L’ETERNA LOTTA DELLE DONNE IRANIANE

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Fonte Immagine: https://www.today.com/news/news/iranian-women-are-cutting-hair-burning-headscarves-protest-rcna49120

La posizione delle donne in Medio-oriente è da sempre fortemente criticata dalla cultura occidentale. I recenti avvenimenti accaduti in Iran hanno (ri)acceso i riflettori sulla questione dei diritti delle donne musulmane, e sulla possibilità di un “Iran senza velo”. 

Il Medio-oriente è conosciuto come uno dei luoghi in cui i diritti delle donne sono soggetti a più restrizioni. I Paesi dell’area mediorientale, infatti, sono quelli più restii ad accettare la parità di genere, e l’Iran è uno di quelli in cui le donne si trovano ad affrontare maggiori ostacoli alla propria libertà di espressione e pensiero. A tal proposito, l’obbligo di portare il velo è sempre stato uno degli obblighi più contestati all’interno Paese.

Le proteste sono iniziate nel momento in cui è stato imposto, ossia con la rivoluzione islamica del 1979 che ha visto la caduta dello scià e la presa del potere da parte dell’Ayatollah Khomeini come guida spirituale del Paese. Il cambio di regime causò grandi trasformazioni all’interno del Paese, e i diritti delle donne subirono un brusco rallentamento, tanto che un giornale locale fortemente conservatore è arrivato a definire l’uguaglianza di genere come “unacceptable to the Islamic Republic”.

La posizione delle donne in Iran è stata più volte denunciata dalle principali ONG, come Human Rights Watch e Amnesty International, che si sono adoperate un ampliamento dei diritti delle donne, a cui era vietato perfino di assistere agli eventi sportivi maschili. A questo riguardo, risulta rilevante la campagna portata avanti da Human Rights Watch, #Watch4Women, che chiedeva alla federazione internazionale di pallavolo di escludere l’Iran dai futuri tornei internazionali.  

Uno degli obblighi che ha generato maggiore dissenso è sempre stato quello di portare il velo, introdotto, per l’appunto, in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, in base al quale le donne sono obbligate a portare l’hijab in pubblico. La cosa sconvolgente è che tale vincolo è esteso anche alle bambine che frequentano le scuole elementare, aspetto che dimostra l’eccessiva rigidità della norma.

La comunità femminile iraniana si oppone da sempre all’obbligo di indossare il velo: la resistenza delle donne è iniziata quando il leader supremo Ayatollah Komeini ha reso la norma vincolante nel 1983. È importante specificare come le proteste sull’obbligo del velo non sono originariamente direttamente collegate a un’opposizione del regime dell’Ayatollah.

Infatti, molte delle donne che hanno dato il via alle proteste sono infatti le stesse che hanno partecipato attivamente alla rivoluzione islamica; esse appoggiavano un rovesciamento dello scià, ma allo stesso tempo temevano un peggioramento della loro condizione nel Paese, tanto che lo slogan delle prime manifestazioni che hanno seguito la rivoluzione era: “We didn’t have a revolution to go backwards”. 

L’imposizione del velo è stata oggetto di proteste in ragione del suo carattere estremamente vincolante. Prima della rivoluzione, molte donne lo indossavano volontariamente per una serie di ragioni, come la tradizione religiosa. Quando il dress code è diventato un obbligo, l’hijab è passato dall’essere un simbolo identitario a un simbolo di oppressione, segno dell’ineguaglianza di genere dilagante nel Paese.

Il rispetto di tale obbligo è oggi controllato dalla polizia morale religiosa, istituita nel 2005 per volontà della parte più conservatrice del regime, e ha il compito di “proteggere” l’etica e i valori iraniani. Le loro azioni sono spesso state contestate per il carattere violento che ha assunto nei confronti delle donne e del loro stile, che va oltre l’utilizzo dell’hijab. Molte di esse, infatti, hanno raccontato di essere state rimproverate o fermate perché indossavano il rossetto, jeans strappati o gonne non abbastanza lunghe, per cui vengono considerate “non vestite correttamente”.

