diritti umani e la sostenibilità ambientale negli accordi che la Cina ha posto a questi Paesi , in un contesto internazionale che vede l’ascesa sempre più repentina di regimi autoritari (Costa Rica, El Salvador, Nicaragua e Panama hanno interrotto i rapporti diplomatici con Taiwan) e della difficoltà della democrazia a rispondere alle domande del presente. 

Emblematica  in questo senso la risposta della regione all’invasione russa in Ucraina. Sebbene quasi tutti i Paesi abbiano formalmente condannato l’aggressione, pochi hanno partecipato alle sanzioni. L’unico Paese fermamente convinto nell’opposizione alla guerra è stato il Cile di Boric. Questo quadro si inserisce in una più ampia tradizione latino-americana, quella “repubblicana”, che ha sempre condannato invasioni imperialiste e promosso il principio di auto-determinazione, favorendo risoluzioni alle crisi concordate collegialmente, e non decise unilateralmente.

Molti Paesi latinoamericani si opposero infatti fin da subito all’invasione del 2001 in Afghanistan e alla successiva invasione del 2003 in Iraq. Questo fronte non sembra essere così unito come in occasione di quelle due guerre. In Brasile ed in Messico,  ad esempio, mentre i diplomatici sostengono la propria contrarietà alla guerra, i governi continuano ad avere strette relazioni commerciali con la Russia. Il Cremlino, così come la Cina, si è inserito nella regione provando a sfruttare il risentimento antistatunitense e l’insorgere di ordini alternativi a quello liberale. Sebbene la presenza russa in America Latina sia marginale rispetto ad altre aree del mondo, i rapporti privilegiati con Paesi come Venezuela, El Salvador e Cuba proiettano le conseguenze della guerra in Ucraina nella regione. 

Nel frattempo, l’Unione Europea non riesce ad incidere nella regione, nonostante l’avvio di iniziative promettenti come la ripresa dei tavoli UE-Mercosur nel 2019 ed il nuovo rinnovato rapporto con la Germania. L’UE pare un attore debole e poco attrattivo nella regione, in virtù della mancanza di una politica estera comune e dell’incapacità di superare una logica “country-specific”, invece che regionale. Gli stessi trattati UE-Mercosur faticano a decollare per le resistenze di Paesi come Francia, Irlanda e Polonia che temono le conseguenze soprattutto rispetto alla filiera agro-alimentare.

Tuttavia, la nuova Pink Tide, più attenta ai diritti umani e all’ambiente, potrebbe essere un interlocutore assai più efficace dei passati caudilli socialisti. In un contesto sempre più incerto e polarizzato, due realtà come America Latina ed Unione Europea, meno protagoniste nel mondo e schiacciate dalla lotta tra le superpotenze, si sentono più vicine politicamente. La rinnovata partnership latino-europea potrebbe rivelarsi una sorpresa per il futuro. 

L’amministrazione Biden si è attrezzata per ricucire lo strappo provocato da Trump e dalla postura bellicosa assunta dall’ex-presidente proiettata in primis al contrasto dell’immigrazione, soprattutto nei riguardi del Messico. Gli Stati Uniti sono consapevoli di non avere più la forza di presidiare ogni angolo del pianeta, ma anche del fatto che l’America Latina rappresenta ancora il loro “cortile di casa”, ed è di fondamentale importanza nella competizione internazionale con Cina e Russia. In questo senso, i nuovi accordi commerciali con Uruguay ed Ecuador, l’estensione del Temporary Protection Status (esteso anche al Venezuela) per gli immigrati provenienti dalla regione e più in generale il cambio di retorica rispetto a Trump, sembrano andare in questa direzione. L’impegno economico nella regione da parte dell’amministrazione Biden è stato aumentato, ma questo non può bastare.

Gran parte dell’approccio statunitense nella regione poggia ancora sul sistema sanzionatorio contro individui e società che violano principi di democrazia, diritti umani e legalità. In un contesto così complesso e stretto tra spinte autocratiche, non è sufficiente ad acquistare credibilità verso una regione che è sempre più chiusa in se stessa e che guarda ad altri modelli. Inoltre, la rete di diplomatici americani, per decenni legate più al mondo industriale, militare ed in generale alle élite economiche, non ha contribuito (e fatica ancora adesso) a tessere legami con le più ampie e decisive reti popolari (sindacati, cooperative, partiti) che hanno animato la Pink Tide, e da cui persone come Boric, Petro e Lula provengono. 

Un futuro incerto

Questo contesto rende il futuro dell’America Latina affascinante ed imprevedibile. A differenza della prima Pink Tide che molto aveva lavorato in favore del multilateralismo, l’incertezza che attende la nuova rende la ricerca del consenso più impellente, e la politica estera rischia di assumere un carattere più nazionalista che cooperativo. La Cina è in agguato, la Russia mantiene legami strategici con i regimi illiberali e l’Europa fatica a radicarsi.  Molto dipenderà dall’assertività di Washington e dai risvolti della spirale inflazionistica che, nonostante alcuni rallentamenti, non sembra essere in procinto di arrestarsi. 

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