FIAMMA TRICOLORE: RADICI E TRASFORMAZIONI DELLA POLITICA ESTERA DI GIORGIA MELONI

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Fonte immagine: https://www.repubblica.it/politica/2022/08/12/news/meloni_fiamma_tricolore_simbolo_fdi-361311258/

Le elezioni del 25 settembre scorso potrebbero rappresentare uno spartiacque notevole, non solo in Italia. Giorgia Meloni, Premier in pectore, dovrà rispondere in maniera decisa a varie domande, la più importante delle quali è sicuramente la postura che assumerà in ambito internazionale. Analizziamo la storia politica della sua formazione e le posizioni degli ultimi anni.

Il Movimento Sociale Italiano (MSI): tra Michelini e Almirante

Fratelli d’Italia è considerato il naturale erede della tradizione di destra post 1945. Partito che deriva da una lunga e lenta trasformazione che ha dapprima reso presentabili i missini, poi introdotto nell’area governativa gli esponenti di Alleanza Nazionale e infine fatto vincere le elezioni ad una formazione che si rifà al conservatorismo post-fascista. In questo percorso, la politica estera è sicuramente uno dei fattori che gradualmente istituzionalizzano i leader e le idee di queste entità politiche.

Non è facile, però, avere un quadro delineato e omogeneo della collocazione internazionale degli esponenti della destra italiana. Dal ‘45 ad oggi ci sono stati vari cambi di posizione o prese di coscienza, soprattutto riguardo l’alleato per eccellenza dell’Italia, gli Stati Uniti. Nel Movimento Sociale Italiano, nato nel dicembre ‘46, convivevano diverse anime, che si possono riassumere così: quella borghese e moderata, del duo De Marsanich-Michelini e quella movimentista e (inizialmente) antiglobalista di Almirante. Al primo congresso del partito, nel ‘48, in politica estera si decise subito di rinnegare il Trattato di Parigi, dunque, mettendosi di traverso alle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale: un inizio destinato ad avere vita breve, poiché alla prima, breve, segreteria Almirante, seguì quella di De Marsanich.

Augusto De Marsanich, eletto nel ‘50, era propugnatore di una linea moderata, cattolica e soprattutto atlantista in politica estera. Orientamento seguito ancor di più dal successore, segretario dal ‘54, Arturo Michelini, che vinse contro l’ala di Almirante, antiborghese e antiamericana. Michelini diede la prima vera svolta nella storia estera dei partiti d’estrema destra: al V congresso del partito, nel novembre ‘56 accettò l’Alleanza Atlantica e propose l’anticomunismo come misura di qualsiasi evento della politica internazionale. Ciò si può spiegare seguendo una linea di politica interna, poiché l’obiettivo ultimo di Michelini era di far rientrare l’Msi nel cosiddetto “arco costituzionale”[1] permettendogli di concorrere per posizioni di governo. Per realizzare questo progetto occorreva la sponda statunitense. 

Seguono anni di iniziale stabilizzazione internazionale per il Partito, che nel ’57 vota a favore dei Trattati di Roma e dell’Euratom, con però una parziale battuta d’arresto sulla vicenda della Guerra dei sei giorni, quando l’Msi di Michelini si schiera a favore di Israele e del blocco occidentale, non lesinando critiche all’operato dell’Onu e dei governi italiani. Tuttavia, negli anni successivi, complice la nuova linea dell’amministrazione Nixon negli Stati Uniti, favorevole a governi di centro conservatori, si aprirono nuove speranze di rientrare nei giochi costituzionali. 

La nuova segreteria Almirante, dal 1969 al 1987, schiera il Partito a difesa degli interessi italiani nel Mediterraneo, considerato bene primario e oggetto di sicurezza nazionale, tema che verrà poi ripreso in futuro anche dalla stessa Giorgia Meloni. Dunque, i problemi mediorientali diventano importanti proprio perché possono avere ripercussioni nel bacino mediterraneo. Nonostante i propositi, i missini continuavano ad avere un ruolo marginale nella scena politica italiana e internazionale, complice anche, dagli anni ‘80, la nuova amministrazione Reagan, economicamente liberale e dunque lontana dalle politiche corporativistiche dell’Msi.

La svolta di Fiuggi, la transizione

La spinta liberale di inizio anni ‘90 viene incarnata dal “delfino” di Almirante, Gianfranco Fini, esponente che diede vita all’erede politico dell’Msi, Alleanza Nazionale, partito che ne riprende sì i simboli ma che prende le distanze su alcune questioni. Tra queste, è sicuramente il posizionamento internazionale ad essere in prima linea. In concomitanza con la svolta verso il centro-destra berlusconiano nelle elezioni del 1994, Alleanza Nazionale si propone come soggetto moderato e atlantista, con un leader, Fini, pronto a spezzare i ponti col passato. Negli anni successivi, il presidente di An, come da lui stesso dichiarato, si pone come leader moderato ed europeista, abiurando il ventennio e la Repubblica di Salò nel ‘97, visitando Auschwitz nel ‘99 e organizzando il viaggio a Gerusalemme nel 2003. 

Tutte tappe mediatiche, certo, ma fondamentali per la completa riorganizzazione del Partito e la sua definitiva consacrazione a forza di governo e partito europeo: nel 2004 nasce al Parlamento Europeo l’Alleanza per l’Europa delle Nazioni. Gianfranco Fini, nel frattempo Ministro degli Esteri del Governo Berlusconi II, riesce a dare al partito una forte identità, conservata anche nell’esperienza del Popolo della Libertà, partito nato nel 2008 dalla fusione di An e Forza Italia di Berlusconi.

