Mosca e il piano per le Svalbard

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Dal Trattato di Spitsbergen del 1920 è stata stabilita la sovranità norvegese sull’arcipelago e la vita ruota principalmente intorno alla ricerca scientifica artica. Ma Mosca guarda avanti e pianifica investimenti.

Il trattato di Spitsbergen del 1920 è il principale riferimento legislativo per lo status dell’intero arcipelago delle isole Svalbard che si trovano nelle gelide acque polari. Il Trattato stabilisce la sovranità norvegese sull’intero arcipelago e allo stesso tempo concede la libertà di caccia, pesca e sfruttamento delle risorse minerarie per tutti i Paesi firmatari, che in origine erano quattordici e oggi ammontano a quarantasei. L’importanza strategica che l’arcipelago ha giocato per l’Unione Sovietica e per la Federazione Russa è testimoniata dai due insediamenti russi presenti sull’isola: Barentsburg e Pyramiden. 

Barentsburg è un centro minerario ancora attivo dove si vive e si lavora grazie all’attività estrattiva condotta dalla compagnia statale Arktikugol. Pyramiden, invece, è ormai una ghost town che ad oggi rappresenta una meta turistica in cui è ancora possibile respirare l’atmosfera nostalgica sovietica.

Se Pyramiden rappresenta ed incarna il passato, Barentsburg e la sua composizione demografica rappresenta oggi una nuova sfida, soprattutto alla luce del conflitto in corso in Ucraina, dato che stando ai dati del governatore norvegese delle Svalbard all’inizio dell’anno gli abitanto erano 120 russi e 220 ucraini provenienti dalla regione contesa del Donbas.

Il Ministro allo Sviluppo del Far East e dell’artico Aleksei Chekunov ha annunciato che presto farà richiesta di fondi al governo russo per l’ammodernamento di entrambi i centri. A causa delle sanzioni, gli operatori turistici norvegesi hanno interrotto la cooperazione con i corrispettivi russi. La forte dipendenza dei flussi turistici dall’aeroporto di Longyearbyen fa quindi presagire uno sviluppo di canali turistici alternativi da parte dei russi: Arne Totland, scrittore norvegese profondo conoscitore delle Isole Svalbard, si aspetta che i russi costruiscano la loro esclusiva rete turistica per crociere: “Apart from rules about where it is allowed to let tourists ashore during the cruise, this is a business that is difficult for Norwegian authorities to regulate than traffic on land”.

Nell’attuale quadro geopolitico e dal tenore del dibattito internazionale che oggi si basa sul riconoscimento della sovranità russa su territori ucraini e sulla possibilità di interventi nucleari, l’attenzione che la Russia riserva alle Svalbard può sembrare un’inezia. Ma oltre l’hard power ingaggiato in territorio ucraino, il soft power di Mosca è vigile e mira a stabilire una presenza continua e consistente su un territorio che per la regione artica è di primaria importanza perché crocevia delle rotte emergenti su cui Mosca punta moltissimo per i prossimi anni in cui sarà difficile pensare ad un mercato energetico votato all’export verso i Paesi europei. 

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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