Gli oggetti della geopolitica: l’economia

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Fonte Immagine: https://www.startmag.it/economia/come-va-economia-ecco-cosa-dicono-le-banche/

Quando si parla di geopolitica i fattori da considerare sono moltissimi. Per orientarsi in maniera tale da comprendere il quadro all’interno del quale ci si trova, è necessario non confondere i vari livelli di ragionamento. I punti di vista analitici sono tutti trasversali tra i vari stati e rendono fluide le relazioni internazionali spostando in continuazione il sistema di potere, i rapporti di forza, rompendo gli equilibri e ricreandone di nuovi.

Ognuno di questi fattori è indispensabile per la realizzazione della carta d’identità di ogni nazione e per collocarla all’interno del sistema di potere, ma da solo non sufficiente a spostare a proprio favore ed in maniera netta l’ago della bilancia dei rapporti tra paesi. L’economia è il primo oggetto della geopolitica che merita un approfondimento.

Il PIL, investimenti esteri, export

     Il termine di paragone più utilizzato e con cui abbiamo più familiarità è il PIL, ma non meno importanti sono importazioni ed esportazioni. La situazione del PIL del 2021 delle prime 10 economie mondiali è la seguente (a seguire il PIL del 2010):

https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD?most_recent_value_desc=true
https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD?end=2010&most_recent_value_desc=true&start=1991

     Più è solida l’economia di un paese, maggiore è lo spazio di manovra a 360°. Un’economia compatta permette la concentrazione di risorse in diverse aree, ad esempio: lo sviluppo all’interno dei confini nazionali attraverso la ricerca permette alle giovani generazioni di rimanere e non emigrare, mantenendo bassa l’età media nazionale, raccogliendo energie su nuove scoperte, attirando giovani provenienti da altre nazioni e concentrando cosi l’attenzione su di sé espandendo gli orizzonti della conoscenza umana con novità assolute a livello scientifico; lo sviluppo tecnologico permette ad una nazione di essere all’avanguardia sotto diversi aspetti come tecnologie informatiche, spaziali, militari (terrestre, marittimo, aereo), sanitarie, energetiche; lo sviluppo logistico/infrastrutturale accorcia le distanze, i tempi di attraversamento, i tempi di attesa, le quantità trasportate. Il PIL influenza anche la spesa pubblica per l’istruzione, per la sanità, per l’assistenza ai più fragili e per le pensioni. Senza ombra di dubbio investire nella ricerca e sviluppo permette di poter raggiungere i risultati sopra elencati, diminuendo la dipendenza da altre nazioni. 

     L’altra area è la capacità di poter influenzare ed imporre la propria volontà su ciò che accade al di fuori dei propri confini. Soprattutto dal punto di vista bellico e per motivi di sicurezza nazionale, appartenenti alla più grande ed unica ragione della volontà che il centro della scena mondiale resti o si sposti a proprio favore, ingenti risorse economiche permettono di poter stabilire in luoghi nevralgici centri militari di controllo che permetterebbero rapidi attacchi o risposte ad eventuali minacce oltre ad hub destinati alla circolazione delle merci e l’accesso facilitato ai capitali utili alla crescita economica.

     Gli investimenti esteri sono in particolar modo importanti per una nazione poiché hanno duplice utilità: sono mercati di sbocco in terra straniera e nei paesi più poveri offrono l’opportunità di costruire infrastrutture utili al proprio tornaconto (strade, oleodotti, gasdotti, hub per lo sfruttamento delle risorse locali, oltre alla possibilità di sfruttarne la giovane manodopera). La Cina ha visto un aumento vertiginoso degli investimenti in Africa nell’ultimo ventennio, diventando un partner più vicino di quanto lo siano gli USA. 

https://blogs.lse.ac.uk/africaatlse/2021/04/02/why-substantial-chinese-fdi-is-flowing-into-africa-foreign-direct-investment/

     È naturale pensare che la Cina voglia spostare il baricentro dei rapporti di forza internazionali su di sé scalzando il primato statunitense. Questo passaggio deve, per forza di cose, passare dal monopolizzare l’economia e siccome il colonialismo dei territori è terminato, va sostituito con quello dei mercati. Seguendo il grafico, da circa un decennio la Cina ci sta riuscendo meglio dei rispettivi rivali almeno in Africa. In generale però, come si può osservare dal grafico sotto (dal 1970 – al 2020), gli USA hanno ancora il monopolio sui flussi di denaro per investimenti esteri diretti rispetto alla Cina che può vantare un trend più lineare e bilanciato nel tempo (è indicato il differenziale tra i flussi in uscita ed in entrata).

https://data.worldbank.org/indicator/BM.KLT.DINV.CD.WD?end=2020&locations=CN-US&start=1970&view=chart

Non a caso l’accelerazione cinese è avvenuta a partire più o meno dal 2013, quando Xi Jinping lanciò la Nuova via della Seta (One Belt One Road). Questa è una nuova iniziativa che ha come obiettivi: 

  • sviluppo commerciale tra Cina ed Europa
  • accesso e diversificazione delle fonti energetiche
  • aumento dell’influenza politica ed economica cinese, spostando quindi il baricentro come prima potenza mondiale sostituendosi agli USA come attore globale oggi emergente
  • smaltimento della sovraccapacità produttiva cinese inondando i mercati con nuovi prodotti e tecnologia
https://www.corriereasia.com/la-nuova-via-della-seta/

Si stima che saranno coinvolte circa 4,4 miliardi di persone, 65 nazioni, il 29% del PIL mondiale, la pianificazione di una ferrovia ad alta velocità e 900 nuovi cantieri saranno aperti. Saranno sia i collegamenti terrestri che marittimi a permettere questa vasta operazione paragonabile (anche se non in termini numerici) ad un nuovo piano Marshall. È in questo modo che la Cina punta a far riemergere la propria storia millenaria e tornare alla ribalta.

