TRA UN FALLIMENTO E UN TRADIMENTO, L’ ENNESIMO CICLO DI TENSIONI TRA USA E KSA

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Dopo la recente decisione dei Paesi dell’Opec+ di tagliare le quote di produzione di greggio, le tensioni tra Washington e Riyad sono tornate a farsi sentire. 

L’OPEC+, l’organizzazione internazionale che riunisce i maggiori produttori di greggio al mondo, a inizio mese ha stabilito una riduzione delle quote di produzione di circa 2 mb/d (milioni di barili al giorno). Il motivo ufficiale è il contrasto all’eccessiva riduzione dei prezzi del petrolio che sta verificandosi attualmente ma la Casa Bianca non riesce o non può non vederci dietro la mossa di uno “sgambetto”. 

L’OPEC+ è composta da 13 stati (Algeria, Angola, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Arabia Saudita, EAU, Venezuela) ma il 5 ottobre scorso a Vienna si è tenuto il 33esimo incontro dei Ministri di Paesi membri e non. Questi erano Azerbaijan, Bahrain, Brunei Kazakhstan, Malaysia, Mexico, Oman, Sudan, South Sudan e nientepopodimeno che Russia. La presenza di quest’ultimo attore, insieme alle vanità delle settimane di contatti tra USA e KSA nel tentativo di convincere i sauditi a non sostenere un aumento del prezzo del petrolio, hanno provocato l’irritazione di Washington.

Il momento non è particolarmente favorevole per la Casa Bianca che oltre alla guerra in Ucraina deve tenere d’occhio il malcontento interno provocato dall’aumento dei prezzi. Taglio delle quote di produzione del greggio significa aumento del prezzo e, di conseguenza, l’aumento del costo di una materia prima fondamentale come il petrolio provoca irrimediabilmente un aumento del carovita. Un ulteriore aumento del carovita, vista la già esistente crescita inflazionistica in cui ci troviamo. Per essere più precisi l’inflazione annuale nel Paese a Stelle e Strisce ha toccato a settembre l’8,2%.

 Non è un fattore da sottovalutare questa divergenza tra le richieste statunitensi e l’operato saudita. Il legame dei due Paesi è di lunghissimo corso. Da oramai un secolo la superpotenza americana fonda la sua strategia dei due pilastri in Medio Oriente sul Regno saudita (l’altro, ovviamente, è Israele): la base fondamentale cioè della proiezione egemonica degli Yankees su tutta quella polveriera di mondo. In particolar modo dopo il drammatico 1979, da quando Washington s’è dovuta occupare di tenere a bada le mire egemoniche nella regione di Teheran. 

Non lo si può considerare un rapporto unidirezionale, tuttavia. Se l’America ci ha guadagnato il predominio sul controllo del petrolio della ricchissima penisola (a riguardo basta andare ad informarsi sulla storia dell’Aramco) e una strategica “portaerei” nella regione; la dinastia saudita in cambio si è garantita il supporto statunitense contro ogni eventuale minaccia alla stabilità del suo Regno.

Garanzia che finora si può dire essere stata mantenuta senza scrupoli. Basti considerare l’imbarazzante silenzio attorno alla guerra in Yemen e all’imponente continuo invio di armamenti dagli USA vero la penisola arabica: prendendo come riferimento solo il biennio 2020-2021 il totale dell’ammontare economico degli aiutimilitari è stato pari a circa 3539 milioni di dollari. Tre miliardi e mezzo. Dall’inizio del millennio invece il volume sale a 20

Il valore di questi numeri si comprende ancora di più se confrontato con quelli dei dati assoluti delle importazioni belliche degli ultimi 20 anni: l’Arabia Saudita è stato il terzo più grande importatore al mondo dopo India e Cina, con una spesa totale di 32 miliardi. Questo significa, cioè, che i 2/3 delle armi importate negli ultimi due decenni nella Penisola Saudita provenivano da Washington. E questo solo secondo i dati ufficiali reperibili. 

Questa premessa storica di amicizia, tuttavia, non significa che tensioni tra le due parti non ci siano mai state. Anzi, non serve andare troppo indietro nel tempo. Quest’anno da Riyad era sembrata arrivare l’ennesima minaccia-intenzione di scaricare il dollaro per vendere i propri barili di petrolio in yuan (moneta cinese). Ennesima volta, appunto. 

È soprattutto con l’amministrazione Biden, dopo che la vecchia Presidenza Trump aveva cercato di distendere in qualche modo di rapporti, che i contatti hanno preso toni più freddi, senza strette di mano ma con “critiche personali” da parte dell’attuale POTUS e accuse dirette per l’omicidio atroce del giornalista Jamal Kashoggi, nei confronti il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud. 

Fallimento evidente. I tentativi di persuasione diplomatica da parte degli Stati Uniti non sono riusciti a convincere Riyad a dissuadere gli altri membri dell’OPEC (e non) ad un taglio delle quote di produzione. Ma c’è qualcosa di più amaro sotto.

Tradimento (?). Come si è detto la pregressa amicizia non deve indurre a credere ingenuamente che i rapporti tra i due Paesi funzionino senza contrasti, tuttavia, la criticità del contesto presente e la decisione particolarmente peggiorativa dell’OPEC+ (Arabia Saudita e Russia in primis) non possono non far sorgere almeno qualche dubbio. 

numeri, a meno di qualche “fortuita” coincidenza, sembrano confermare una certa coordinazione tra Riyad e Mosca. Se non di intenti, sicuramente di iniziativa: un’uguale riduzione volontaria (“voluntary adjustment”) della quota produttiva fino ad unidentico livello di produzione. E per essere ancora più precisi, il taglio previsto da Arabia Saudita e Russia copre da solo più di metà della riduzione generale di 2 milioni di barili al giorno (cioè 1,052 mb/d). Nessun tradimento, se solo qualche “fortuita” coincidenza.

Il taglio quindi s’ha da fare. Ed è previsto che parta da novembre (nella realtà dei fatti, bisognerà vedere allora quanti Paesi lo porteranno effettivamente a termine). La motivazione ufficiale, ad ogni modo, come s’è detto all’inizio è il contrasto all’abbattimento dei prezzi del petrolio, e la Casa Bianca non può che preoccuparsi dato che proprio tra poco meno di un mese ci saranno le elezioni di midterm. E i Dem temono.

Preoccupazione, dunque, ma anche sospetto degli USA. Un (pseudo) alleato rigetta le richieste di solidarietà, con due aggravanti perdipiù: un momento tanto interno quanto internazionale particolarmente delicato, e l’apparentemente non intenzionale allineamento alla Russia- avversario di nome nel sistema internazionale e nemico di fatto nella proxy war in Ucraina.

Per concludere, quindi:

Sia chiaro che una spaccatura effettiva tra i due Paesi, con addirittura un “cambiamento di orbita” dei Sauditi (termine di altra epoca ma nuovamente in crescente tendenza) non è ancora un evento così nitido. L’interdipendenza è ancora troppo alta. 

Sia chiaro che le relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, nella Presidenza Biden, si confermano essere, ancora una volta, all’insegna di un ennesimo ciclo tensione.

Sia chiaro, infine, che se è vero che l’inerzia delle variabili (sostantivo) del breve periodo non preoccupa il lungo, lo è altrettanto il fatto che è proprio nel lungo periodo che ogni fattore diventa variabile (aggettivo). 

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