La Corea del Sud vuole il nucleare (e Yoon vacilla)

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Fonte Immagine: https://www.koreaherald.com/view.php?ud=20220313000220

Le minacce costanti e sempre più aggressive della Corea del Nord, secondo alcuni sondaggi, portano la popolazione del Sud a chiedere a gran voce lo sviluppo di un arsenale nucleare; “intrappolato” tra le richieste degli alleati statunitensi e quelle del suo Paese il presidente Yoon Suk-yeol pare non fornire risposte concrete.

A causa della crescente tensione tra il Nord e il Sud del Paese, dovuta dall’incremento costante dei test missilistici da parte di Pyongyang e dall’altra da un rafforzamento delle relazioni militari con gli Stati Uniti in chiave difensiva da parte della Corea del Sud, sempre più voci a Seoul chiedono al governo Yoon di prendere seriamente in considerazione la possibilità che la Repubblica di Corea si doti al più presto di un arsenale nucleare.

Le opzioni richieste in tale possibilità sarebbero in realtà duplici: o la Corea del Sud si dota di un proprio arsenale nucleare (contravvenendo tuttavia al Trattato di non proliferazione, o TNP) o gli Stati Uniti provvedono al riposizionamento di propri armamenti nucleari tattici nel territorio della Repubblica coreana come accade in alcuni Stati NATO non-nucleari.

Entrambe le opzioni tuttavia paiono incontrare una dura resistenza sia da parte dell’amministrazione centrale sia da parte degli alleati americani, mentre i rapporti col Nord si possono ormai definire ai minimi storici, se si prende in considerazione un periodo di tempo sufficientemente contenuto. Ne sono prova alcuni sondaggi resi pubblici nei giorni scorsi. In particolare, l’ultimo sondaggio dell’Università nazionale di Seoul (o dall’inglese, SNU) mostra come il 55.5% delle persone intervistate siano favorevoli alla realizzazione di un programma nucleare indigeno, le quali corrisponderebbero a un impressionante 10% in più rispetto ai dati dell’anno precedente.

Inoltre, dato forse ancora più allarmante per il governo Yoon, la grande maggioranza dei cittadini coinvolti nel sondaggio, il 92.5%, non crede nella possibilità che il Nord dia mai inizio a un’opera di denuclearizzazione del Paese; parallelamente, si conferma il trend in calo per quanto riguarda le persone convinte che la denuclearizzazione di Pyongyang sia una questione “urgente”. Se a tali dati si aggiungono quelli relativi a una possibile riunificazione della penisola, la situazione appare ancora più drammatica: il 31.6% degli intervistati ritiene “impossibile” un simile scenario, con percentuali in rialzo quando si osserva le fasce giovanili; dati questi mai raggiunti a partire dal 2007 (primo anno del sondaggio annuale della SNU).

Sebbene la Cina si confermi quale minaccia principale per i cittadini della Repubblica di Corea, la Corea di Kim Jong-un rimane salda al secondo posto e per motivazioni innegabilmente concrete. Non solo parrebbero infatti confermate le voci secondo cui Pyongyang stia per effettuare il suo settimo test nucleare, il quale secondo fonti di intelligence potrebbe avvenire tra la fine di ottobre e metà novembre, ma l’ultima serie di lanci missilistici partiti dal Nord, stando alle dichiarazioni dello stesso “Leader Supremo”, si sarebbe di fatto configurata come una vera e propria simulazione di un attacco nucleare contro Seoul.

Sulle testate missilistiche, infatti, secondo quanto riportato da Pyongyang, sarebbero state montate delle false testate nucleari che, sotto la guida di Kim, avrebbero colpito con successo punti strategici del (simulato) territorio sudcoreano; un “avvertimento” al Sud e agli Stati Uniti stando alle dichiarazioni delle élite del Nord.

Yoon Suk-yeol, presidente sudcoreano, avrebbe commentato gli ultimi sviluppi limitandosi a osservare come, a suo parere, la Corea del Nord non abbia nulla da guadagnarci da un reale uso dei propri armamenti nucleari. Le parole di Yoon rifletterebbero, secondo diverse personalità sia del mondo accademico sia del mondo politico sudcoreano, un atteggiamento volutamente vago per quanto riguarda le manovre difensive che il Sud dovrebbe tecnicamente implementare in caso di minacce sempre più concrete da parte del vicino nord.

