Il turning point della guerra russo-americana in Ucraina

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Fonte: Ministero della Difesa britannico

La guerra della Russia in Ucraina è giunta ad un decisivo punto di non ritorno. Le scelte politiche che assumeranno i principali attori e le connesse comparse plasmeranno il futuro del conflitto nei prossimi mesi o anni. 

“Anche l’uomo più giusto non può vivere in pace se ciò non garba al vicino malvagio”

Friedrich Schiller, Guglielmo Tell

Escalation russa

Le battute d’arresto subite sul piano militare dall’esercito russo nell’ultimo mese di contro-avanzata ucraina hanno costretto Vladimir Putin a rispondere con una serie di misure scalari sostanziatesi in un trittico di disperate mosse politiche. Prima l’annessione alla Federazione Russa delle oblast’ di Luhans’k, Donec’k, Zaporižžja e Kherson previ referenda farsa condotti sotto coercizione in territori neppure posseduti interamente dagli occupanti per legittimarne la russificazione in atto e l’uso di ogni mezzo necessario a difenderli, compresa l’opzione nucleare. 

Quindi, la mobilitazione tutt’altro che parziale di centinaia di migliaia di riservisti, le cui confuse e tardive modalità di convocazione hanno scatenato le critiche dei falchi ultranazionalisti che pretendono la “guerra totale” contro Kiev e che hanno già messo nel mirino il ministro della Difesa Sergei Shoigu, preso a capro espiatorio dei ripetuti fallimenti militari sul terreno. Il gioco dello scaricabarile delle colpe tra i siloviki per l’imbarazzante fallimento dell’operazione militare speciale appare essere soltanto all’inizio, con il cerino finito in mano agli alti comandi militari.

Infine, il ricorso alla retorica e alle minacce nucleari per terrorizzare le opinioni pubbliche occidentali, spaccare il fronte transatlantico e indurre Usa e soci ad elidere il vitale sostegno politico, economico e militare all’Ucraina. 

Dopo aver rilanciato la posta in gioco Mosca ha quindi gettato la palla in campo occidentale dicendosi disponibile a parlare con Washington, unico interlocutore geopolitico preso in considerazione dal Cremlino, consapevole che, dopo aver raggiunto il culmine dell’espansione territoriale in Ucraina, nei prossimi mesi l’esercito russo potrebbe perdere ulteriore terreno e quindi potere negoziale. Il probabile ruolo giocato dall’intelligence ucraina (Sbu) nella distruzione di una parte del ponte di Kerch che collega via gomma e via ferro la regione russa di Krasnodar alla Crimea, linea di comunicazione strategica e logistica vitale per rifornire le forze russe nell’Ucraina meridionale, né è un sinistro esempio.

In rappresaglia a quello che Putin ha definito un “attacco terroristico” organizzato dai servizi segreti ucraini (Kiev smentisce), Mosca ha condotto massicci attacchi missilistici da crociera e con droni kamikaze Shahed-136 di fabbricazione iraniana che hanno colpito edifici residenziali, scuole, ospedali e infrastrutture critiche civili e militari (centrali elettriche, sistemi di comunicazione, trasporto e di comando e controllo, difese aeree) in tutte le principali città ucraine, da Leopoli a Kharkiv, da Kiev a Odessa, lasciando intere aree del paese senza elettricità, acqua o riscaldamento. L’obiettivo è costringere al freddo la popolazione civile ucraina in vista della stagione invernale, spezzarne il morale e la volontà di resistenza. Prodromo del cambio di tattica disposto dal generale Sergei Surovikin, veterano di Siria e Cecenia designato da Putin come nuovo comandante supremo per sovraintendere alla guerra in Ucraina. 

Parallelamente, l’istituzione di una task-force congiunta russo-bielorussa potrebbe preludere all’apertura di un nuovo fronte di conflitto nel nord dell’Ucraina per costringere l’esercito di Kiev a distrarre una parte delle risorse belliche dalle controffensive a tenaglia nell’est e nel sud del paese.

