ELEZIONI IN BOSNIA ED ERZEGOVINA: VERSO UN NUOVO FUTURO 

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Si sono tenute il 2 Ottobre scorso le elezioni politiche in Bosnia ed Erzegovina. Diverse cariche istituzionali sono state rinnovate evidenziando alcune novità che aprono a possibili cambiamenti nel paese.

Domenica 2 Ottobre si sono svolte le elezioni politiche in Bosnia ed Erzegovina. Le votazioni hanno rinnovato diverse cariche amministrative di un sistema politico definito tra i più complessi al mondo. I risultati restituiscono l’immagine di un paese ancora diviso, con dei trend costanti che rendono i concetti di stabilità e funzionalità lontane chimere. Tuttavia, si riscontrano alcuni segnali di novità e di cambiamento che vale la pena sottolineare e che potrebbero portare in futuro a drastici cambiamenti nel paese. 

Le elezioni hanno riguardato: i rappresentanti della presidenza nazionale tripartita (il membro di rappresentanza dell’etnia croata, dell’etnia bosgnacca e di quella serba), il parlamento nazionale, il parlamento delle due entità e la presidenza della Republika Srpska. 

Per quanto riguarda la presidenza tripartita la principale novità è racchiusa nella sconfitta dell’etno-nazionalismo bosgnacco. Denis Becirović, rappresentante dei Social democratici (SDP), ha infatti conquistato la vittoria con il 57% dei voti battendo il membro uscente della presidenza tripartita, Bakir Izetbergović, esponente del partito nazionalista bosgnacco (SDA). Becirović, sostenuto da gran parte dell’opposizione, ha puntato in campagna elettorale sulla proposta di un cambiamento nel sistema politico della Bosnia ed Erzegovina che faccia meno riferimento all’appartenenza etnica. 

Komšić è stato riconfermato come membro croato della presidenza. Incerta fino all’ultimo, la rimonta elettorale di Komšić dopo un iniziale vantaggio della nazionalista Kristo, ha sorpreso tutti. Komšić è infatti una figura estremamente divisiva tra i croati di Bosnia. Il riconfermato membro della presidenza è un riformista, sostenitore dell’eliminazione della divisione su base etnica nella politica bosniaca.

Già dalla precedente elezione del 2018, Komšić era particolarmente inviso a larga parte della popolazione croata di Bosnia che sosteneva che fosse stato eletto grazie ai voti dei Bosgnacchi (gli abitanti della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in larga parte di etnia bosgnacca, possono infatti votare anche per il candidato alla presidenza croata).

Come membro serbo, si è affermata con il 52% dei voti Zeljka Cvijanovićnazionalista dell’SNDS, stesso partito dell’uscente Milorad Dodik, che si è invece presentato come presidente della Republika Srpska, vincendo (non senza critiche) il mandato

Dodik, dopo essere stato eletto come presidente della Republika Srpska, ha infatti subito le accuse della candidata di opposizione, Jelena Trivić (PDP), che ha denunciato irregolarità elettorali durante le votazioni. L’iniziativa di Trivić è stata assecondata da manifestazioni popolari dei sostenitori dell’opposizione, che si sono riuniti già due volte nella piazza principale di Banja Luka per denunciare i brogli elettorali. Nel frattempo, la Commissione Elettorale Centrale del paese ha già deciso il riconteggio in 1000 seggi della Bosnia ed Erzegovina .

Il moto popolare scaturitosi con l’elezione di Dodik in Republika Srpska conferma una crescente sfiducia nei confronti del membro alla presidenza uscente e nei confronti del partito nazionalista che nel corso dello scorso anno ha più volte destabilizzato il paese facendo arrivare addirittura al timore di un nuovo conflitto armato. L’SDNS si conferma infatti vittorioso in Republika Srpska dal 2006 ma con percentuali sempre minori, un trend particolarmente evidente in questa ultima elezione che, indipendentemente dall’ipotesi brogli elettorali che è ancora tutta da verificare, ha visto un grande favore nei confronti di Jelena Trivić, la quale, benché anch’essa nazionalista, ha delle posizioni più moderate e più europeiste rispetto a Dodik. 

La composizione della presidenza tripartita, con due riformisti e una nazionalista potrebbe rappresentare l’inizio di un nuovo scenario per il paese, e magari, anche la speranza di riforme radicali al sistema imposto da Dayton che, a quasi 30 anni dal conflitto, si conferma un sistema estremamente disfunzionale, oltre che complesso. Tutto però, è ancora da vedere. Benché Dayton sia fallimentare da molti punti di vista, è infatti al momento il sistema più “sicuro” per il mantenimento della pace in Bosnia ed Erzegovina.

Non è infatti da escludere che eventuali proposte di modifiche sostanziali all’assetto politico del paese possano portare, anche in questo nuovo assetto istituzionale, alla radicalizzazione delle posizioni nazionaliste serbe che spingerebbero ancora di più su una secessione della Republika Srpska dal paese, e, allo stesso tempo, ad un moto di opposizione da parte di quei (molti) croati bosniaci che non si rispecchiano nelle posizioni di Komšić. Una prospettiva da evitare, soprattutto in un clima internazionale complesso come quello degli ultimi mesi.

Il futuro politico del paese resta incerto. Il progressivo allontanamento dalle posizioni etno-nazionaliste più radicali è sicuramente da rimarcare, ma un risvolto positivo di queste nuove tendenze non è da dare per scontato.

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