LE ELEZIONI DI MIDTERM E LA PROSPETTIVA DELL’ARMAGEDDON FANNO CAMBIARE I TONI A WASHINGTON

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Fonte Immagine: InsideOver/Il Giornale

Il sorprendente successo della controffensiva delle FAU sembra aver convinto Kiev a non fermarsi più, costi quel che costi. Dall’altro lato del fronte, però, Mosca ribadisce che non si farà scrupoli all’uso di armi non convenzionali se necessario. Oltre oceano, Washington prova a rimettere ordine. O almeno così dice che farà.

La situazione sul campo di battaglia in Ucraina nelle ultime settimane è cambiata radicalmente. L’esercito di Kiev è riuscito nell’impresa di riconquistare territori in mano ai Russi già mesi. Con l’arrivo imminente dell’inverno che, peggiorando le condizioni del terreno, comporterà necessariamente un rallentamento degli spostamenti e, quindi, degli scontri; Kiev è intenzionata a sfruttare il momentum positivo e riprendersi più territori possibili. 

Non solo l’inverno, ma anche la momentanea inferiorità del nemico. Kiev- dal suo punto di vista- non può fare altro, anche perché a partire dai prossimi mesi le perdite nelle file dell’esercito russo saranno colmate grazie all’ultimo ordine di mobilitazione parziale di Putin e il suo richiamo a 300.000 riservisti (che alcune fonti in realtà sostengono essere più alto).

Oltre che di importanza militare, l’avanzata delle FAU rappresenta uno smacco piuttosto pesante per il prestigio di Putin. Proprio durante quella che avrebbe dovuto essere la proclamazione dell’annessione alla Federazione delle terre di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhya e Kherson; Mosca perdeva in modo tanto rapido quanto imbarazzante parte di quegli stessi territori. 

Tuttavia, resta il fatto che l’annessione (per quanto non sia e non sarà riconosciuta dalla della comunità internazionale) cambia le carte in tavolo. Riconoscendo questi territori come “territorio nazionale”, si apre la l’eventualità di utilizzo di armi non convenzionali. Secondo la Dottrina militare russa, infatti, l’atomica è un’opzione difensiva, cioè la sua legittimità è contemplata nel caso in cui la Russia dovesse subire un attacco diretto sul proprio territorio. 

Questa è una linea rossa di Putin—probabilmente la più spessa. In realtà se ne era a sua conoscenza già da tempo ma ovviamente adesso con questo cavillo formale (de facto non se può più parlare), la base giuridica (dal punto di vista interno della Russia, è importante ribadire) c’è.

Quello che preoccupa è ovviamente questa possibilità di un ricorso “disperato” del Cremlino a bombe nucleari tattiche su territorio ucraino per girare le sorti di un conflitto che al momento non si sta mettendo più così tanto bene per i Russi (sia chiaro: non si può già parlare di offensiva decisiva dell’Ucraina, è troppo presto; con ciò rimane comunque il fatto che la situazione è molto complicata per Mosca). 

I segnali preoccupanti, in particolare, sono i toni ma anche l’oggetto dei discorsi dei vertici russi. La minaccia nucleare è tornata ad essere presente (chiara manifestazione delle reali difficoltà), ma ciò che conta è anche la sua giustificazione. Sul fronte interno, come si è detto, l’annessione formale dei territori (nei quali al momento si sta già combattendo). Sul fronte esterno, invece, Mosca si è rivolta alla storia. Cioè alla considerazione di come vi sia un precedente di ricorso alla bomba atomica in un conflitto, anzi due. Hiroshima e Nagasaki.

Il Cremlino attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità per aver lanciato per la prima volta gli ordini non convenzionali in una guerra al fine di stroncare il nemico. Il 6 agosto Hiroshima. Il 9 agosto Nagasaki. Un ordigno ogni due giorni fino alla resa del nemico. I precedenti, come si sa, sono pericolosi per la storia.

È in questo contesto che Washington si ritrova, a poco meno di un mese dalle elezioni di midterm. Biden e i Democratici fiutano nell’aria sempre più il temuto ritorno di Trump alle prossime presidenziali, ma ancor prima devono correre ai ripari per attenuare il più possibile una probabilmente già segnata sconfitta il prossimo 8 novembre.

Il POTUS deve badare ad un doppio fronte. La tenuta del tessuto interno contro l’onda repubblicana in arrivo. La tenuta dei suoi partner europei, prestando attenzione soprattutto a fatali free-riders.

Sul fronte interno la preoccupazione è che il crescente rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto in Ucraina, tantomeno con la prospettiva nucleare, possa spingere gli elettori statunitensi a votare per l’elefantino. Il malcontento sociale negli USA è elevato e l’inflazione attorno all’8% non aiuta la Casa Bianca.

Ma anche la situazione internazionale non è da prendere alla leggera: «We have not faced the prospect of Armageddon since Kennedy and the Cuban Missile Crisis». Parole macabre quelle del Presidente Biden, se prese ed estrapolate dal contesto. Parole ben ponderate, invece, se considerate nel mezzo di un discorso all’evento per la campagna democratica al Senato al New York. Nel mezzo appunto, non all’inizio come invece ci si potrebbe aspettare visto il significato e le conseguenze. 

