L’Armenia può ripensare la propria politica estera: la pace passa da Washington?

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Fonte Immagine: https://e-immigrate.info/news/naras-immigration-story-from-armenia-to-america/

Il 12 settembre vi è stata l’ennesima escalation nel decennale conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Il primo ministro armeno ha invocato per la prima volta la clausola di mutua difesa che lega i paesi alleati del CSTO. L’alleanza, a trazione russa, ha dichiarato che il conflitto deve essere risolto con mezzi diplomatici e non con mezzi militari, tradendo di fatto l’impossibilità russa di garantire la sicurezza armena. La visita di Nancy Pelosi a Erevan apre però nuove possibilità alla politica estera armena; che una svolta filoamericana sia la soluzione al conflitto? 

Nella notte tra il 12 e il 13 settembre si verificava un’ennesima escalation nel decennale conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh. Il tempismo non è passato inosservato ai molti commentatori che hanno sottolineato come la ripresa del conflitto sia avvenuta in concomitanza con il momento più difficile per lo sforzo bellico russo in Ucraina.

Mosca, alleata di Erevan e principale mediatrice tra i due paesi caucasici, è riuscita a far giungere le due parti alla negoziazione di un cessate il fuoco il 14 settembre. Nei due giorni che hanno portato al nuovo accordo, le perdite ufficiali armene e azere ammontavano rispettivamente a 105 e 71 soldati caduti. 

Le tensioni tra Erevan e Baku per il controllo del Nagorno Karabakh risalgono almeno all’inizio del XX secolo. Sopite durante il controllo sovietico, verso la fine degli anni ’80 tali tensioni hanno ricominciato a manifestarsi parallelamente al declino dell’URSS. La dissoluzione dell’Unione Sovietica peggiorò drasticamente la situazione: nel 1991 gli armeni del Nagorno Karabakh (ufficialmente territorio azero) dichiararono la nascita della Repubblica dell’Artsakh e nel 1992 le tensioni divennero guerra aperta tra Armenia e Azerbaigian. La Prima guerra del Nagorno Karabakh si concluse nel 1994 con il protocollo di Bishkek che sancì la vittoria armena: l’Artsakh rimase di fatto indipendente (sebbene non riconosciuto internazionalmente) e i tre distretti azeri che separano l’exclave dal territorio armeno rimasero occupati da Erevan.

Escluse delle schermaglie di piccola intensità e durata, la situazione rimase di fatto congelata fino al settembre 2020, quando l’Azerbaigian effettuò delle incursioni nei territori occupati dall’Armenia, portando alla Seconda guerra del Nagorno Karabakh. Mosca cercò di mantenere la propria influenza sulla regione facendo da mediatrice nelle negoziazioni per un cessate il fuoco nel novembre dello stesso anno. Una parte dell’Artsakh passò sotto il controllo azero, così come tutti i distretti occupati quasi trent’anni prima dall’Armenia. Il negoziato si è dimostrato fragile, e nonostante non si sia ancora assistito ad una nuova guerra su larga scala, schermaglie di confine si sono verificate nel 2021 e nel 2022, culminando negli scontri di settembre.

A differenza delle precedenti schermaglie che quasi sempre si sono concentrate nel territorio conteso dell’Artsakh e nei territori azeri che lo dividono dall’Armenia, questa volta le autorità armene hanno accusato l’Azerbaigian di aver bombardato ed oltrepassato il confine nazionale. Il 13 settembre il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha tempestivamente contattato il presidente russo Vladimir Putin, invocando – per la prima volta – l’articolo 4 del trattato che lega i paesi alleati del CSTO (Collective Security Treaty Organization), richiedendone quindi l’intervento militare nel rispetto della clausola di mutua difesa.

