La vittoria di Fratelli d’Italia vista da Washington. Parte 2: Europa e Turchia

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Fonte Immagine: it.usembassy.gov

La netta affermazione del partito di Giorgia Meloni rassicura Washington perché attribuisce alla leader di Fratelli d’Italia (Fdi) un peso preponderante all’interno della coalizione di governo. Le posizioni atlantiste assunte da Fdi compensano la russofilia e la vicinanza a Vladimir Putin dei partner di maggioranza Silvio Berlusconi e Matteo Salvini e assicurano continuità geopolitica con l’uscente governo Draghi sul sostegno politico, diplomatico, economico e militare all’Ucraina, sulla diversificazione energetica dalla Russia e sul contenimento tecnologico e geoeconomico della Cina.

L’ammirazione ideologica per Viktor Orban collide con la narrazione bideniana sulla contrapposizione geopolitica tra democrazie e autocrazie, mentre la retorica anti-tedesca della Meloni e i suoi ottimi rapporti con il governo polacco sono visti come contrappeso ad una eventuale svolta geopolitica di Berlino nel continente. Nel quadrante euro-afro-mediorientale gli americani esigeranno un maggiore impegno geopolitico italiano per vigilare sulla sicurezza del “Mediterraneo allargato”, connettore interoceanico tra Atlantico e Indo-Pacifico, dove contenere la penetrazione strategica russa e cinese e bilanciare le ambizioni neo-imperiali della Turchia e dove anche medie potenze come Egitto e Algeria mostrano una crescente assertività.

Vecchia Europa vs. Nuova Europa

La vittoria della coalizione di centro destra alle ultime elezioni politiche italiane e il grande successo ottenuto da Fratelli d’Italia (Fdi) sono stati salutati positivamente da Varsavia e Budapest e dai partiti e dai leader di estrema destra di Spagna (Vox) e Francia (Marine Le Pen e Eric Zemmour). Viceversa, fredde sono state le reazioni dei governi di Parigi e Madrid dai quali sono arrivati riferimenti, più o meno velati, al fronte sul quale gli alleati potrebbero attaccare il nuovo governo, chiaramente esplicitato dalla presidente (tedesca) della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che ha minacciato di tagliare i fondi comunitari destinati all’Italia in caso di violazione dei principi dello Stato di diritto. 

Alcuni media mainstream statunitensi hanno preferito calcare la mano sul parallelo della vittoria di Fdi nel centesimo anniversario della marcia su Roma da parte delle camice nere mussoliniane e sui richiami, più o meno sfumati, fra il partito di Meloni e il fascismo – dalla membership di Rachele Mussolini, nipote del Duce, al simbolo della fiamma tricolore esposto sullo stemma del partito.

L’ideologia è uno strumento del soft power delle potenze. La comunanza valoriale fra il conservatorismo nazional-religioso (“Dio, patria, famiglia”) di Meloni e quello degli autocrati di Budapest e Varsavia (e Mosca) è indigesta alla narrazione e alla missione imperiale ecumenica dell’America “città sulla collina”, fondata sull’espansione universalistica dei valori occidentali (rule of law, liberaldemocrazia, pluralismo religioso, ecc.) e tuttavia alle prese con una nuova ondata di conservatorismo reazionario di cui il trumpismo è (sarà?) solo la versione più vocale. Ma l’ideologia rimane comunque succedanea agli interessi geopolitici, specie per una grande potenza con dossier aperti in tutto il globo. Il nuovo governo italiano avrà quindi uno spazio di manovra, sebbene limitato, per intensificare i rapporti politici con la Polonia, che a differenza dell’Ungheria vede nella Russia il nemico da contenere (da eliminare) e nell’Ucraina e nel sostegno alla sua integrità nazionale il muro geopolitico di separazione dagli artigli dell’Orso russo.