La Casa Bianca arriva, infatti, subito a chiarire che al momento non ritiene vi siano di un’escalation atomica da parte della Russia in Ucraina. Però il messaggio di Biden è abbastanza chiaro: «we have to keep the Senate because two years of — of chaos is going to create a lot of changes around the world as well». C’è bisogno di coesione e unità dentro perché c’è bisogno “di noi” fuori.

Ma un elemento che è da salvare in particolare nel discorso del Presidente è un principio di realismo (politico): «we’re trying to figure out: What — what is Putin’s off-ramp?  Where — where does he get off?  Where does he find a way out?  Where does he find himself in a position that he does not not only lose face, but lose significant power within Russia?».

Washington inizia a riprendere seriamente in considerazione la possibilità—la necessaria possibilità—di una vittoria non assoluta, perché ne intravede le possibili alternative catastrofiche. Una soluzione più realista deve essere contemplata per dare una via di scampo a Putin. Bisogna infatti ricordare che la Federazione Russa possiede l’arsenale nucleare più grande al Mondo-ereditato dalla nonna URSS. Ma il problema è che non hanno ancora capito cosa sia questo off-ramp: « we’re trying to figure out ».

Assieme al POTUS, anche il Segretario di Stato Blinken mostra un atteggiamento più aperto: «And if and when Russia shows that it has any seriousness of purpose about engaging in such diplomacy, we’ll be ready, we’ll be there».  Il DoS sembre quindi muoversi in linea con la Casa Bianca, trasmettendo piccoli segnali qua e la a Mosca che dall’altra parte dell’Oceano c’è chi crede in una soluzione diplomatica ed è pronto ad alzare la cornetta per rispondere. In sintesi, quando la Russia sarà pronta «we’ll be ready, we’ll be there». Sono i tempi verbali che non lasciano scampo.

Ma dicevamo, appunto, che Washington deve tenere a bada un doppio fronte. Sempre sul fronte interno, ovviamente, non si può pensare davvero che improvvisamente tutti i vertici americani nei loro uffici pendano per una soluzione compromissoria del conflitto e non agognino più a quel “perverso” piano di una balcanizzazione definitiva della fastidiosa Russia. Anzi, l’appello di Biden all’unità dei fronti è leggibile, per ragionamento contrario, come un chiaro segnale di divisione all’interno. Dopotutto, l’appello a serrare i ranghi si fa proprio quando i soldati non sono in fila.

Sul fronte europeo, invece, le parole di Biden e Blinken, assieme alle rivelazioni dell’intelligence USA tramite il New York Times, che accusano frange del governo ucraino (quindi non proprio tutto) di essere dietro all’assassinio della figlia di Dugin, Daria Dugina, sono una vera e propria dichiarazione urbi et orbi.

Oltre che la conferma a Mosca della “ricezione del suo messaggio”, Washington cerca di riprendere il controllo dei suoi partner dall’altra parte dell’Oceano. In particolar modo proprio di Kiev. Non è una novità che gli USA non sono mai stati intenzionati a combattere foot on the ground per l’Ucraina, e tantomeno ad iniziarvi uno conflitto atomico con la Russia. Le rivelazioni dei servizi segreti statunitensi, dunque, rientrano a pieno nel consolidato approccio della Casa Bianca di rifiuto delle iniziative terroristiche dell’alleato ucraino. Sono considerabili tanto una condanna quanto un monito: bisogna stare attenti a giocare con il fuoco.

La Russia di Putin ha messo da tempo dei paletti, “linee rosse”, ma Kiev non è sembrata mai troppo curante di ciò perseguendo invece una linea oltranzista: l’incrociatore Moskva, bombardamenti sporadici limitrofi ai confini russi (quelli tradizionali, per farci capire) e il più recente attacco al ponte Kerch, con tanto di rivendicazione sui social in stile terrorista. 

«There’s a lot at stake». C’è molto in gioco, sia dentro casa che fuori, e gli USA lo sanno. Per questo i toni ora devono cambiare. Il problema però sarà quello di trovare una soluzione a due fattori che stanno diventando sempre più grandi dei due uomini al centro di tutto: Putin e Zelensky. 

Il Presidente Ucraino se si ferma è perduto dato che la sua presa interna si basa sulla coesione nazionale creatasi ovviamente dopo l’attacco e su una narrazione “romantica” oltranzista: avanti fino alla fine. L’Ucraina è disposta a combattere fino all’ultimo perché animata da un senso di riscatto e vendetta (fiamma che la recente offensiva contribuisce ad aizzare ancora di più). 

Il Presidente russo se si ferma è perduto perché da un lato, se davvero troverà un compromesso all’insegna della crisi dei missili di Cuba, come auspicato da Biden, la sua testa dovrà molto probabilmente essere la prima a saltare (come fu poi sessant’anni orsono la sorte del suo alter ego Kruscev). Dall’altro, in gioco c’è il ruolo-prestigio (molto sentito in patria) dell’Impero russo, che non può vedersi sconfitto proprio da uno di quegli Stati che, nell’interpretazione “putiniana” della storia, è un suo derivato, un suo prodotto.

«There’s a lot at stake». Per Biden, Zelensky, Putin. E non solo.

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