LA STRATEGIA DEL PORCOSPINO E LE LEZIONI UCRAINE: L’UNICA SPERANZA DI TAIWAN

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La strategia del porcospino è l’unica risorsa per Taiwan: rinfrancata dalle lezioni apprese in Ucraina, l’isola prepara l’esercito e i civili per la guerra asimmetrica.

Dal 24 febbraio, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, Taiwan ha imparato alcune lezioni che potrebbero tornare utili in futuro. Intanto, gli ucraini hanno dimostrato, a prescindere da quale sarà l’esito finale della guerra, che non sempre l’esercito più forte è in grado di ottenere una vittoria rapida e decisiva. Secondo poi, a Taipei avranno certamente tenuto conto del fatto che armi leggere, facilmente maneggiabili e facili da ottenere sono state in grado di mandare in fumo svariati milioni di equipaggiamento militare russo.

Per terzo, il ruolo fondamentale giocato dalla società civile ucraina che nei primi giorni di guerra si è opposta in maniera decisiva all’avanzata dei reparti d’élite verso Kiev. Quanto osservato dai taiwanesi, e anche dagli americani, ha convinto ancora di più i consiglieri militari di entrambi i Paesi che la migliore difesa adottabile da Taiwan in caso di invasione da parte della RPC sia la cosiddetta “strategia del porcospino”.

La strategia prende il nome proprio dall’animale, che pur non essendo forte e temibile come i suoi predatori, è comunque in grado di difendersi grazie ai suoi aculei; la trasposizione sul piano militare implica che Taiwan debba essere in grado di portare avanti una guerra asimmetrica che obblighi la Cina a considerare troppo dispendiosa l’invasione in base ad un calcolo tra costi e benefici. Questa strategia è stata ideata nel 2008 da William S. Murray, Professore del U.S. Naval War College, ma gli avvenimenti ucraini l’hanno ulteriormente rafforzata ed a Taipei tutti si sono convinti che di fronte ad una forza soverchiante come quella dell’Esercito Popolare di Liberazione, l’unica speranza per resistere è quella di chiudersi a riccio ed opporsi con ogni mezzo possibile. 

L’intera strategia poggia su tre pilastri; impedire o quanto meno ritardare lo sbarco anfibio, organizzare una guerriglia all’interno delle principali città taiwanesi, resistere abbastanza a lungo da consentire un intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali.

Il primo è l’obiettivo principale e da non fallire. Il punto di partenza per Taiwan è quello di non farsi sorprendere al momento decisivo e per questo ha accumulato, dopo consigli e aiuti pratici da parte di Washington, ottime capacità di intelligence, interdizione aerea e sistemi di intercettazione delle telecomunicazioni. Se Taipei dovesse riuscire a tenere sotto controllo i preparativi per l’invasione godrebbe già di un vantaggio.

Partendo dal presupposto che gran parte dell’operazione militare cinese si baserebbe sulle capacità delle forze navali ed anfibie di impossessarsi di isolotti nel Mar Cinese Meridionale e poi di sbarcare sulle spiagge taiwanesi, l’esercito della Repubblica di Cina ha già occultato in corrispondenza delle coste numerosi sistemi di missili antinave e antiaerei, droni, navi senza pilota ed altri armamenti in grado di infliggere pesanti e costose perdite all’esercito cinese.

Una conferma in merito arriva direttamente dal Ministero della Difesa di Taiwan, che ha dato avvio alla costruzione di dieci nuove corvette classe Tuo Chiang con lo scopo di potenziare la capacità di guerra asimmetrica; questa decisione spiega perfettamente la volontà di Taiwan di non investire in armamenti come carri armati e navi da guerra, costosi, ingombranti e quindi facile bersaglio dei cinesi. D’altronde le immagini del convoglio di 64 km composto da carri armati e mezzi blindati che mentre si avvicinava a Kiev è stato devastato da lanciamissili, molotov e artiglieria mobile sono ancora ben presenti negli occhi degli strateghi taiwanesi.

Taiwan gode di un notevole vantaggio derivante dalla morfologia dell’isola; infatti solo pochi punti si prestano ad uno sbarco anfibio e l’entroterra è montuoso e impervio. I cinesi sono coscienti del fatto che le uniche coste su cui sbarcare si trovano nei dintorni di Taipei, a nord di Taichung ed a sud di Kaohsiung, seconda città per importanza dopo la capitale; questo però lo sanno anche i militari taiwanesi, che proprio in questi quadranti stanno concentrando i propri sforzi difensivi e dotando le numerose basi militari di sistemi antinave e antiaereo.

Oltre a questi sistemi, Taiwan dispone di lanciamissili multipli HIMARS forniti dagli Stati Uniti, con i quali riuscirebbero a colpire le coste cinesi del Fujian, da dove partirebbe l’invasione. In ogni caso, la traversata dello stretto di Taiwan richiederebbe almeno 8 ore, ore durante le quali le navi da sbarco di Pechino sarebbero bersagliate da un fuoco intenso e dovrebbero stare attente ad evitare le centinaia di mine posizionate dalla marina taiwanese sul fondo dello stretto, oltre che difendersi dalla guerriglia che verrebbe scatenata anche in mare aperto.[1]

La seconda fase della strategia difensiva potrebbe funzionare solo nel caso in cui le forze taiwanesi riuscissero a infliggere perdite tali da rallentare l’avanzata cinese. A questo punto l’esercito invasore tenterebbe di conquistare gli obiettivi strategici, molti dei quali all’interno delle principali città taiwanesi, che si trasformerebbero in un vero inferno per l’EPL. Da anni la popolazione civile è preparata in caso di invasione e sfruttando la demografia, l’orografia e la maggior conoscenza del territorio, potrebbe rendere l’avanzata cinese sull’isola ancora più difficile: un conto è riuscire a sbarcare, un altro è penetrare in profondità nell’entroterra taiwanese.