     Anche il fattore export è indicativo dello stato di salute di un paese, soprattutto se il saldo con l’import è positivo. Dal 2009 la Cina è il primo paese esportatore al mondo, seguito da Stati Uniti e Germania ed un Giappone che negli anni ha visto allontanarsi queste tre potenze. Nel 2019 il maggior partner cinese per le esportazioni furono gli Stati Uniti, l’import maggiore arrivò invece da Corea del Sud e Giappone. La Cina rifornisce il mondo di apparati per la radiotelefonia, circuiti integrati, unità per lo storage dei dati, parti ed accessori di elaborazione dati, parti per apparecchi elettrici[1], sostanzialmente apparecchiatura di tipo hardware.

https://wits.worldbank.org/CountryProfile/en/country/by-country/startyear/LTST/endyear/LTST/tradeFlow/Export/indicator/XPRT-TRD-VL/partner/WLD/product/Total#

Indice sviluppo umano

Un altro indice da considerare per valutare il benessere di una nazione è quello di sviluppo umano. Questo è un indice multidimensionale alternativo al PIL e tra i diversi fattori sono considerati, per esempio, il tasso di alfabetizzazione, il PIL pro capite e la speranza di vita. Mediamente il livello si è alzato in tutti i paesi tra cui i più premiati sono le nazioni del Nord Europa con alti tassi di scolarizzazione e PIL pro capite. È interessante notare come la forbice tra Stati Uniti al 17° posto e Cina all’85° posto sia in questo caso molto ampia. Anche il Giappone è fuori dalla top ten al 19° posto. L’unico paese che figura tra le prime dieci sia per PIL che nell’indice di sviluppo umano è la Germania. 

https://hdr.undp.org/data-center/human-development-index#/indicies/HDI

Conclusioni

     È fuori discussione che il primato mondiale di potenza economica sia ancora a stelle e strisce ma è altrettanto innegabile che la Cina abbia lanciato il guanto di sfida con l’obiettivo di diventare la prima forza economica con cui chiunque dovrà fare i conti. D’altronde la Cina ha un passato di grande ricchezza sviluppatasi soprattutto nei territori attigui al fiume Giallo e fiume Azzurro. La Casa Bianca è cosciente del fatto che lo status quo sia in pericolo (dal loro punto di vista) ed ogni piccola erosione di potere vada a vantaggio di altri attori emergenti (non solo la Cina). Il revisionismo cinese pare inarrestabile e la perdita di forza economica e quindi politica degli Stati Uniti sarà pagata a caro prezzo. In termini di breve periodo (10 anni), a meno di particolari situazioni e stravolgimenti internazionali, ci sarà un testa a testa tra americani e cinesi. A medio termine (30 – 40 anni) la Cina avrà quasi raddoppiato il PIL americano. Sul lungo periodo (70 – 80 anni) è da analizzare quanto altri fattori avranno inciso in passato e incideranno in futuro sulla crescita economica. Prendendo in considerazione la proiezione sull’invecchiamento della popolazione, l’età media cinese dovrebbe essere superiore anche all’Europa già nel 2050. Ciò significherebbe minor forza lavoro, quindi il PIL crescerebbe a tassi inferiori (ma non solo per questo motivo). Altro fattore da non sottovalutare, con cui certamente sarà necessario confrontarsi, è la crescita dell’India. Dal 2010 al 2021 è l’unica nazione tra le prime 10 con il PIL più alto ad averlo quasi raddoppiato. Altri fattori come eventuali conflitti e problemi legati al cambiamento climatico non sono secondari, ma nemmeno calcolabili. Oggi i mercati parlano americano, domani si comunicherà anche in cinese, sul lunghissimo periodo anche l’India desidererà la sua fetta. Una previsione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sul PIL nel 2060, premia l’India al secondo posto dietro la Cina; USA solo medaglia di bronzo.

https://data.oecd.org/gdp/gdp-long-term-forecast.htm

     Si tratta pur sempre di previsioni, ma se analizziamo il trend sulla percentuale di PIL mondiale di Stati Uniti e Cina a partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (questo avvenimento ha alterato in maniera irreversibile l’ordine mondiale stabilito alla Conferenza di Jalta) possiamo dedurre quanto segue: nel 1992 la Cina deteneva l’1.6% del PIL mondiale, gli Stati Uniti il 25.6%. Nel 2000 la Cina aveva più che raddoppiato con il 3.5% del PIL mondiale, gli americani il 30.3%. Nel 2008, anno della crisi economica, la Cina aveva ancora raddoppiato passando al 7.1%, alla Casa Bianca si tremava siccome passarono al 23%. Prima della COVID19, nel 2019, la Cina aveva ampiamente raddoppiato con il 16.2% del PIL mondiale. La crescita occidentale nel 2019 ha firmato la stagnazione con gli Stati Uniti al 24.3%. Al 2060 la Cina dovrebbe raggiungere il 26% del PIL mondiale mentre gli USAdovrebbero crollare al 15.5%. Ciò non significa per forza che i tassi di crescita diminuiranno ma piuttosto un circolo virtuoso indiano e indonesiano, sulla falsariga di quanto sperimentato alcuni decenni prima dalla Cina, alzerà il livello di competizione economica.


[1] https://wits.worldbank.org/countrysnapshot/en/CHN

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