Il processo di distensione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica negli anni Sessanta

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Fonte Immagine: https://www.periodicodaily.com/5-agosto-1963-usa-urss-e-regno-unito-firmano-il-trattato-per-il-bando-delle-armi-nucleari/

Nel contesto di guerra fredda, il processo di distensione tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica è la fase di apertura al dialogo tra le due super potenze. Dialogo principalmente basato sulla limitazione degli armamenti nucleari, volto a creare un equilibrio di potenza. È importante sottolineare che la distensione non pose fine alla rivalità bipolare tipica di quel periodo.

La distensione politica seguì alla cosiddetta crisi dei missili di Cuba, nel 1962, a causa della quale entrambe le due super potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, concordarono della necessità di evitare una guerra nucleare poiché avrebbe determinato distruzione senza vincitori[1]. Conseguenza della crisi di Cuba fu la firma del trattato sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel 1963, firmato da Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, vietando i test nucleari nell’atmosfera, nello spazio extra-atmosferico e sott’acqua. La crisi dei missili di Cuba rese evidente che i progressi raggiunti in campo militare e nucleare avevano raggiunto un livello di distruzione per cui fosse necessario stabilire dei meccanismi di controllo.

Negli anni successivi, i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica si intensificarono, grazie anche alla linea di telescriventi costituita durante la crisi di Cuba, nota come linea rossa, prodotta dalla volontà di evitare un conflitto nucleare. Il trattato firmato nel 1963 rappresentò la risposta ad un primo problema essenziale: la necessità di limitare il numero di armi nucleari a disposizione degli Stati, data la correlazione tra la crescita delle armi nucleari disponibili e l’aumento delle probabilità di una guerra nucleare.

Il trattato del 1963 fu oggetto di numerose critiche, ad esempio fu contestato il divieto degli esperimenti atmosferici, in superficie e sott’acqua, lasciando come unica possibilità le sperimentazioni di test sotto-suolo. Quest’ultime, dato che richiedevano avanzate tecnologie per essere attuate, limitavano i progressi scientifici nel nucleare alle sole potenze più sviluppate, come Stati Uniti e Unione Sovietica.

Sicuramente, il crescente timore di contaminazioni dell’aria presente nell’opinione pubblica incise favorevolmente sulla conclusione di questo trattato, ma la diffidenza e competizione tipica del sistema bipolare creatosi con la guerra fredda prevalse sulla stipulazione del contenuto dello stesso. Un esempio fu il divieto posto dall’Unione Sovietica in merito alla possibilità di effettuare ispezioni nelle basi militari di sperimentazione nucleare, per timore di eventuali attività di spionaggio svolte dagli Stati Uniti.

Difatti, l’Unione Sovietica, nonostante nel 1949 avesse posto fine al monopolio nucleare degli USA e nel 1957 avesse lanciato il primo satellite noto come Sputnik, livello di tecnologia tra i due paesi era ancora notevole. La firma di tale trattato per l’URSS era in parte volta a limitare lo sviluppo degli USA così da aumentare le possibilità di ridurre la distanza tecnologica tra queste due super potenze.

Dalla firma del trattato del 1963 si creò una distinzione tra gli attori internazionali. I promotori e firmatari del trattato erano classificati come potenze in possesso di armi nucleari ai quali si contrapponevano il gruppo delle potenze non ancora in possesso ma con la volontà di sviluppare tale tecnologia, come Francia e Cina.

Infine, l’ultima classificazione era il gruppo delle potenze non in possesso di armi nucleari e l’assenza della volontà di svilupparle, come l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca. Rispetto alla posizione di Italia e Germania Ovest incise sicuramente il ruolo avuto dagli USA nella loro politica interna: gli USA furono il maggiore promotore e garante dello stato tedesco, mentre per l’Italia era fondamentale riacquistare credibilità internazionale tra le potenze occidentali dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. L’andamento delle relazioni tra le due super potenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, durante il periodo della distensione fu influenzato da questioni interne ai due blocchi. 

In primis per gli Stati Uniti, l’unità del blocco occidentale fu messa a dura prova dalla politica estera del Presidente Charles de Gaulle, la cui volontà era sia di ridimensionare l’influenza dagli USA tra i Paesi delle Comunità europee riconquistando la posizione di grande potenza avuta in passato dalla Francia[2]. A tale scopo, nel 1964, il Presidente de Gaulle esercitò il suo diritto di ottenere le riserve valutarie in oro detenute dagli Stati Uniti come previsto dal sistema istaurato nel 1944 con la conferenza Bretton Woods. La richiesta francese non fu portata a termine, soprattutto in considerazione della forte interdipendenza economica tra i Paesi europei e gli USA, ma rappresentò sicuramente un tentativo di minare la potenza economica statunitense da parte del presidente de Gaule. 

La seconda questione che influenzò la politica estera statunitense durante gli anni della distensione politica fu sicuramente il conflitto vietnamita, creando un forte vincolo per l’amministrazione statunitense soprattutto a seguito dell’escalation militare dopo l’incidente nel golfo del Tonchino nel 1964. Difatti, mentre il dialogo tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica divenne più aperto, la competizione tra i due blocchi della guerra fredda continuava ad essere presente nelle relazioni internazionali soprattutto con i Paesi di nuova indipendenza.

