Se tre indizi fanno una prova, Biden ricerca allora il dialogo con Putin

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In questa fase del conflitto russo-ucraino, Washington sembra muoversi due binari: sostegno militare a Kiev e snodo diplomatico. Alcuni segnali fanno infatti ipotizzare come Biden stia cercando un dialogo per riportare Putin a più miti consigli.

Dal momento in cui il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha scatenato nel febbraio scorso l’offensiva contro l’Ucraina, il presidente americano Joe Biden è stato uno dei principali sostenitori del presidente ucraino Zelensky. Gli Stati Uniti hanno infatti rifornito con una serie di piani d’aiuto l’esercito ucraino di equipaggiamento e armi militari, tanto che alcuni analisti sono arrivati ad equiparare, forse troppo frettolosamente, che lo scontro tra Kiev e Mosca si fosse di fatto trasformato in una guerra a viso aperto tra Washington e la Russia, finendo per etichettare il Capo della Casa Bianca come “guerrafondaio” e giungendo alla conclusione che  ‘l’America non vuole la pace’.

Per comprendere al meglio il complesso mondo delle relazioni internazionali è utile spesso riuscire a saper “leggere tra le righe” le dichiarazioni dei leader e degli esponenti di governo, nonché quelle di ambasciatori e diplomatici. È in questa accezione che, nelle ultime settimane, da Washington sembrano essere partiti chiari segnali diretti al Cremlino. Analizzarli potrebbe consentire di gettare un po’ di luce e chiarire, con la dovuta modestia, la complessa situazione in Ucraina.

Primo indizio: il dialogo è stato attivato

Il dialogo tra potenze assomiglia spesso ad una danza scandita da precisi rituali. Per intenderci: sarebbe “fantapolitica” ritenere che il presidente americano possa recarsi a Mosca tenendo fra le mani un ramoscello d’ulivo. Ma per iniziativa di Washington i canali diplomatici tra le due superpotenze sembrano comunque essere stati attivati e i messaggi necessari, inviati. Nelle ultime settimane se ne contano almeno tre di straordinaria importanza. Uno è stato pubblicato in prima pagina sul New York Times. Le agenzie di intelligence americane hanno infatti scientemente fatto trapelare la propria presa di distanza rispetto all’attentato in cui ha perso la vita Darya Dugina, figlia dell’ideologo di Putin, Aleksander Duginattribuendo la responsabilità a “parti del governo ucraino”.

Una precisazione non banale, anzi decisiva, studiata a tavolino per rivolgere un messaggio sì a Mosca ma soprattutto a Kiev, in specie al presidente Zelensky. Su questo aspetto la Casa Bianca è stato chiara: “non ti seguiremo”. Inoltre i funzionari americani hanno negato di essere stati messi al corrente dell’operazione in anticipo, affermando che si sarebbero fermamente opposti qualora fossero stati consultati, e dichiarato di aver ammonito in seguito gli omologhi ucraini per aver compiuto una mossa che potenzialmente avrebbero potuto gettare ulteriore benzina sul fuoco al conflitto.

Come interpretare questa svolta? Anzitutto con l’intento di “rassicurare” Putin ovverosia non è intenzione degli americani tramare per spodestarlo, eliminando i suoi riferimenti. Washington non infatti non ricerca “l’umiliazione” del nemico ma si accontenterà che prenda atto della sconfitta.

Il secondo indizio: fornire una via d’uscita a Putin

Il secondo messaggio inviato a Mosca è arrivato direttamente da Biden in persona. Prendendo parte ad una raccolta fondi democratica a casa di James Murdoch, figlio dell’editore del Wall Street Journal Rupert, il Capo della Casa Bianca ha confessato ai suoi sostenitori che “per la prima volta dalla crisi dei missili cubani, abbiamo la minaccia di un’arma nucleare“. Biden ha poi aggiunto: “Stiamo cercando di capire: qual è la via d’uscita di Putin? Come reagirà quando capirà di aver perso non solo la faccia, ma anche il potere? Abbiamo a che fare con un tizio che conosco decisamente bene.