Inoltre, una più stretta cooperazione industrial-militare sull’asse Roma-Varsavia (o Roma-Londra) potrebbe non dispiacere oltreoceano per bilanciare una Berlino che, nella Zeitenwende (svolta epocale) annunciata dal cancelliere Olaf Scholz e aperta dalla guerra della Russia contro l’ordine internazionale liberale, pare intenzionata ad agire unilateralmente, riarmandosi per la propria difesa nazionale e sfruttando una profondità finanziaria, che gli europei meridionali non possono vantare, per contenere i danni economici derivanti dall’inflazione energetica – vedi lo scudo da 200 miliardi varato da Berlino con il ricorso all’indebitamento dopo aver posto la pietra sul price cap sul gas proposto dall’Italia. 

Tuttavia, al di là delle opportunità di collaborazione sul piano tattico non è nell’interesse dell’Italia creare un asse strategico con Varsavia, per tacere di Budapest. I polacchi serbano sfiducia nei nostri confronti per la latente russofilia della penisola che proprio per questa ragione è stata esclusa da Varsavia (e da Washington) come perno adriatico dell’iniziativa Trimarium, progetto di contenimento strategico-infrastrutturale della Russia, preferendoci la Croazia – gli altri due pilastri sono la Polonia per il Baltico e la Romania per il Mar Nero.

Piuttosto, se vorrà riequilibrare la Germania e lo spostamento dell’asse geostrategico veterocontinentale che la guerra in Ucraina ha già traslato verso nord-est, Roma dovrà coltivare i rapporti privilegiati con la Vecchia Europa ed in particolare puntare sul triangolo con Parigi e Madrid per scongiurare un ritorno all’austerità ordoliberale teutonica e negoziare con la Germania una strutturale e non temporanea condivisione e mutualizzazione dei debiti a livello comunitario.

Contrattare duramente con la Germania triangolando con francesi e spagnoli aumenterebbe il peso specifico di tre soggetti deboli. Andare allo scontro diretto e unilaterale con Berlino – alcune proposte di Fdi come la rinegoziazione del Pnrr e la messa in discussione del principio del primato del diritto dell’Ue sulle giurisdizioni nazionali muovono in tale direzione – potrebbe invece rivelarsi controproducente. Con un debito superiore al 150% del pil e dopo aver perso il garante (Mario Draghi) dei soldi tedeschi mascherati da europei Roma difficilmente potrebbe sopportare una rappresaglia tedesca (vedi uso geopolitico dello spread), considerati gli strettissimi legami industriali tra la catena del valore germanica e il sistema industriale norditaliano e la dipendenza finanziaria del Belpaese dall’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce e dai fondi (Next Generation Eu) elargiti da Bruxelles su garanzia tedesca.

Peraltro, la sponda tedesca potrebbe tornare utile all’Italia per costruire un’iniziativa militare comunitaria sottoforma di forza aggiuntiva e non sostitutiva della Nato, limitando le ben più vaste ambizioni strategiche francesi di un esercito europeo a guida transalpina ed autonomo dalla Nato, inviso a Washington e di impossibile realizzazione pratica in presenza di 27 diversi interessi nazionali.

Infine, un atteggiamento palesemente conflittuale con la Germania rischia di minare la coesione europea, in una fase in cui gli americani hanno l’esigenza di mantenere compatto il fronte alleato nella guerra calda per procura con la Russia e nella guerra (per il momento) fredda con la Cina.

Turchia

In questi anni Roma ha rifiutato di prendere una netta posizione geopolitica nei dossier riguardanti la crisi libica e la connessa partita energetica del Mediterraneo orientale disputata tra l’asse Ankara-Doha e quello Parigi-Abu Dhabi-Riyadh-Gerusalemme-Atene. Nel timore di inimicarsi uno dei due schieramenti optando per una netta scelta di campo, visti i fitti legami commerciali, energetici, economici e militari in essere con entrambi.

Particolarmente rilevante per il nostro paese è il dossier turco. Secondo fornitore di armi alla Turchia dopo gli Usa e primo investitore estero in Anatolia (970 mln$ nel 2020), negli ultimi anni Roma ha coltivato importanti rapporti commerciali[1], bancari, energetici, industriali e militari (vendita di armamenti, coproduzione di sistemi d’arma) con Ankara. 