L’esercito di Taiwan può vantare un numero cospicuo di riservisti ed inoltre, alla luce delle tensioni scoppiate in seguito alla visita di Nancy Pelosi, ha avviato una serie di corsi rivolti a milioni di abitanti con l’obiettivo specifico di prepararli alla difesa personale e alla conduzione di operazioni di guerriglia urbana. A ciò va aggiunto che quasi tutti gli edifici costruiti sull’isola sono trasformabili in rifugi militari in tempo record e che gran parte della popolazione ha già ricevuto un addestramento minimo dovuto alla leva obbligatoria della durata di quattro mesi.

L’eroica resistenza degli ucraini nelle prime settimane di guerra ha dato tempo di organizzarsi alla NATO e soprattutto agli Stati Uniti ed ha mostrato al mondo che in una situazione simile due sono le condizioni fondamentali per resistere: voglia effettiva di lottare e capacità di ricevere armi e addestramento in poco tempo. Sul primo fronte, se mezzo secolo fa gran parte dei taiwanesi si sentiva “cinese d’oltremare”, oggi la maggior parte degli abitanti dell’isola si rende conto di avere origini etniche comuni ma di vivere in un sistema completamente differente e non vogliono rinunciare alla propria indipendenza.

Quindi sembra ragionevole pensare che in caso di invasione la popolazione sarebbe pronta ad armarsi. Sul secondo fronte ricevere armi non dovrebbe essere un problema dato che gli USA hanno dato ampia prova di poter armare l’Ucraina, pur essendo un dossier decisamente secondario rispetto a quello dell’Indo-Pacifico.

Arriviamo allora al terzo punto, vale a dire la possibilità di difendersi fino all’arrivo di un aiuto dall’esterno. L’Asia Power Index (API) del Lowy Institute attribuisce un punteggio di 66,7 alla Cina e 19,7 a Taiwan, un distacco che di per sé spiega la decisione di optare per la tattica del porcospino. Inoltre, numerosi studi e simulazioni hanno dimostrato che anche nel caso di una strenua resistenza da parte di Taiwan, l’isola non potrebbe mai resistere a lungo senza un decisivo aiuto esterno. Parlando di decisivo aiuto esterno ci riferiamo chiaramente agli Stati Uniti e ai suoi partner della regione con Giappone, Australia ed India in primo piano in quanto membri del QUAD.

In merito a ciò, il Taiwan Relations Act del 1979 contiene delle disposizioni volutamente ambigue così da rassicurare sia Pechino che Taipei e prevede che gli USA forniscano a Taiwan le armi necessarie a difendersi. A partire dal ’79 il rapporto tra USA e Taiwan è stato piuttosto ambiguo ma lo scorso maggio è accaduto qualcosa di inusuale quando in visita in Giappone, Biden ha affermato che gli USA avrebbero difeso Taiwan nel caso di invasione da parte cinese, affermazione poi ripetuta pochi giorni fa alla radio CBS.

Sebbene siano solo previsioni, è lecito pensare che gli Stati Uniti verrebbero direttamente coinvolti in un conflitto per Taiwan. Gli elementi che fanno propendere per questa interpretazione sono vari: in primis Taiwan ha un valore strategico incomparabile per gli USA, sono il principale produttore di microchip a livello mondiale, sono una democrazia e in caso di mancata difesa da parte di Washington cadrebbe definitivamente la narrativa per la quale gli americani sono i protettori mondiali della democrazia. Ciò che è sicuro è il supporto indiretto fornito da Washinton, che il 2 settembre ha inviato l’ultimo pacchetto di aiuti militari. Questo pacchetto da 1.1 miliardi di $fornirà know-how necessario a migliorare i radar costieri, 60 missili antinave Harpoon e più di 100 missili Sidewinder aria-aria.

Sono anni che Taiwan si prepara all’evenienza di un conflitto aperto con la Repubblica Popolare Cinese e negli ultimi anni ha virato decisamente verso una strategia volta a scoraggiare l’intervento cinese a fronte di danni economici e politici troppo elevati da sostenere. Non si sa se la strategia del porcospino sarà effettivamente sufficiente a fermare le mire espansionistiche di Pechino ma è l’unica vera speranza che hanno a Taipei. In questo senso è rilevante però una frase pronunciata solo pochi giorni fa dal Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, di fronte ad Henry Kissinger: Yi ha ricordato un antico proverbio cinese che dice “Meglio perdere mille soldati che un palmo di terra”. Sperando che la questione si risolva pacificamente, non resta che attendere i prossimi sviluppi.


[1] Philip Orchard, Pechino punta agli isolotti, non a Taiwan (per ora), “Domino”, 1,2022,6 pp.18-27

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