Presente: Fratelli d’Italia, alleanze e politiche internazionali 

La “staffetta” della torcia tricolore si conclude col partito vincitore delle ultime elezioni, Fratelli d’Italia, con la sua leader Meloni che ha saputo interpretare i momenti politici italiani e internazionali e guadagnarsi gradualmente una legittimazione che i suoi predecessori non avevano. Non si diventa il primo partito italiano per caso: dal 2012, anno di fondazione, agli anni della pandemia Covid-19, il partito stazionava stabilmente non oltre il 7% dei sondaggi, impegnato a consolidare una linea politica che potremmo chiamare antisistema, antiglobalista e quasi speculare a quella dei compagni di coalizione della Lega Nord. Le scelte che hanno impresso una svolta alla storia della formazione di destra sono state mirate e incastonate in diversi periodi chiave del decennio: in ambito economico, con un mix di libero mercato e protezionismo; in ambito ideologico, sul fascismo e sul progressivo allontanamento dall’euroscetticismo; e soprattutto in ambito internazionale, dove si registrano i cambi di paradigma maggiori.

I rapporti con l’alleato più consistente, gli Stati Uniti, hanno avuto alti e bassi, sicuramente dovuti a momenti storici e amministrazioni americane non allineate con Fdi. Iniziamo col dire che Meloni rimarca la scelta delle formazioni di destra di aderire all’atlantismo. Nel corso del decennio, però, non sono stati pochi i punti d’attrito. Meloni ha criticatoStati Uniti e UE sulle sanzioni alla Russia nel corso dell’occupazione della Crimea, si è schierata a favore di al-Assad in Siria, riscoprendo un certo antiamericanismo di destra, e non ha mai superato, almeno fino al 2019, la linea “sovranista” in politica estera. Dal 2020 in poi, per opportunismo dicono alcuni, per maturazione politica dicono altri, Meloni, sostenuta dall’amministrazione amica di Donald Trump, imbastisce una linea di dialogo moderata con gli statunitensi, definendosi alleata leale, anche in occasione del cambio di guida americana, da Trump a Biden. Linea coerente, soprattutto durante l’opposizione al governo Draghi, quando, nonostante fosse l’unico partito d’opposizione, ha appoggiato le decisioni governative e filoatlantiche, come nel caso della ferma condanna all’invasione russadell’Ucraina.

Sull’Unione Europea, Meloni nel 2020 diventa presidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei. Abbandonata l’idea di uscire dall’euro la leader vuole una “Europa confederale”, nazioni che collaborino ma che restino sovrane: in questo senso, gli alleati maggiori sono Marine Le Pen in Francia, Orbán in Ungheria, Abascal in Spagna e i polacchi di Diritto e Giustizia. Per la futura premier, tappe obbligate saranno Berlino e Parigi. Entrambi i viaggi dovranno confermare i progressi fatti negli ultimi anni in ambito europeo ma soprattutto dovranno costruire dei rapporti diplomatici tra capi di Governo molto lontani politicamente. Meloni è lontana da Scholz, ma insieme dovranno provvedere per la sicurezza energetica e per il salvataggio del comune comparto industriale. Con Macron invece dovranno superare diffidenze ideologiche radicate e tentare di rendere più pacifica la cooperazione economica bilaterale.

Russia e Cina sono potenze con cui Meloni ha avuto rapporti ambigui con la prima e di ferma concorrenza con la seconda. La leader, negli anni dell’euroscetticismo, veniva tacciata di essere, come il suo alleato Salvini, filo-putiniana, per via del mancato riconoscimento delle sanzioni alla Russia e delle vicinanze ideologiche tra i due. Putin, per la Meloni, era il punto di riferimento contro la mondializzazione e l’atomizzazione dei valori tradizionali, oltre che fautore di una democrazia funzionale, come ha dichiarato in occasione degli auguri per la rielezione al Cremlino del 2018. Tuttavia, negli anni successivi, il cambio di stagione politica – col Covid-19 come collante di una più stretta collaborazione europea – e la maturazione internazionale conseguita spingono l’ex ministra a condannare l’operato di Putin, proponendo l’aumento di budget per la Nato e condannando l’invasione in Ucraina. Nei giorni successivi alle elezioni del 2022, Meloni dichiara che i referendum nel Donbass sono stati una “farsa” e definisce il capo del Cremlino un “imperialista”.

La Cina è un avversario strategico. Come gli americani, indifferentemente dal colore dell’amministrazione corrente, Meloni considera la Cina ideologicamente distante dalle democrazie occidentali e promette battaglia sul piano economico. Coerentemente, nel 2019 ha definito l’adesione italiana alla nuova via della seta come un grosso errore, legando la questione al tema di Taiwan. In Italia, Fdi è il partito più vicino a Taiwan e minaccia la Cina di rinegoziare il memorandum che scade nel 2024, se le tensioni dovessero espandersi; mossa che, assieme al sostegno militare in Ucraina, ingrazia Giorgia Meloni presso l’amministrazione americana, la quale vede di buon occhio il distanziamento dal più ambiguo alleato leghista. I margini di collaborazione ci sono dunque, come dimostrato dalle parole del segretario di Stato Blinken, che promette di lavorare su obiettivi condivisi, come i diritti umani, l’aiuto all’Ucraina e la creazione di un futuro economico sostenibile.

Durante il prossimo esecutivo, Fratelli d’Italia dovrà dunque tenere conto dei progressi fatti in politica estera, e investire per ampliare i contatti e gli alleati in ambito internazionale.


[1] Espressione con cui si indicano i partiti che hanno scritto e accettato i valori della Costituzione. Il Movimento Sociale Italiano, non avendo avuto parlamentari nella Costituente e non accettando i valori antifascisti, di conseguenza, rimaneva fuori dall’arco e dunque dalle posizioni istituzionali e di governo 

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