Il 2022 “annus horribilis” per il Pakistan

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Fonte Immagine : https://asiatimes.com/2018/04/pakistans-national-cauldron-civil-military-conflict/

Quest’anno il Pakistan è stato travolto da una triplice crisi: politico-istituzionale, economica e climatica. Le catastrofiche inondazioni che hanno devastato il paese dell’Asia meridionale, andate a sommarsi ad una situazione basata su un equilibrio già molto precario, proiettano Islamabad verso un futuro ancora più incerto. 

La crisi politico-istituzionale, poi diventata costituzionale, che ha coinvolto il Pakistan ha avuto inizio il 3 aprile di quest’anno, quando il Vicepresidente del Parlamento, Qasim Khan Suri, appartenente al Movimento per la Giustizia del Pakistan (Pakistan Tehreek-e-Insaf, PTI), lo stesso partito dell’allora Primo Ministro Imran Khan, ha impedito la messa al voto di una mozione di sfiducia dell’opposizione nei confronti di quest’ultimo, considerandola contraria alla Costituzione.

Successivamente, lo stesso Khan ha chiesto e ottenuto dal Presidente della Repubblica Arif Alvi lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e l’indizione di nuove elezioni. Il Primo Ministro era sotto accusa da parte dell’opposizione per la sua gestione inadeguata dell’economia nazionale, già notevolmente in difficoltà al momento del suo insediamento, oltre che per non essere riuscito a mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale del 2018, ossia combattere la povertà e la corruzione. A sua volta, Imran Khan riteneva l’opposizione responsabile di aver orchestrato un cambio di regime, sponsorizzato, a suo dire, dagli Stati Uniti. 

Di fronte alla dissoluzione del Parlamento, la Corte Costituzionale pakistana ha deciso di intervenire per valutarne la costituzionalità e anche per verificare la reale sussistenza di un’interferenza straniera, come paventato da Khan. Pochi giorni dopo, il 7 aprile, la Corte ha stabilito, con un voto unanime di 5-0, che la decisione fosse incostituzionale e che il Parlamento dovesse essere riconvocato per votare la mozione di sfiducia contro Khan, oltre ad escludere che vi fosse stato un complotto straniero volto ad un cambio di regime. Il 9 aprile, l’Assemblea è stata riconvocata, ma la mozione non messa al voto immediatamente. Dopo una giornata di tergiversazioni da parte del partito del Primo Ministro, cui hanno fatto seguito le dimissioni del Presidente e del Vicepresidente dell’Assemblea, la mozione è stata approvata e Khan rimosso, diventando il primo Capo del Governo nella storia del paese a decadere dall’incarico in seguito ad un voto di sfiducia (seppur nessun Primo Ministro pakistano sia mai riuscito ad arrivare alla scadenza naturale della legislatura). Il giorno dopo, l’Assemblea Nazionale si è riunita nuovamente, eleggendo come successore il capo dell’opposizione, Shehbaz Sharif, che dovrebbe guidare il paese fino alle prossime elezioni, le quali si terranno nella seconda metà del 2023. Il partito di Khan, che in segno di protesta ha boicottato il voto, ha tuttavia chiesto che siano convocate delle elezioni anticipate. 

Come detto in precedenza, il principale motivo dietro la rimozione di Khan è stata la drammatica situazione economica in cui versava il paese, di gran lunga peggiore rispetto a quando l’ex Primo Ministro era asceso al potere quattro anni prima. Il dato più preoccupante era rappresentato dal tasso d’inflazione, che ad aprile era al 13,4%, più che raddoppiata rispetto all’agosto 2018, quando era al 6,2%. Anche la disoccupazione, al 5,5% nel 2018, dopo essere diminuita intorno al 4% per due anni di seguito, era risalita al 6,5% nel 2021.

Inoltre, sembrava che Khan non godesse più del sostegno dell’esercito pakistano, il cui contributo era stato determinante affinché egli arrivasse al Governo nel 2018. L’esercito pakistano è sempre stato molto influente nella vita politica del paese. Il Pakistan, infatti, ha una lunga storia di colpi di Stato e governi militari. L’esercito ha sempre condizionato le scelte del Governo, soprattutto nel settore della difesa e della politica estera. Il venir meno del sostegno da parte dei militari nei confronti di Khan sarebbe da rinvenire nel progressivo allontanamento dagli Stati Uniti e nel contemporaneo avvicinamento alla Cina che l’ex Primo Ministro aveva perseguito. Tale circostanza è stata utilizzata da quest’ultimo come un’ulteriore conferma del coinvolgimento degli Stati Uniti nella sua rimozione dall’incarico. 

