L’Arabia Saudita di Muhammad bin Salman nel Medioriente post-americano

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La riconversione economica post-petrolifera e vision 2030, il mutato scenario internazionale, la ridefinizione delle relazioni con Israele e il disimpegno americano dalla regione. La salita al potere di Muhammad bin Salman, vuoi per congiunture storiche, vuoi per scelte soggettive, si preannuncia come la leadership più dinamica e carica di incognite da quando, sul finire degli anni Trenta, il geologo americano Karl Twitchel spianò la strada alla ricerca e al ritrovamento dei pozzi petroliferi nella Penisola.

Attività che portarono la Monarchia saudita a divenire un Paese chiave della regione, nonché maggiore alleato statunitense. A fronte di questo scenario mutevole, quali saranno le principali sfide cui il futuro regnante e neo-Premier dovrà far fronte? Quali rapporti si verranno a creare con i vicini regionali?  Che postura adotterà il Regno di fronte alla recente minaccia che le due maggiori potenze revisioniste pongono all’assetto unipolare?   

Arabia Saudita e Stati Uniti. Un’alleanza di ferro in fase di ridefinizione 

Sembra lontanissimo quel febbraio del 1945 in cui, a bordo dell’incrociatore Quincy, il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt incontrava l’allora Re saudita Abdul Aziz bin Saud, stringendo quel patto che avrebbe segnato il futuro delle relazioni tra i due Paesi per molti anni a venire. Volendo sintetizzare la complessità di quell’intesa, diremo che il mantra fu: petrolio in cambio di sicurezza. Naturalmente, a una lettura attenta, in gioco c’era molto di più e l’accordo si rivelò estremamente proficuo nel momento in cui la contrapposizione con l’Urss si fece più netta. Fu così che, sul finire degli anni Ottanta, gli Stati Uniti di Reagan fecero ricorso all’alleato mediorientale per far diminuire il prezzo degli idrocarburi e mettere in ginocchio il gigante sovietico[1].

Negli ultimi trent’anni, tuttavia, molte cose sono cambiate: a cominciare dagli attacchi dell’11 settembre 2001 che misero in cattiva luce la Monarchia agli occhi dell’opinione pubblica americana. Dieci anni dopo le primavere arabe in generale, e la destituzione del Presidente egiziano Mubarak in particolare – con la salita al potere di un movimento affine all’Islam politico – convinsero l’Arabia Saudita della necessità di entrare a gamba tesa in quella che si delineava come una partita volta a ridefinire gli equilibri geopolitici dell’area. Un attore che fino ad allora era raramente intervenuto negli affari interni degli Stati vicini cominciò dunque a farsi più proattivo. A ciò si aggiunse il graduale ritiro delle truppe americane dal Medioriente, conseguenza del riallineamento della politica estera statunitense verso il Pivot to Asia. Un riallineamento che determinò una conseguente percezione di insicurezza da parte saudita. Tra le altre cose, l’intervento americano del 2003 in Iraq ha finito per eliminare quel cuscinetto che separava la monarchia dei Saud dal rivale iraniano[2]; cosa che, col senno di poi, fece storcere non poco il naso a Riyad. 

A tutto ciò si aggiungano dei fattori che articoleranno sempre di più la politica estera e interna dell’erede al trono.  In primo luogo, occorre considerare che se oggi come oggi, soprattutto per via del conflitto in Ucraina, i prezzi degli idrocarburi sono alle stelle, nel medio e lungo termine, invece, i processi legati alla transizione energetica prevederanno un sempre più accentuato abbandono dei combustibili fossili a favore delle fonti alternative[3]. In quest’ottica, agli occhi del giovane Principe si pone l’imperativo della differenziazione economica post-oil. Una differenziazione economica e un’apertura ai mercati globali che da una parte mal si concilia con le rigide regole sociali imposte dal clero wahhabita e, dall’altra, necessita di investimenti esteri e di un’apertura nei confronti di altri soggetti internazionali. Soggetti che non possono più essere esclusivamente gli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, il giovane erede al trono sembra sempre meno incline ad accettare incondizionatamente i diktat provenienti da oltreoceano. Gli ultimi eventi, con la mancata condanna all’invasione russa dell’Ucraina da parte di Riyad, sembrano mostrarlo in modo lampante. 

Inoltre, rispetto alla presidenza Trump, la sintonia con Joe Biden e l’establishment facente capo al partito democratico è notoriamente minore. Tuttavia, la geopolitica insegna che le simpatie e le affinità ideologiche contano ben poco di fronte agli imperativi della real politik e ai fattori strutturali. Proprio per questo motivo, la recente visita del Presidente americano in Medio Oriente ha avuto tra le tappe principali proprio Riyad. Se in un primo momento la nuova amministrazione statunitense sembrava propensa a un maggiore scontro con la Monarchia, stante anche le polemiche inerenti il rispetto dei diritti umani e l’affare Khashoggi, gli eventi in Ucraina e la necessità di abbassare il prezzo degli idrocarburi sul mercato internazionale hanno tuttavia portato Biden a recarsi in Arabia Saudita con l’obiettivo di spingere il Paese a un aumento della produzione petrolifera.