La repressione della polizia religiosa assume spesso livelli esagerati. Già nel 2019 aveva colpito l’arresto e la condanna di tre donne a più di 30 anni di carcere per non aver portato il velo e protestato pacificamente in favore del diritto della comunità femminile iraniana nel decidere sul proprio corpo. La polizia religiosa le ha arrestate per “incitamento alla prostituzione”, il che rende evidente la gravità delle problematiche che le donne devono affrontare in Iran. 

L’atteggiamento della polizia costituisce ormai una triste abitudine che le donne da sempre cercano di combattere scendendo in strada, nonostante le violenze che subiscono. Il culmine è stato forse raggiunto il mese scorso, quando una ragazza di 22 anni originaria del Kurdistan iraniano, Masha Amini, è stata arrestata perché non stava indossando correttamente il velo, ed è morta qualche giorno più tardi in prigione. Le vere ragioni del decesso non sono ancora note, e probabilmente non lo saranno mai. La polizia religiosa sostiene che la ragazza sia morta per problemi di salute, ma sono diversi gli indizi che portano a credere che la causa risieda nelle percosse ricevute dalle forze dell’ordine.

Gli avvenimenti che hanno coinvolto Masha Amini sono stati alla base di forti proteste che hanno visto le strade di Theran riempirsi di uomini e donne che dimostravano il malcontento contro le severe regole a cui devono sottostare le donne, bruciando l’hijab e tagliandosi i capelli. Anche le scuole sono diventate il luogo delle manifestazioni: studenti e studentesse, sia dell’università che delle scuole superiori, da giorni sfilano tra i corridoi delle loro scuole intonando cori estremamente forti ed espliciti come “morte al dittatore” e “i mullah devono andare via”, a dimostrazione che il malcontento generale ha radici molto più profonde del dress code obbligatorio per le donne.

Le proteste continuano ormai da quasi un mese, e hanno assunto dimensioni globali: donne e uomini di tutto il mondo stanno mostrando il loro supporto alla popolazione iraniana, replicando gli slogan utilizzati nel Paese. L’eco mediatico della vicenda è estremamente importante per mettere in luce la difficile situazione in cui vivono le donne iraniane, che rischia di essere oscurata dallo stesso governo, che in casi del genere tende a limitare l’accesso a Internet per bloccare la fuga di notizie. 

La reazione di forte indignazione sociale che è seguita alla morte di Masha ha messo in luce il malcontento della popolazione nei confronti del regime iraniano. Nel 2021, l’ascesa al potere del presidente Raisi, fortemente conservatore, ha imposto un corpo di norme estremamente rigido, non solo nei confronti delle donne, ma volto a regolare la vita pubblica dei cittadini iraniani in generale allo scopo di limitare la “corruzione organizzata nella società islamica”.

Tuttavia, come prevedibile, le nuove norme sociali hanno maggiori ripercussioni sulla comunità femminile, e l’opposizione della popolazione ha riacceso i riflettori su una questione che è ormai diventata normalità, ossia la repressione dei diritti delle donne che avviene nei Paesi musulmani, in cui regimi autoritari strumentalizzano la religione per giustificare il controllo che operano sulla vita delle persone. La costanza delle comunità femminili nella lotta per i loro diritti, e il loro continuo combattere nonostante le violenze che subiscono, dimostra che si è giunti a un limite che non può essere superato. Oggi, le donne iraniane sembrano il più determinate possibile a raggiungere i diritti che spettano loro, e sorge spontaneo chiedersi se, a questo punto, sia possibile immaginarsi un Iran senza velo.

A tal proposito, la storia ci insegna come i regimi autoritari e ultraconservatori riescano spesso ad avere la meglio sulle pretese e richieste dei cittadini. Sembra quindi difficile pensare che la popolazione iraniana, da sola, possa giungere a un rovesciamento del potere che apra la strada per l’ottenimento dei pieni diritti delle donne. Un briciolo di speranza viene però dato dalla posizione assunta anche dalla comunità internazionale, che sta mostrando solidarietà e appoggio alla causa iraniana, e che potrebbe contribuire a mantenere viva l’attenzione sulla questione, nonché a permettere un primo passo verso il cambiamento. 

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