Verso un artico sempre più militarizzato?

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Fonte Immagine: Arctic Today

Probabilmente dobbiamo aspettarci un artico sempre più militarizzato. L’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato significa, infatti, che l’estensione della capacità dell’alleanza atlantica entra in contatto diretto con la penisola di Kola. 

Nel più importante evento internazionale che coinvolge esperti, professionisti, multinazionali, governi, autorità locali, rappresentanze indigene e ricercatori, non poteva mancare la presenza dei rappresentanti dell’Alleanza Atlantica. L’Arctic Circle Assembly è infatti un appuntamento annuale nel quale vengono discussi i temi più importanti che riguardano i territori che fanno parte della regione artica e che, negli ultimi anni, registra una sempre più consistente partecipazione di attori provenienti da Paesi non artici, testimonianza del fatto che l’artico è ormai un affare globale. 

Quest’anno non ha fatto eccezioni. Ma la novità che caratterizza la conferenza del 2022 è il mutato quadro geopolitico che in artico ha significato un’alterazione del rodato meccanismo di cooperazione internazionale. Infatti l’aggressione russa all’Ucraina dello scorso Febbraio, se da un lato ha isolato la stessa Russia che guarda sempre più ad Est e in Asia alla ricerca di partner utili a portare avanti lo sviluppo regionale, dall’altra, ha indotto Finlandia e Svezia ad entrare a far parte della Nato.

La battuta d’arresto decisiva alla natura collaborativa che ha contraddistinto le relazioni tra i vari attori nella regione negli ultimi decenni è stata ufficialmente sancita con lo stop dei lavori del Consiglio Artico e dei suoi organi sussidiari, annunciato già all’indomani dello scoppio del conflitto. Ma tornando al ruolo che la Nato intende avere in questo quadro di rinnovata incertezza, il Capo della Nato Military Committee, a Reykjavik, ha sottolineatocome la Russia sia “the most significant and direct threat to our security” e come l’intera l’alleanza veda “a disturbing pattern of increasingly aggressive behavior”. Le preoccupazioni della Nato non si limitano al Paese guidato da Vladimir Putin, ma si estendono anche alla crescente presenza cinese nell’area: “If the intentions of China are opposing our values and interests and the rules-based international order, then NATO has to do some — NATO has to take steps to make sure that we are able to deter and defend the threats that come from that direction”. 

La preoccupazione espressa dall’Ammiraglio Rob Bauer ha ricevuto una pronta risposta dal neo ambasciatore cinese in Islanda, He Rulong, che, presente in sala, ha precisato come le dichiarazioni dell’Ammiraglio siano “filled with arrogance and also paranoia”.

Al momento tutti i membri Nato, fatta eccezione per Ungheria e Turchia, hanno ratificato l’ingresso per i due Paesi nordici nell’alleanza. Ma non sembrano esserci particolari ostacoli per poter procedere nei prossimi mesi.

Una crescente militarizzazione della regione artica sembra quindi cosa ormai certa. Se infatti da un lato c’è la Nato che, con ogni probabilità, si espande e conta presto di poter fare affidamento anche sulle forze finlandesi e svedesi, la Russia può già contare sulla Northern Fleet nella penisola di Kola. L’ingresso della Finlandia nell’alleanza significa rinunciare a quello stato cuscinetto che per decenni ha separato le forze Nato dall’Unione Sovietica e creare una nuova linea di confine lunga 1300 km che mette a diretto contatto le forze Nato con il territorio russo.    

Dal discorso pronunciato dall’Ammiraglio Bauer emerge inoltre un’altra potenziale minaccia all’ordine vigente in artico rappresentata dalla Cina, che sta gradualmente intensificando la sua presenza nella regione. Tuttavia, immaginare l’asse sino-russo come solido, monolitico ed orientato nella stessa direzione è una visione piuttosto miope, che trascura l’importanza per Pechino di non sostenere troppo da vicino il Paese guidato da Putin.

E soprattutto è importante allontanarsi dalla mentalità tipica e dalla narrazione della guerra fredda che immagina l’ordine internazionale regolato da due blocchi differenti ed opposti. Tale retorica infatti non solo non porta nessun beneficio in termini di risoluzione del conflitto in corso in Ucraina, ma soprattutto tende ad esacerbare differenze culturali e valoriali e riportarle pericolosamente su una dialettica basata sulla contrapposizione piuttosto che sull’integrazione. Inoltre, nella specificità del contesto artico, trascura una storia recente fatta di accordi bilaterali e multilaterali siglati in nome della pace, conditio sine qua non non è possibile affrontare sfide globali che in artico sono quanto mai urgenti.   

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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