La monarchia del futuro tra riformismo interno e scacchiere internazionale 

In questo scenario è possibile azzardare alcune previsioni sulle direttrici che articoleranno le decisioni e le prese di posizione del futuro erede al trono. Questo anche in considerazione della sua recente nomina a Primo Ministro che, tra le altre cose, permetterebbe al giovane Principe di ottenere una sorta di immunità regia.[4]

Sul piano interno Muhammad bin Salman cercherà sempre più di affrancarsi dal potente clero wahhabita, marginalizzandolo e cercando di definire una coscienza collettiva più incline a un neonazionalismo saudita e meno vicina alle istanze religiose di tipo fondamentalista. Nel fare ciò dovrà tuttavia fare attenzione a che la nuova retorica nazionale non gli si ritorca contro, finendo, in un futuro più o meno lontano, per alimentare sentimenti antimonarchici e frange repubblicane.

La politica estera dipenderà molto dagli sviluppi della guerra in Ucraina e, più in generale, dalla sfida all’unipolarismo americano posta in essere dalle potenze revisioniste dell’ordine internazionale. 

È probabile che nei mesi e negli anni a venire la zona della penisola arabica e del  Golfo, con i suoi stretti e i suoi passaggi, diventi una posta in gioco fondamentale in quella che ha tutta l’aria di trasformarsi in una competizione per il Rimland. Non a caso, Paesi tra loro storicamente rivali come Iran e Arabia Saudita, pur con gradazioni differenti e a dispetto degli assetti ufficiali[5], sembrano ambedue contesi tra Stati Uniti e Russia nell’alveo delle alleanze internazionali. 

Altro aspetto che sicuramente caratterizzerà la politica del futuro regnante sarà il processo di riconciliazione con Israele. Se formalmente l’Arabia Saudita non rientra tra i firmatari degli Accordi di Abramo, i rapporti non ufficiali tra i due paesi, in particolar modo a livello di intelligence, sono progrediti considerevolmente. Il passaggio formale della corona da Salman bin Abdul Aziz al figlio Muhammad potrebbe sancire un riconoscimento ufficiale della nuova partnership. In tal senso, le dichiarazioni recentemente fatte dal principe ereditario durante la visita di Biden a seguito dell’omicidio della giornalista Shireen Abu Akleh, parrebbero essere una sorta di messaggio cifrato volto a mettere sul tavolo dei negoziati il riconoscimento di uno Stato palestinese – o più in generale la questione palestinese – in cambio della piena integrazione di Israele nella regione[6]. Un’integrazione e una riconciliazione tra i Paesi dell’area che potrebbe anche portare stabilità – e conseguentemente crescita e prosperità – in una macroregione in cerca di una sua ridefinizione geopolitica all’interno di uno scenario internazionale radicalmente mutato rispetto al ventennio precedente.      


[1]Tra le scelte che determinarono la caduta dell’Urss, oltre al complesso accordo con cui Reagan portò l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera per danneggiare l’economia sovietica, c’è da annoverare il sostegno militare ai mujaheddin afghani, le famose “guerre stellari”, l’astuta reazione al dossier Farewell, nonché il ricorso a un massiccio utilizzo di cacciabombardieri e aerei spia che costrinsero l’Unione Sovietica a impiegare le proprie risorse nel presidio del suo vastissimo territorio attraverso dispendiose tecnologie radar. In tal senso, la successiva introduzione da parte statunitense della tecnologia stealth, capace di infrangere la barriera del controllo radar costosamente messa a punto dai sovietici, rappresentò una sorta di scacco matto inferto al rivale eurasiatico. 

[2]Vito Fatuzzo, L’11 settembre, l’America scatenata e la grande illusione neocon, in AA.VV., 2001-2021: Vent’anni dall’11 settembre: cause, errori, lezioni ed eredità della guerra globale al terrore, Focus IARI Vol.  6 Anno 2022, p.19.

[3]Si prevede un picco della domanda petrolifera nel 2030, che poi verosimilmente scenderà. Il gas viene invece considerato come il combustibile di transizione, perché meno inquinante rispetto a carbone e petrolio. Si consideri che, nonostante gli sforzi a favore della transizione energetica, allo stato attuale, risulta difficile una sostituzione completa di petrolio e gas, tenuto conto di tutta una serie di attività che vanno dal trasporto pesante ai cosiddetti settori hard to abate, per cui il solo utilizzo delle fonti rinnovabili risulta essere insufficiente.   

[4]Tale da consentirgli di recarsi negli Stati Uniti senza correre il rischio di finire sotto processo per l’omicidio dell’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi.

[5]Il JPOA potrebbe essere visto anche come un primo tentativo di disancorare l’Iran da Russia e Cina. Un tentativo che tuttavia si scontra con i timori e la forte opposizione di Arabia Saudita e, in misura ancora maggiore, di Israele.

[6]Il disimpegno americano in Medioriente, e più in generale dal Mediterraneo allargato, mette Israele nella condizione di doversi integrare a livello regionale. Tutto ciò va a combinarsi con i tentativi di ristrutturazione economica degli Stati petroliferi, a cui non dispiacerebbe usufruire della tecnologia israeliana. Altro elemento che potrebbe spingere a un’ulteriore riappacificazione tra i Paesi dell’area, anche se in un primo momento ha finito per riattizzare annosi conflitti, è il ritrovamento di ingenti quantitativi di gas naturale nel Levantino. La recente crisi del gas in cui versa il Vecchio Continente potrebbe spingere a un ulteriore processo di diplomazia internazionale per rendere disponibili queste importanti riserve.  

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