IL TAGLIO ALLA PRODUZIONE DI PETROLIO ANNUNCIATO DALL’OPEC+ : SCELTA ECONOMICA O POLITICA?

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Fonte Immagine: Forbes

Il taglio della produzione petrolifera annunciato dai paesi dell’OPEC+ da un lato evidenzia le dinamiche di sicurezza regionale del Golfo, dall’altro fa luce sull’inconsistenza della politica mediorientale degli USA con risvolti importanti nel contesto più ampio della guerra russo-ucraina.

Dopo alcuni tentativi diplomatici falliti da parte dell’occidente di spingere l’Arabia Saudita e l’OPEC+ a incrementare la produzione di petrolio per calmierare i prezzi del combustibile, nel mese di ottobre 2022 i paesi dell’organizzazione hanno optato per la diminuzione della produzione petrolifera a meno di 2 milioni di barili al giorno tagliando complessivamente la produzione mondiale del 2%. 

La scelta dell’organizzazione, la cui produzione totale raggiunge il 40% del petrolio a livello globale e che dal 2016 include anche la Russia, come sostenuto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, si è basata puramente sulla necessità di regolare il mercato del petrolio in risposta alla recessione economica globale prevista dai sauditi per il prossimo anno: diminuendo adesso la produzione di petrolio il prezzo al barile sale, così da non ritrovarsi a breve con un surplus di petrolio a prezzo stracciato. Secondo il governo degli Stati Uniti, invece, questa decisione ha anche un valore politico, dato che in questo modo le perdite della Russia, sempre sotto sanzioni, saranno minori e anche le elezioni di metà mandato tra un mese potrebbero esserne influenzate.

Infatti, secondo il partito democratico statunitense, la mossa dell’OPEC+ a trazione saudita in realtà riflette la possibilità di indirizzare le mid-term elections a favore dei repubblicani, a causa dei legami noti tra Bin Salman e Trump e dell’importanza che l’innalzamento del prezzo del petrolio ha sull’inflazione. Inoltre, un allineamento strategico dell’Arabia Saudita con la Russia sarebbe assolutamente da evitare anche per quanto riguarda l’andamento sul fronte ucraino e la presenza statunitense in Medio Oriente.

Puntando all’interruzione della vendita di armi al regno per un anno i democratici cercano quindi di mettere sotto pressione l’Arabia Saudita, ma lo stato delle relazioni tra Washington e Riyadh e le loro potenziali conseguenze nel più ampio scontro con la Russia e la Cina potrebbero complicare il quadro strategico occidentale.

Anche se non ci troviamo di fronte a uno stop totale del petrolio come nel 1973, i sauditi e i loro partner nella regione, consapevoli dell’importanza che giocano all’interno della strategia statunitense nel Golfo, sembrano comunque utilizzare la crisi energetica a proprio vantaggio per adeguarsi ai mutamenti in corso nel sistema internazionale smentendo di fatto la tesi di una necessità economica. Una politica estera aperta verso la Russia, come nel caso dell’hubdi Dubai che accoglie i capitali russi trasferiti dalle capitali finanziarie occidentali dall’inizio della guerra, evidenzia alcune problematiche per gli Stati Uniti e gli alleati occidentali.

Se gli EAU hanno una politica estera sempre più assertiva verso la leadership saudita per questioni di interesse nazionale dimostrando come il Golfo non sia un blocco monolitico, il sistema regionale rimane comunque un “sistema penetrato” dall’influenza straniera che, allo stesso tempo, dovrebbe tenere anche il controllo delle dinamiche di sicurezza inter-regionali. Questo significa che i paesi del Golfo continueranno a mandare dei segnali a Washington, mettendo in dubbio il suo impegno nella regione e la sua credibilità dopo l’abbandono di Kabul nel 2021, ma gli Stati Uniti pagano soprattutto una politica estera sconclusionata per il Medio Oriente (come l’invasione dell’Iraq nel 2003, l’incapacità di capire la reale portata delle proteste del 2011 o l’accoglienza riservata ai profughi ucraini rispetto ai palestinesi), stretti tra la possibilità di veder ridotta la propria influenza nella regione a favore della penetrazione russa o cinese con ovvi risvolti internazionali e l’umiliazione di non avere il controllo sui propri alleati regionali in vista delle elezioni di metà mandato.

Infine, se l’ago della bilancia mediorientale dovesse spostarsi maggiormente verso Est, non verrebbero colpiti solo gli Stati Uniti ma ne risentirebbero anche la strategia di cooperazione militare della NATO con il GCC (Istanbul Cooperation Initiative) e lo stesso andamento della guerra russo-ucraina. 

Nata a Teramo nel 1996, è una laureanda della magistrale in Global Politics and International Relations all’Università di Macerata. Presso la stessa università, ha conseguito la laurea triennale con massimi voti in Lingue e Culture Straniere Occidentali e Orientali, focalizzandosi su inglese, arabo, islamistica, letteratura e cultura anglo-americana e arabo-islamica. È appassionata e studiosa di sicurezza internazionale, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo, temi approfonditi anche attraverso corsi ad hoc; da sempre molto attenta a dinamiche sociali come i fenomeni migratori, fa parte dell’organizzazione The Young Republic, che promuove la partecipazione civica attiva e l’inclusione sociale dei richiedenti asilo in Europa. Membro dello IARI da dicembre 2020, scrive per l’area “Medio Oriente” ed è entrata in redazione a settembre 2021.

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