Numerosi sono stati in varie interviste e dichiarazioni i riferimenti all’”Extended Deterrence Strategy and Consultation Group” (EDSCG), un organismo coreano-statunitense volto a implementare sistemi di difesa congiunti in risposta alle provocazioni nordcoreane.  L’ultimo incontro dell’EDSCG si è tenuto a Washington lo scorso 16 settembre (dopo una pausa di quattro anni) e, sebbene le aspettative da parte del pubblico sudcoreano fossero mediamente alte, parrebbe che quest’ultime siano state in parte disattese

Le dichiarazioni congiunte che hanno fatto seguito all’evento non avrebbero fatto altro che riaffermare la volontà di Washington di perseguire con determinazione l’obbiettivo condiviso della denuclearizzazione del Nord e di garantire la totale sicurezza del Sud in caso di attacco. Tuttavia, i recenti sviluppi internazionali, e in particolare la guerra in Ucraina, non hanno convinto diversi cittadini in mancanza di piani concreti in caso di minacce ancora più decise da parte di Pyongyang.

Si teme infatti che gli Stati Uniti decidano di abbandonare la penisola in caso di attacco per il timore di ritorsioni nucleari al proprio territorio, che facciano in sostanza “un passo indietro” rispetto a quanto promesso, similmente a quanto accaduto in Europa. Anche in Corea del Sud, infatti, nel 1991 gli Stati Uniti decisero unilateralmente di ritirare i propri armamenti nucleari dal territorio (la Corea del Sud risulta firmataria del TNP nel 1975), lasciando di fatto la Repubblica coreana priva di armi di distruzione di massa pari a quelle dello Stato del nord.

È interessante in tale contesto notare come, sempre in base al sopracitato sondaggio della SNU, nonostante si registri una percentuale del 40% degli intervistati favorevole a mantenere stretti rapporti con gli Stati Uniti, più della metà degli stessi intervistati si mostri favorevole a mantenere uno stato di neutralità nei contrasti fra Washington e Pechino (principale alleata della Corea del Nord). In parte, tale consenso deriva probabilmente dal fatto che un’alleanza sempre più decisa con Washington sfoci in un’alleanza trilaterale col Giappone, esplicitamente auspicata dallo stesso Yoon.

Il capo dell’opposizione ha di recente accusato Yoondi perseguire una politica di difesa “pro-giapponese”, la quale ha generato in alcuni il timore che anche all’interno del territorio sudcoreano possano essere installate delle basi appartenenti all’esercito di Tokyo. L’alleanza trilaterale è, d’altro canto, proprio uno degli obbiettivi americani nell’area ma il passato coloniale del Giappone ai danni della penisola coreana renderebbe difficile (o comunque poco “digeribile”) la realizzazione di un simile scenario.

Stando anche alle dichiarazioni di Hong Joon-pyo, che nel 2017 era a capo del Partito della Libertà di Corea (oggi confluito nel Partito del Potere Popolare di Yoon Suk-yeol), l’unico modo in cui Seoul può trattare da pari a pari con lo Stato di Kim Jong-un è attraverso lo sviluppo di un programma nucleare autonomo, slegato da qualsivoglia organismo statunitense.

Lo stesso Hong ha, tramite post su Facebook, messo in guardia il suo Paese circa la possibilità che la Corea del Sud possa presto trovarsi in una situazione simile all’Ucraina, con la Russia di Putin che minaccia concretamente l’utilizzo delle armi atomiche, rallentando di fatto il sostegno degli Stati Uniti al territorio invaso.

Sostanzialmente, si accusa l’attuale presidente di mostrarsi troppo “sottomesso” in riferimento alle politiche di Washington, il quale teme che “concedere” il nucleare a Seoul possa portare a una proliferazione dello stesso in tutta la regione, e di aver tradito le promesse fatte in campagna elettorale. Sebbene infatti Yoon Suk-yeol si fosse contraddistinto per una comunicazione aggressiva, specie per quanto riguarda i rapporti con la Nord Corea, una volta giunto alla presidenza abbia mantenuto una politica estera ambigua per quanto concerne Pyongyang. Yoon avrebbe infatti, al pari degli alleati americani, cercato timidamente di invitare il regime di Kim al dialogo aumentando tuttavia le esercitazioni militari nell’area e scatenando di conseguenza le reazioni negative del nord, che al momento rifiuta ogni tipo di rapporto diplomatico. 

Dal quadro appena esposto, emerge sicuramente una popolazione preoccupata ma la politica continua al momento a fare il suo scorso mentre le possibilità di dialogo (e di pace) sfumano progressivamente in un contesto in cui la corsa agli armamenti si fa terribilmente calda. Sarà sicuramente interessante notare come il presidente Yoon accoglierà la sfida di mantenere saldi i propri legami con gli alleati occidentali senza perdere il consenso del suo popolo.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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