Non scherza quando parla di un potenziale uso delle armi tattiche nucleari o di armi chimiche o biologiche, perché il suo esercito si sta comportando molto male. E non penso che ci sia la capacità di usare un’arma tattica atomica senza finire nell’Armageddon”. Perché Biden ha pronunciato queste parole davanti ai propri sostenitori, ben sapendo che sarebbero poi state riportate dai media di tutto il mondo? Il messaggio aveva un destinatario molto preciso ovvero Vladimir Putin.

Attraverso le sue parole il Capo della Casa Bianca ha di fatto detto allo “zar” che ha tutta la sua attenzione e considerazione. L’America ha preso infatti sul serio l’avviso del Cremlino sul possibile uso dell’arma atomica, il “non è un bluff” pronunciato da Putin riguardo al possibile impiego dell’arma da parte di Mosca.

Terzo indizio: le parole di Blinken ( e nuovamente quelle di di Biden)

A completare il quadro c’è il terzo segnale, ovvero quello inviato dal numero uno della diplomazia di Washington, Antony Blinken. Il segretario di Stato, in visita ufficiale in Perú, ha definito il suo Paese “pronto” a cercare una soluzione diplomatica con la Russia. “Quando la Russia dimostrerà seriamente di essere disposta a intraprendere la strada del dialogo, noi saremo pronti. Noi ci saremo”. Pur ammettendo che “purtroppo, al momento, tutto punta nella direzione opposta”, Blinken ha ribadito che la guerra “può essere risolta solo attraverso la diplomazia“.

Il messaggio, anzi, i messaggi, di Washington sono stati chiari. A completare il quadro giungono nuovamente le parole di Biden: “Vedere Putin? Dipende da cosa vuol discutere”. In un intervista alla CNN il Capo della Casa Bianca ha comunque detto di non aver intenzione di incontrare il leader russo al prossimo G-20 ma ha comunque lasciato aperto uno spiraglio qualora Putin volesse sembrare propenso a parlare del rilascio di Brittney Griner, la campionessa americana di basket fermata a Mosca lo scorso febbraio con l’accusa di possesso di stupefacenti.  Spesso la storia ama ripetersi: il 10 aprile del 1971 gli atleti a stelle e strisce della Nazionale di tennis-tavolo furono i primi americani a mettere piede a Pechino dall’avvento di Mao, rompendo così il muro della diffidenza tra Stati Uniti e Cina e inaugurando una nuova era tra i due Paesi.

Oggi, in maniera analoga, una querelle di carattere sportivo potrebbe riavvicinare Mosca e Washington. La Casa Bianca sembra dunque muoversi su due binari: sostegno militare da una parte e snodo diplomatico, dall’altra. I diplomatici sono pronti a intervenire, ma solo se e quando la Russia lancerà il segnale di voler discutere seriamente una via d’uscita negoziata alla guerra in Ucraina. A indicare la direzione fu anche il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price: “Abbiamo dimostrato più volte che crediamo nella forza del dialogo e nell’efficacia e l’utilità delle linee di comunicazione aperte”. Il punto sarà trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti: Mosca pare non esser intenzionata a rinunciare ai territori annessi (forse qualche concessione la potrebbe fare solo su Zaporizhia), mentre Biden ricerca a tutti i costi di riguadagnare la fiducia dei suoi cittadini flagellati da inflazione e crisi post Covid.

La Casa Bianca comincia inoltre a porsi l’interrogatorio sulle sorti di Putin e della Russia. Informazioni di intelligence passate al Washington Post parlano di «divergenze» nella cerchia ristretta del Cremlino. Uno dei timori è che i falchi come il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, e il capo della Wagner, Evgenij Prigozhin, provino un “colpo di mano” per rimpiazzare il ministro della Difesa, Serghej Shojgu, il qualche verrebbe sostituito da Aleksej Djumin, che è stato guardia del corpo di Putin, ex vice ministro della Difesa e oggi governatore di Tula. Anche per questa serie di ragioni, Washington sta cercando di intavolare una strada di dialogo.  L’arrivo del “Generale Inverno” potrebbe essere l’occasione per riportare Putin a più miti consigli.

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