L’INVERNO STA ARRIVANDO

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Il titolo, tratto dal mondo cinematografico, intende esprimere l’incertezza delle economie mondiali in vista dell’approssimarsi della stagione fredda. Tra inflazione, perturbazioni politiche e finanziarie, guerra, shortage energetico e riduzioni della produzione, il sistema è chiamato alla concertazione di contromisure in grado di salvaguardare il tessuto produttivo e le famiglie.  

Sale? No scende, anzi forse sale!

Continua inesorabile l’esodo e il riposizionamento degli investitori dai mercati azionari. L’intransigenza della FED nella lotta contro l’inflazione permane e s’intensifica, sancendo verosimilmente la fine della fase di TINA: There is No Alternative, a identificare il periodo di rialzi degli indici a seguito degli stimoli monetari messi in campo per fronteggiare la pandemia. Si è dunque scatenato il panico tra gli operatori finanziari, i quali scontano l’atteggiamento aggressivo della banca centrale; le timide speranze delle settimane precedenti circa l’ipotesi di un soft landing nel rialzo dei tassi sono andate smentite dai dati che confermano la persistenza dei rincari.

L’ultima rilevazione inflazionistica – deludendo chi sperava che il picco fosse stato raggiunto – è stata peggiore delle aspettative attestandosi a un +8,3% di agosto contro le stime di +8% . Tale circostanza ha pertanto obbligato la FED a fare di necessità virtù favorendo l’atteggiamento hawkish nella prospettiva di dover garantire prezzi stabili e crescita nel medio periodo annunciando ulteriori rivisitazioni al rialzo del costo del denaro. Considerando che, in media, gli effetti sull’economia reale delle politiche monetarie hanno un ritardo di 6-9 mesi, le manovre di rialzo dei tassi iniziate a marzo solo adesso stanno iniziando a mordere e ne vedremo pienamente gli effetti a inverno inoltrato. 

In Europa le cose non vanno meglio. L’ipotesi della recessione prende corpo e l’inflazione continua a spaventare, la corsa dei prezzi ha raggiunto ad agosto il 9,1%, secondo i dati riportati da Eurostat. In questo contesto le parole della presidente Christine Lagardenell’audizione tenuta martedì 26 settembre alla commissione affari economici all’Europarlamento sono chiare: nei prossimi trimestri assisteremo a un rallentamento dell’attività economica, come confermato dagli autorevoli analisti di Standard&Poor’s. Nel frattempo i vertici della BCE ribadiscono la già annunciata svolta green: da ottobre, le partecipazioni obbligazionarie saranno progressivamente reindirizzate verso emittenti che garantiscono una migliore performance ambientale, in un periodo nel quale la lotta ai cambiamenti climatici sembra scontare il rallentamento nel processo di transizione energetica.

Gran Bretagna in contromano                                                                     

Nel frattempo, la Gran Bretagna inverte la rotta nella conduzione della politica fiscale tradizionalmente rispondente ai più rigorosi parametri di cautela. Il governo si appresta a varare il maggior taglio del cuneo fiscale degli ultimi decenni. L’obiettivo dichiarato è far crescere il PIL del 2,5% annuo, con misure anticicliche che vadano a contrastare lo scenario di recessione, recentemente confermato dalla BoE. Nello specifico, il piano annunciato dal cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng prevede riduzioni alle imposte per circa 45 miliardi di sterline a favore di imprese e persone fisiche, con l’abolizione dell’aliquota fiscale più alta e la riduzione dell’aliquota minima. Inoltre si avranno interventi, sulla falsariga di altre realtà nazionali, tesi a stemperare i rincari energetici congelando le bollette dei consumatori e delle aziende.

