Verso Cop27. Perplessità e interrogativi su una Conferenza “di transizione”

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Con l’avvicinarsi dell’appuntamento per Cop27, in programma a Sharm el-Sheikh del 6 al 18 novembre prossimo, riemergono alcune perplessità e alcuni interrogativi che riguardano sia le scelte operate dal discusso anfitrione, l’Egitto, sia l’atteggiamento che terrà quest’ultimo nei confronti degli attivisti: sarà possibile esprimere un reale dissenso? Sarà un’occasione per parlare di diritti umani?

Sin dal momento in cui è stato ufficializzato il passaggio di testimone da Glasgow al Cairo, l’opportunità che fosse proprio l’Egitto a ospitare la prossima Conferenza delle Parti è stata al centro di numerose polemiche. Fu ritenuta allora la migliore scelta possibile per una Cop27 a guida africana, in ragione del fatto che nessun altro paese del continente sarebbe stato in grado di ospitare un evento internazionale di così ampia portata, garantendo l’impegno e le risorse (finanziarie, tecnologiche e logistiche) necessarie per la sua riuscita, soprattutto sul piano della sicurezza. L’Egitto, peraltro, non è nuovo a eventi di grande rilevanza e di grande impatto mediatico internazionale. 

Per l’Egitto del Presidente Abdel Fattah Al-Sisi, essere anfitrione di Cop27 significa avere puntati i riflettori di tutto il mondo ed esporsi ad un esame misto a giudizio internazionale su annose questioni, in realtà mai sopite, prima tra tutte il rispetto dei diritti umani, una materia per quale l’Egitto non gode di buona fama. Con l’avvicinarsi dell’inizio dei lavori, 36 organizzazioni non governative hanno chiesto al Governo del Cairo di offrire spazi concreti alla libertà di espressione, di riunione e di protesta pacifica.

Il Ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri – Presidente designato della Conferenza delle Parti – aveva “promesso” che l’Egitto avrebbe consentito la manifestazione del dissenso ai margini della Conferenza, sia disponendo spazi appositi, sia consentendo – come di consueto – l’accesso e la partecipazione diretta a una giornata negoziale. Una sorta di dissenso controllato o comunque limitato che non risponde al più importante interrogativo: quale dissenso sarà consentito al di fuori di questo spazio che rischia di non essere realmente libero. 

Tradizionalmente, la Conferenza sul clima è accompagnata da una grande presenza di attivisti che si riversano sulle strade dei paesi ospitanti con slogan e striscioni, creando di fatto una sorta di meeting parallelo, che si pone l’obiettivo di sfruttare i riflettori per promuovere un’agenda di reale intervento per fare fronte ad una conclamata crisi climatica che è moltiplicatrice di ingiustizie e diseguaglianze. Il clima generale nel Paese e la difficile fase che attraversa, unita all’attuale legislazione vigente lasciano poco spazio a previsioni ottimistiche.

L’attuale normativa (L. 107/2013), che si inserisce nel più ampio quadro della L.10/1914, vieta di fatto le manifestazioni politiche pacifiche e attribuisce agli agenti di sicurezza un ampio margine di azione, come aveva denunciato Human Rights Watch sin dalla sua entrata in vigore. Suddetta legge aveva portato a una Risoluzione del Parlamento Europeo del 2014 che «considerando la libertà di espressione e la libertà di riunione pilastri indispensabili di una società democratica e pluralistica» e richiamando espressamente la stessa Costituzione egiziana che contempla (ex artt. 65-73 e 75) la libertà di pensiero, di riunione e di opinione, chiedeva alle autorità egiziane un “cambio di rotta”, in aderenza non solo al proprio dettato costituzionale ma anche agli obblighi giuridici internazionali. 

Presentato dal governo egiziano come momento di implementazione di Cop26, l’imminente incontro a Sharm el-Sheikh sembra più destinato a essere di transizione verso Cop28 che si terrà l’anno prossimo a Dubai. Sarà interessante osservare quali scelte verranno fatte, anzitutto sulla nomina della Presidenza: anche negli AEU il Ministero dell’Ambiente è guidato da una donna – Mariam bint Mohammed Almheiri – così come in Egitto, il quale però ha preferito affidare il timone al Ministro degli Esteri e non a una forse più adeguata, per competenza, Ministra dell’Ambiente Yasmine Fouad, scienziata climatica di altro profilo internazionale, cui è stato assegnato un ruolo di secondo piano, quello di coordinatrice. Nell’ambito della Conferenza delle parti non è la prima volta che assistiamo al superamento delle competenze da parte del potere politico e questa è di per sé una scelta marcatamente politica.

Né implementazione né transizione ma semplicemente farsa per i più severi oppositori e critici del Governo di Al-Sisi e per i più importanti attivisti per il cambiamento climatico: è opinione diffusa che il  ra’īs sfrutterà il palcoscenico per “ripulire” la propria reputazione e l’immagine internazionale dell’Egitto, senza che questo produca risultati apprezzabili nel dibattito sui diritti umani e sulla lotta al cambiamento climatico, per il quale il continente africano paga già un prezzo molto alto.

Laurea in Governance e Sistema Globale conseguita presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Cagliari con una tesi intitolata "Essere musulmani europei. Un'identità plurale e in divenire". Il suo principale ambito di ricerca riguarda la presenza musulmana in Europa, con particolare attenzione ai rapporti tra le comunità islamiche e gli Stati. Particolare attenzione è rivolta altresì all'area Vicino e Medio Orientale, nello specifico all'Egitto.

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