La risposta dei portavoce dell’organizzazione ha deluso le aspettative armene: il capodelegazione inviato in Armenia ha dichiarato che “la soluzione del problema tra Armenia e Azerbaigian deve essere trovata con strumenti politici e diplomatici, e non militari”, escludendo di fatto un intervento in difesa del paese alleato. Il mancato sostegno militare è stato successivamente giustificato con il raggiungimento del cessate il fuoco, ma è chiaro che questo episodio, oltre ai recenti fatti in Ucraina, scalfisce enormemente le capacità di Mosca di proiettarsi nel “vicino estero”.

Perdendo di efficacia la clausola di mutua difesa di un’alleanza, quest’ultima perde il suo stesso senso; inoltre, lo stato di salute del CSTO è facilmente visibile anche solo guardando alle relazioni conflittuali tra due membri dell’alleanza stessa, Tagikistan e Kirghizistan. Il CSTO è sempre più prossimo a diventare uno degli scheletri senza vita dei tanti tentativi di Mosca di istituzionalizzare le sue prerogative di sicurezza nello spazio post-sovietico, e l’Armenia rischia di esserne la lapide.

Situata al bivio degli interessi russi e turchi, e confinante con l’Iran, la regione caucasica, sebbene meno coperta mediaticamente rispetto al Medio Oriente, presenta simili intrecci di interessi strategici. È una delle tre regioni dello spazio post-sovietico (insieme all’Europa Orientale e all’Asia Centrale), che la Russia proclama “zona di interesse privilegiato”. Difatti, all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica la politica estera russa si è immediatamente concentrata nel richiamare a sé le ex repubbliche sovietiche attraverso la costituzione di organizzazioni quali la Comunità di Stati Indipendenti (CSI) o il CSTO.

Oggi, in tutte e tre le regioni dello spazio post-sovietico la Russia soffre la concorrenza di altrettanti attori, ed è sempre meno in grado di affermarvi la propria egemonia. Dal punto di vista economico, la Cina è già adesso il partner commerciale più importante per i paesi centroasiatici. Per quanto riguarda l’influenza militare, la Russia si manifesta incapace perfino di sedare le ostilità tra due membri della propria alleanza. In Europa la competizione principale viene dall’Unione Europea e dalla NATO. Lukashenko è ancora un fedele – nonchè unico – alleato, sebbene le proteste nel 2020-2021 mostrino come il governo bielorusso soffra di gravi crisi di legittimità interna. Infine, nel Caucaso la Turchia è una presenza incombente.

I rapporti tra Russia e Georgia, sebbene adesso più distesi, sono assimilabili a quelli con l’Ucraina: entrambi i paesi sono entrati in conflitto con la Russia e reclamano regioni secessioniste supportate da Mosca. L’Azerbaigian è completamente allineato con la Turchia. L’Armenia – almeno in linea teorica – è l’unico alleato russo nel Caucaso, ma i recenti avvenimenti dipingono un quadro diverso.

Per la Turchia la regione è uno dei naturali assi di proiezione di potenza, insieme al Medio Oriente e all’Africa Settentrionale. Nei rapporti con l’Armenia, la Storia è solo un elemento – spesso sovrastimato – dei tanti che li rende conflittuali. L’Armenia in sé non può costituire una minaccia alla sicurezza turca, ma lo diventa nel momento in cui questa è allineata alla Russia. Poiché, come detto, nel Caucaso gli interessi turchi e russi si sovrappongono, avere al confine una proiezione dell’avversario costituisce una grande vulnerabilità. Viceversa, per la Turchia, riuscire ad ottenere il controllo sull’intera regione significherebbe porsi in una posizione di vantaggio sia sulla Russia che sull’Iran.

Avendo chiari gli interessi in gioco, non passa inosservato il tempismo. Non è difficile immaginare l’offensiva come uno stress test azero e turco nei confronti della Russia. Attaccare l’Armenia sul suo territorio ha, innanzitutto, costituito un’ennesima violazione dei negoziati mediati da Mosca (scalfendone la credibilità), ma soprattutto ha prevedibilmente portato all’invocazione dell’articolo 4 e costretto la Russia ad un bivio: rispondere alla chiamata alle armi o temporeggiare.