L’atteggiamento cooperativo nei confronti della Turchia si spiega soprattutto con lo squilibrio strategico tra i due paesi a vantaggio di Ankara che circonda la penisola con la sua forte presenza nei Balcani (a partire dall’Albania) e in Libia, dove i due paesi si trovano formalmente sullo stesso fronte, al sostegno di Tripoli, sebbene con rapporti di forza che propendono nettamente a favore dei turchi, veri patroni della Tripolitania. E dove il margine di manovra italiano è ridottissimo, dal momento che l’espansione geopolitica turca nell’(ex) Quarta Sponda italiana (così in Siria) torna utile agli americani in chiave prevalentemente anti-russa – dalla base aerea di al-Ğufra (Cirenaica) Mosca può minacciare il ventre molle meridionale della Nato e la libertà di navigazione e di comunicazione (cavi sottomarini) nel Mediterraneo facendo scorrazzare i suoi temibili e silenziosi sottomarini classe Kilo armati con missili da crociera Kalibr fra Tartus (Siria) e le acque dello Stretto di Sicilia e installando in suolo libico “permanenti capacità di anti-accesso e negazione d’area (A2/AD) a lungo raggio”.

Il teatro libico non è mai stato una priorità per gli interessi strategici americani. non ha mai rappresentato una minaccia alla sicurezza nazionale. Washington ha quindi tradizionalmente subappaltato la gestione del dossier libico agli alleati regionali, in primis Italia, Francia e Regno Unito, adesso prepotentemente sostituite dalla Turchia che rispondendo nel 2019 al disperato sos di Tripoli, salvandola dall’offensiva dell’esercito del generale cirenaico Khalifa Haftar, ha minato l’influenza di Roma nella Quarta Sponda e strappato l’accordo sulla delimitazione delle piattaforme continentali (27 novembre 2019) con cui azzoppare il progetto energetico EastMed e “legittimare” le proprie ambizioni marittime sotto la dottrina geopolitica della “Patria Blu” (Mavi Vatan).

L’accerchiamento turco tra Maghreb e Balcani, unito all’aggravarsi della dipendenza finanziaria dalla Germania, ha spinto l’Italia a rafforzare i rapporti politici bilaterali con l’Esagono firmando il c.d. Trattato del Quirinale e potrebbe indurre il nuovo governo Meloni ad adottare un approccio più deciso nei confronti della Turchia. Purché conservi la consapevolezza dei vantaggi geopolitici (profondità e visione strategica) e antropologici (disponibilità a sparare) che la Turchia conserva sull’Italia e dell’uso spregiudicato da parte di Erdogan delle frecce al suo arco, fra le quali la leva migratoria azionabile sia dai Balcani che dalla Libia come rappresaglia per destabilizzare internamente la penisola nel caso in cui assuma una netta postura anti-turca come richiesto dai “cugini” francesi.

Conclusioni

L’Italia rappresenta la mina vagante e il potenziale detonatore del castello europeista, grandemente vantaggioso per la Germania ma costruito su fragili fondamenta identitarie. Incapace di vedere oltre il ritorno economico-commerciale, confitta sul continente, per vincolo interno cieca dinanzi alle opportunità dischiuse da un coerente ribilanciamento verso il Mediterraneo, cui tende fisicamente, eppure visto solamente come fonte di instabilità e di pericoli, in quest’era di disordine e di caos mondiale, destinata a durare per lungo tempo, l’Italia dovrà allenare un atrofizzato cervello strategico e trovare la forza di agire in nome dell’interesse nazionale, conscia ma non succube di un “vincolo esterno” (transatlantico ed europeo), erroneamente interpretato negli ultimi trent’anni come paradigma di immobilità strategica.


[1] Ad esempio, dal luglio 2019 un operatore portuale turco è concessionario del molo polisettoriale del porto di Taranto.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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