Putin non può permettersi un tracollo in Ucraina perché è consapevole che nella storia russa alle più gravi sconfitte militari sono seguite riforme politiche che hanno ridotto la forza del centralismo autoritario e determinato la cessione di potere alle periferie dell’impero, il che a sua volta ha creato terreno fertile per l’esplosione di processi rivoluzionari in grado di travolgere il precedente regime incapace di opporsi al nuovo corso. Così, dopo la sconfitta subita per mano di francesi, inglesi, italiani e ottomani nella guerra di Crimea (1853-56) lo zar Alessandro II si trovò ad abolire la servitù della gleba. Dopo la più umiliante sconfitta mai subita dalla Russia nella guerra del 1904-05 contro l’impero giapponese fu istituita la Duma e si gettarono i semi per la rivoluzione dei Soviet che maturarono dopo il tracollo nella Grande Guerra, con l’abdicazione dello zar Nicola II e la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Escalation ucraina

Kiev ha risposto con fermezza all’escalation politica di Putin. Il governo Zelens’kyj ha ufficialmente richiesto di aderire alla Nato, ha emanato un decreto che vieta qualsiasi negoziato con la Russia fin quando Putin rimarrà al potere e ha accelerato la controffensiva nelle regioni di Kherson, Donec’k e Luhans’k, ottenendo importanti successi come la conquista della strategica città di Lyman.

La prima mossa segnala che per Kiev la neutralità non è più un’opzione. Tuttavia, si tratta di uno scenario di impossibile realizzazione (almeno nel breve termine). Non basta il sostegno ricevuto dal Canada e dai nove membri Nato dell’Europa centro-orientale (Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia del Nord, Montenegro, Polonia, Romania e Slovacchia). I principali stakeholder europei (Francia, Germania) sono contrari all’ingresso di Kiev nell’Alleanza e anche gli Usa non ritengono maturi i tempi di una membership, che obbligherebbe Washington e soci a fare la guerra alla Russia per difendere uno stato membro ai sensi del celeberrimo art. 5. In ogni caso, la Nato è già entrata in Ucraina prima che l’Ucraina entrasse nella Nato e qualora Kiev riuscisse a salvare la propria indipendenza, autonomia e sovranità la sua inclinazione geopolitica verterebbe chiaramente verso ovest. Una perdita strategica gravissima per la Russia.

La seconda e la terza linea di azione ucraina sono strettamente correlate. In questa fase di slancio sul campo di battaglia gli ucraini non possono negoziare perché devono massimizzare i propri successi militari prima dell’inverno e del dispiegamento dei riservisti russi mobilitati per riconquistare più territorio possibile nell’eventualità di un negoziato politico a cui presenziare da una posizione di forza contrattuale. Perché se la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi il negoziato è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. E la pace è un concetto relativo. Ciò che è pace per una parte può non essere vista come tale dalla controparte che potrebbe subirla come imposizione. 

De-escalation americana?

In risposta agli ultimi fuochi di sbarramento missilistico delle forze russe contro obiettivi civili e militari l’amministrazione Biden ha ribadito il sostegno politico-militare all’Ucraina, impegnandosi a consegnare a Kiev sistemi di difesa aerea per aumentarne le capacità di interdizione missilistica. La consegna di tali sistemi segnerebbe un ulteriore salto di qualità dal punto di vista operativo, aggiungendosi all’ultimo pacchetto di aiuti militari da 625 milioni di dollari[1] finanziato ricorrendo all’autorità di prelievo presidenziale (Presidential Drawdown Authority, PDA), che permette alla Casa Bianca di aggirare l’approvazione del Congresso e di spedire rapidamente le armi in Ucraina.

Tuttavia, all’interno dell’amministrazione americana serpeggiano malumori sulla crescente assertività dei servizi segreti ucraini. Così si spiegano le rivelazioni di anonimi funzionari d’intelligence statunitensi riportate dal New York Timesche attribuiscono la responsabilità per l’omicidio di Darya Dugina, figlia del più celebre politologo russo Alexander Dugin, ad una parte del governo ucraino che avrebbe mirato ad uccidere il filosofo eurasista e ultranazionalista Dugin. La fuoriuscita di valutazioni di intelligence sui grandi media americani è un messaggio, un “invito” rivolto da Washington al governo di Kiev a non intraprendere azioni prive di valore militare che alimentano soltanto il ciclo dell’escalation.