Rispondere alla richiesta armena avrebbe significato disperdere il proprio sforzo bellico su un secondo fronte, nel momento più difficile per il primo; soprattutto avrebbe comportato un’enorme degradazione nei rapporti bilaterali con Ankara. La Turchia, come detto, è un avversario temuto non solo nel Caucaso, ma anche nel Medio Oriente e nel Mediterraneo; soprattutto, controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Proprio per questo è imperativo per Mosca mantenere rapporti quantomeno miti: l’ostilità tra le due parti comporterebbe l’esclusione della Russia dall’accesso al Mediterraneo. La decisione presa dal presidente Putin è stata dunque temporeggiare, spingere per un nuovo negoziato ed evitare conflitti con Ankara. Uno schiaffo alla reputazione russa.

In questo vuoto si inseriscono gli Stati Uniti: il 17 settembre la speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi si è recata in Armenia per dimostrare il supporto diplomatico statunitense alla democrazia armena. Apparentemente può sembrare contraddittorio: le prime due potenze militari della NATO supportano due stati in guerra fra loro. Analizzando la situazione lo schema sembra però chiaro: la Turchia, facendo leva sulla propria posizione di forza sulla Russia, sfrutta l’Azerbaigian per costringere Mosca ad abbandonare l’Armenia; gli Stati Uniti, supportando pubblicamente l’Armenia, la incentivano ad abbandonare la Russia ed avvicinarsi a Washington.

Non è impensabile una soluzione diplomatica del conflitto patrocinata dagli Stati Uniti. In effetti, per l’Armenia è forse l’unica soluzione plausibile che non preveda una modifica dei confini riconosciuti internazionalmente. In poche parole, se la politica estera armena non prende una svolta sostanziale in direzione filostatunitense, l’unica conclusione prevedibile del conflitto è una pace imposta, alle condizioni azere. Se Mosca non è capace di supportare Erevan, l’Armenia è di fatto isolata in un conflitto in cui è chiaramente la parte più debole militarmente, ed è altamente probabile che il cessate il fuoco sia solo un accordo temporaneo. Per l’Armenia è imperativo porre termine al conflitto prima che questo si sposti stabilmente all’interno del proprio territorio, e non è in grado di farlo da sola. 

Di nuovo, un doppio asse Baku-Ankara ed Erevan-Washington potrebbe sembrare un controsenso, ma, con i dovuti compromessi, è una soluzione più tangibile di quanto si pensi. Tuttavia, perché gli Stati Uniti intercedano nella stabilizzazione del conflitto, è necessario che l’Armenia faccia delle concessioni. La superiorità militare azera è stata chiara, e Ankara difficilmente accetterebbe un ritorno allo status quo precedente al 2020 dopo l’impegno mostrato nel supportare Baku. Sicuramente, Erevan dovrebbe abbandonare ogni rivendicazione sui distretti occupati trent’anni fa, peraltro già sotto controllo azero, e accettare i confini riconosciuti a livello internazionale.

Diversa è la questione dell’Artsakh, il cui controllo, sebbene formalmente azero, è fondamentale per l’Armenia, senza il quale, probabilmente, la svolta filoamericana non varrebbe la candela. Pur di stabilizzare la regione e porla sotto la propria influenza, gli Stati Uniti potrebbero scegliere di pressare la Turchia (e quindi l’Azerbaigian) ad accettare l’autonomia dell’Artsakh. Una tale negoziazione non sarebbe certamente una sconfitta per l’asse turco-azero, e avrebbe il vantaggio – sia per la Turchia che per gli Stati Uniti – di allontanare l’Armenia dalla Russia. Come spesso accade, un conflitto fra piccoli stati è spesso un gioco di forze tra grandi potenze; estromessa Mosca dall’equazione, la soluzione potrebbe trovarsi tra Washington e Ankara.

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