Il Vietnam del Sud continuò a ricoprire per gli USA un baluardo essenziale contro il comunismo; la stessa amministrazione Kennedy e successivamente, dopo la morte del presidente Kennedy nel 1963, l’amministrazione Johnson proseguirono la medesima strategia militare, precedentemente elaborata dall’amministrazione Eisenhower, basata sulla teoria del domino: se uno Stato chiave fosse entrato nella sfera d’influenza comunista, le nazioni vicine sarebbero cadute anch’esse come pezzi di un domino entrando nell’orbita dell’URSS l’una dopo l’altra. In ragione di ciò, il periodo della distensione della guerra fredda fu la ricerca di un nuovo equilibrio tra le due maggiori potenze pur mantenendo una forte contrapposizione e competizione tra i due blocchi, quello capitalista e quello comunista. 

Parallelamente nel blocco sovietico fu, anche esso, interessato da frizioni interne che misero a rischio l’unità e l’esistenza del sistema sovietico. Quando Breznev salì al potere nel 1964 dovette far fronte a nuove dinamiche.

Nei primi anni Sessanta, si registrò la rottura dei rapporti tra Cina e URSS, forse in parte dovuta alla volontà della Repubblica Popolare Cinese di affermarsi come realtà indipendente rispetto al tradizionale sistema sovietico. La mancata firma del trattato sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari, rispondeva a questa nuova strategia della Cina di politica improntata ad un forte nazionalismo. Risale, infatti, al 1964 il primo esperimento nucleare cinese e l’adesione al trattato avrebbe comportato il fermo definitivo di tali progressi tecnologici nucleari.

Una prova della rottura delle relazioni tra URSS e Cina furono le critiche del Presidente Mao Zedong sulla gestione da parte dell’URSS della crisi dei missili di Cuba[3]. La Repubblica comunista cinese accusava l’Unione Sovietica di abbandonare all’influenza capitalista il piccolo baluardo rappresentato dall’isola cubana. Difatti, per la Cina la nuova politica sovietica di distensione dei rapporti con gli USA era inaccettabile dato che gli Stati Uniti non riconoscevano la Repubblica Popolare Cinese, sostenendo il ritorno dei nazionalisti di Chang Kai Sheck. 

Una forte frizione nei rapporti all’interno del blocco sovietico si verificò, inoltre, tra l’URSS e la Cecoslovacchia, originata dalla nuova politica di maggior stampo nazionale del Presidente Dubcek, eletto nel 1965. Il neo-eletto Presidente cecoslovacco non rinnegò il sistema sovietico ma impresse una maggior politica liberista al sistema di governo concedendo fondamentali libertà, come quella di espressione, di stampa, di formazione di partiti politici e anche religiosa.

La nuova politica di Dubcek era fortemente osteggiata dal Politburo perché avrebbero permesso la creazione di realtà alternative al partito comunista. Nel 1968, la situazione interna al Paese cecoslovacco degenerò per le proteste degli studenti per richiede interventi volti a migliorare il livello minino di standard di vita del Paese. Le proteste sfociarono nella cosiddetta primavera di Praga, che portò all’intervento dell’armata russa nel Paese cecoslovacco e al cambio di Presidente nel 1969, ponendo una figura più vicina alla nomenklatura sovietica.

La primavera di Praga ricoprì un’importante svolta nell’equilibrio interno al sistema sovietico. Difatti, gli Stati che sino a quel momento avevano intrapreso una politica di stampo nazionale, intensificarono tale strategia, come la Romania guidata da Ceausescu che rifiutò di inviare le proprie truppe in Cecoslovacchia per assolvere ai doveri posti dal Patto di Varsavia. Allo stesso modo, gli eventi di Praga determinarono il definitivo allontanamento dell’Albania dal sistema sovietico, optando per la denuncia del Patto di Varsavia ed intensificando le relazioni con la Cina. La primavera di Praga fu la conferma della volontà delle super potenze di consolidare la divisione in blocchi, nonostante il processo di distensione in atto tra USA e URSS. 

Comunque, nonostante entrambe le due super potenze furono chiamate a fronteggiare pressioni interne che avrebbero poi severamente inciso sull’esistenza della divisione in due blocchi del mondo, il processo di distensione e i negoziati per la limitazione della diffusione di armi nucleari proseguirono. Infatti, dopo lunghi negoziati in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fu approvata la bozza del trattato di non proliferazione nucleare, firmato da USA, URSS e Gran Bretagna nel 1968.

 La conclusione dei negoziati e la firma dell’atto sancirono l’impegno assunto dalle potenze firmatarie di proibire il trasferimento di armi nucleari dagli Stati possessori agli stati firmatari non dotati di tali tecnologie e il divieto a questa seconda categoria di Stati di procurarsi tali armi. Negli anni antecedenti alla firma del trattato, l’Unione Sovietica intensificò le spese militari al fine di raggiungere lo stesso sviluppo della potenza statunitense.


[1] W. Keylor, “Un mondo di nazioni: l’ordine internazionale dopo il 1945”, Guerrini scientifica, pag. 115

[2] W. Keylor, “Un mondo di nazioni: l’ordine internazionale dopo il 1945”, Guerrini scientifica, pag. 125

[3] W. Keylor, “Un mondo di nazioni: l’ordine internazionale dopo il 1945”, Guerrini scientifica, pag. 285-286

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