Anche dopo l’elezione di Sharif, la crisi economica che attanaglia il paese non ha fatto altro che peggiorare. Basti pensare che il tasso d’inflazione, già altissimo ad aprile, ha segnato un nuovo massimo lo scorso mese di agosto, quando ha toccato il 27,3%, più del doppio della cifra toccata appena 4 mesi prima.

A peggiorare ulteriormente una situazione già grave, sono intervenute una serie di alluvioni che hanno colpito il Pakistan a partire dallo scorso mese di giugno, intensificandosi durante il mese di agosto scorso (il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il paese il 25) e sommergendo completamente intere regioni del paese, corrispondenti a circa il 10-12% del territorio pakistano secondo le stime. Le inondazioni sono state descritte come le peggiori nella storia del paese e tra le peggiori in assoluto in Asia e nel mondo.

I morti accertati sono stati oltre 1.700 e i feriti oltre 13.000, circa 600.000 persone sono state costrette a trasferirsi in campi provvisori a causa delle alluvioni. Le piogge hanno interessato circa 33 milioni di persone, distrutto centinaia di migliaia di case e danneggiato più di un milione di altre; c’è forte preoccupazione anche per la mancanza di acqua potabile e la diffusione di malattie epidemiche quali malaria, colera e altre.

I danni stimati dal Governo nel mese di settembre ammontano a oltre 30 miliardi di dollari statunitensi, equivalenti a circa il 10% del PIL pakistano. Tuttavia, per una stima più completa dei costi di ricostruzione e del danno economico complessivo, bisognerà attendere i dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), della Banca Mondiale e della Banca Asiatica di Sviluppo. Il Pakistan ha chiesto aiuti economici e materiali immediati alla comunità internazionale.

Alla fine di agosto, il Fondo Monetario Internazionale ha annunciato un piano di salvataggio di 1,17 miliardi di dollari; successivamente, la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo hanno stanziato 2 e 2,5 miliardi di dollari di aiuti rispettivamente. In seguito alle alluvioni, le prospettive economiche, già non rosee per il Pakistan, sono diventate ancora più preoccupanti. La Banca Mondiale ha infatti previsto che il PIL pakistano, dopo aver segnato una crescita del 6% per l’anno fiscale 2021-2022 (conclusosi il 30 giugno scorso), segnerà un brusco rallentamento, aumentando di solo il 2% nell’anno fiscale 2022-2023 (che è iniziato il 1° luglio di quest’anno e terminerà il 30 giugno prossimo).

Inoltre, è stato stimato che il tasso di povertà in Pakistan aumenterà tra il 2,5 e il 4% a causa delle alluvioni, portando tra i 6 e i 10 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Va considerato che circa il 20% della popolazione pakistana è già al di sotto di tale soglia. 

Le alluvioni in Pakistan hanno anche costituito l’ennesimo terreno di competizione e scontro tra la Cina e gli Stati Uniti. La prima si è posta come principale paese donatore internazionale, stanziando più di 90 milioni di dollari statunitensi per il Pakistan nell’ambito della cooperazione sociale e tra i popoli prevista dal China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), mentre gli USA sono risultati essere il secondo donatore, con oltre 53 milioni di dollari di aiuti tramite l’agenzia USAID, l’agenzia federale del Governo statunitense per lo sviluppo internazionale.

Allo stesso tempo, però, Washington ha anche annunciato un accordo per sospendere il pagamento di 132 milioni di dollari di debito dovuti da Islamabad e ha sfidato la Cina, che è il primo creditore internazionale del Pakistan, ad operare anch’essa un taglio e una ristrutturazione del debito. Pechino ha ribattuto sottolineando di essere il primo donatore di aiuti al Pakistan e chiedendo agli Stati Uniti di fare qualcosa di concreto a beneficio del popolo pakistano, invece di lanciare accuse insensate. 

Certo al momento è che il Pakistan si trova di fronte ad uno scenario quanto mai complicato, segnato innanzitutto dalla crisi economica esacerbata dalle alluvioni e anche da una forte instabilità politica. L’ex Primo Ministro Imran Khan, infatti, continua a richiedere elezioni anticipate e sin dalla sua rimozione ha tenuto comizi e marce di protesta in tutto il paese, i quali hanno registrato una notevole partecipazione, simbolo della sua persistente popolarità.

Khan ha anche accusato il Governo di Sharif di aver represso con violenza alcune delle manifestazioni in suo favore e di portare il paese verso il fallimento. Per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, egli ha sostenuto di non essere antiamericano ma di avere come priorità la difesa degli interessi nazionali del Pakistan. L’ipotesi di elezioni anticipate resta comunque molto remota e si prevede che Shehbaz Sharif cercherà di mantenersi alla guida del paese almeno fino alla seconda metà del 2023.

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