Gli accordi di Abramo: un successo diplomatico reale?

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A due anni dall’avvio del processo di normalizzazione delle relazioni tra i paesi arabi e Israele quali sono i risultati in termini di stabilità?

Nell’estate del 2020 gli Emirati Arabi Uniti sono stati il primo paese arabo ad aver normalizzato le relazioni con Israele dopo Egitto e Giordania, rispettivamente nel 1979 e 1994. Gli ultimi due, insieme a Oman e Bahrein, hanno ben accolto la decisione di Abu Dhabi dichiarando che questo accordo storico avrebbe contribuito a rafforzare la stabilità e la pace nella regione medio-orientale. D’altra parte, Turchia e Iran hanno condannato l’avvicinamento degli Emirati a Israele come un grande tradimento nei confronti del popolo palestinese. 

Ad Abu Dhabi hanno seguito il Bahrein ed il Sudan, sotto spinta dell’amministrazione statunitense la quale ha svolto un ruolo fondamentale in tale processo. Di fatto Washington ha sempre descritto la ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali tra i paesi arabi e Israele come un grande successo diplomatico che avrebbe garantito una maggiore stabilizzazione della regione medio-orientale.

A tal proposito, quando era toccato al Sudan il presidente Donald Trump aveva anche affermato che altri cinque paesi dell’area MENA sarebbero stati prossimi a normalizzare i loro rapporti con Israele. “Ci aspettiamo che l’Arabia Saudita sia uno di quei paesi”, aveva dichiarato.

All’indomani del secondo dopoguerra, la lotta per la causa palestinese aveva mosso i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa a fare fronte comune contro le forze imperialiste istituendo la Lega Araba; oggi invece mette in luce le loro differenti vedute in politica estera e costituisce un nuovo fattore di instabilità al livello statale e regionale.  

Lo testimoniano le proteste scoppiate in Bahrain all’indomani della normalizzazione con Israele, prontamente represse, e il dissenso espresso da alcune forze politiche sudanesi. Allo stesso modo, le dichiarazioni di Teheran e Ankara all’indomani degli accordi Abu Dhabi-Tel Aviv. I due paesi, di fatto, considerano tali accordi  come un ulteriore tradimento nei confronti della causa palestinese da parte del mondo arabo e islamico. 

Gli accordi di Abramo, pertanto, piuttosto che inaugurare un nuovo periodo di stabilità nella regione hanno acuito le spaccature presenti nell’area MENA tra stati filo-islamisti, in primis Turchia e Qatar, e stati anti-islamisti, Emirati Arabi Uniti e l’Egitto ravvivando così dei focolai di tensione accesi da tempo, e ponendo l’alleanza Israele-USA-Emirati sotto il mirino di Ankara e Teheran. 

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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