Recentemente il presidente Joe Biden ha definito il ricorso al tintinnio di sciabola nucleare da parte di Putin come la minaccia di un Armageddon nucleare più grave dalla crisi dei missili di Cuba (1962) e ha affermato che gli Usa stanno lavorando sotterraneamente per cercare una via d’uscita diplomatica al labirinto in cui Putin è finito con le spalle al muro, con il rischio di “perdere la faccia (…) e il potere”. Forse preoccupato per chi potrebbe arrivare dopo Putin. Un ragionamento non troppo dissimile da quello espresso a più riprese dal presidente francese Emmanuel Macron sulla necessità di non umiliare la Russia “in modo che il giorno in cui i combattimenti cesseranno possiamo costruire una rampa di uscita con mezzi diplomatici”.

L’uso di un’arma nucleare tattica da parte russa non può essere esclusa vista la pessima prestazione sul piano convenzionale dell’esercito moscovita. Il richiamo di Putin al “precedente” storico dell’uso di ordigni nucleari da parte dell’amministrazione Truman su Hiroshima e Nagasaki suona come un sinistro promemoria dal taglio giustificatorio. Tuttavia, mentre tra Giappone e Usa vi era (è) di mezzo l’oceano più vasto del pianeta, la vicinanza del teatro bellico ai confini della Federazione Russa rende probabile il “contagio” da scorie radioattive prodotte da una bomba nucleare a basso rendimento sparata sul suolo ucraino. Un attore razionale non premerebbe il pulsante rosso, ma sovente in guerra il sentimento soverchia la ragione.

Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan ha minacciato conseguenze “catastrofiche” in caso di uso di un’arma nucleare tattica da parte della Russia, mentre Biden ha alluso ad una possibile escalation nucleare. “Non credo che esista la capacità di (usare, ndr) facilmente un’arma nucleare tattica e non finire con l’Armageddon”. In realtà, una risposta di livello nucleare da parte americana pare piuttosto improbabile e non solo in ragione dello squilibrio tra l’arsenale nucleare tattico Usa (230 testate a basso rendimento) e quello russo (1.830 testate a basso rendimento con potenza distruttiva compresa tra 10 e 100 kilotoni). Quanto perché nessuno in Occidente desidera morire per Kiev. 

Le preoccupazioni di Biden sul rischio Armageddon sono state ridimensionate da funzionari del Pentagono che hanno precisato che l’intelligence a loro disposizione non farebbe presumere l’intenzione di Putin di usare la Bomba. Arlington ha la necessità di mantenere alta la deterrenza strategica verso il Cremlino, a non mostrarsi agli occhi dell’interlocutore intimorito della retorica atomica. Perché se si permettesse alla Russia di ottenere guadagni territoriali con il ricatto nucleare si incentiverebbe la proliferazione nucleare e anche altre potenze revisioniste come Cina, Iran e Corea del Nord potrebbero usare la stessa tattica per centrare i propri obiettivi strategici.

Fonte: Quincy Institute

Conclusione

Il punto di caduta della guerra potrà essere soltanto un accordo tra Usa e Russia. Ciò non vuol dire che Washington abbonderà al proprio destino Kiev. Ma gli interessi di americani e ucraini non coincidono totalmente. Forte del sostegno della maggioranza degli statunitensi (73%), disposti a supportare economicamente e militarmente Kiev nonostante l’alea di uno scontro nucleare diretto con la Russia, l’amministrazione Biden continuerà a fornire armi e intelligence per supportare l’offensiva ucraina per liberare le oblast’ meridionali, indebolire la macchina militare russa “affinché non sarà in grado di fare le cose che ha fatto invadendo l’Ucraina” (Austin copyright) e spaccare l’“amicizia senza limiti” russo-cinese.

La linea realista (cessazione delle ostilità in cambio di amputazioni territoriali) esplicitata da Henry Kissinger e recentemente fatta propria dall’uomo più ricco del pianeta, quell’Elon Musk la cui società Starlink ha permesso agli ucraini di mantenere attivi i collegamenti internet satellitari, è ancora minoritaria negli Usa.

Ma il prolungamento sine die della guerra e dei suoi costi economici (inflazione) potrebbe minare il consenso degli americani per una vittoria totale degli ucraini e aumentare le richieste di una soluzione diplomatica del conflitto, restringendo lo spazio di manovra della superpotenza.


[1] Questo include 4 lanciatori HIMARS, 16 obici da 155 mm, 75.000 colpi di artiglieria da 155 mm, 500 colpi di artiglieria M982 Excalibur da 155 mm a guida di precisione, 16 obici da 105 mm, 30.000 colpi di mortaio da 120 mm e 200 veicoli anti-mine.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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