 Inevitabile l’aumento del debito pubblico, che raggiungerà la cifra di 234 miliardi di sterline. Il tempo e le rilevazioni ci diranno se l’adozione di misure espansive sarà effettivamente in grado di risollevare l’economia britannica. Nell’immediato tuttavia la reazione dei mercati non è stata positiva. L’abbandono di tradizionali principi di controllo fiscale in una situazione congiunturale nella quale indebitarsi, a causa dell’aumento dei tassi è sconveniente, ha determinato la discesa della sterlina sul dollaro al suo minimo storico. 

L’incognita ungherese

In questo quadro di incertezza economica si inserisce un ulteriore fattore di disturbo per la comunità europea: l’instabilità politica derivante dal contrasto che contrappone Bruxelles e Budapest. La persistente violazione delle norme europee in materia di stato di diritto perpetrata dall’Ungheria di Viktor Orbán ha condotto all’accusa d’irregolarità e di minacce all’indipendenza del sistema giudiziario oltre che in gravi carenze del sistema elettorale e di diffusa corruzione. Il parlamento europeo ha votato per dichiarare l’Ungheria non più una democrazia spingendosi a definirla una “minaccia sistemica” per i valori fondanti dell’UE.

Le istituzioni comunitarie paventano dunque la possibilità di congelare, tramite il meccanismo di condizionalità, l’erogazione di fondi europei pari a circa sette miliardi. Il commissario al bilancio Johannes Hahn ha affermato che si tratta di violazioni delle regole di diritto che compromettono l’uso dei fondi comunitari. Si attendono ora le rispose di Budapest. I Paesi membri avranno alcuni mesi per valutare le raccomandazioni della Commissione ed eventualmente modificarne la portata delle risposte punitivequalora si ritengano credibili le azioni eventualmente promosse dall’Ungheria: in questo quadro Budapest potrebbe trovare una preziosa sponda nel futuro esecutivo italiano, con ogni probabilità guidato da Giorgia Meloni.

Il rischio per l’Ungheria è di perdere il diritto di voto in seno al Consiglio. Il contrasto tra il Paese e le istituzioni comunitarie arriva da lontano: diversa visione delle regole democratiche e sulle politiche migratorie, circa l’allargamento a est della comunità e in ultimo sulle ambigue posizioni del presidente Orbán nei confronti delle sanzioni alla Russia e del suo personale rapporto con Putin, come testimonia la sottoscrizione di un nuovo contratto con Gazprom per la fornitura di gas nel mese di agosto.

La Germania nazionalizza

Le fosche previsioni sulla crescita europea scontano inevitabilmente lo scenario negativo della locomotiva Germania; i dati sulla produzione industriale, scesa in luglio dello 0,3, aggiungono incertezza e allarme per il tessuto imprenditoriale tedesco che più di altri risente degli aumenti dei costi energetici, conseguentemente alla sua elevata dipendenza dalle forniture russe. Inoltre, secondo le stime del Kiel Institute for the World Economy (IfW), complessivamente, la produzione dovrebbe ridursi nel 2023 dello 0,7%, con possibili danni per 150 miliardi di euro.

Il continuo inasprirsi della guerra in Ucraina aggrava lo scontro e la necessità di soluzioni condivise per fronteggiare adeguatamente la crisi energetica. La riduzione nonché l’iter per la sostituzione dei flussi provenienti dalla Russia – che giova ricordare prima dell’invasione ammontava a circa il 40% del fabbisogno europeo – sta avendo serie ripercussioni. Berlino, nel tentativo di evitarne il default, ha individuato nella nazionalizzazione la soluzione per il colosso Uniper. 

L’acquisizione di un pacchetto azionario del 78% avrà un costo di circa trenta miliardi di euro ed è ritenuta l’adeguataexit strategy per salvare dal fallimento il principale importatore di gas, il quale fatica sempre più a reperire materia prima a prezzi ragionevoli e, essendo vincolato dai contratti di distribuzione con i suoi clienti a determinati prezzi prefissati, vede le sue perdite dilatarsi. Il ministro dell’economia, Robert Habeck, ha affermato che il governo farà tutto il necessario per mantenere le aziende chiave stabilmente operative ed evitare cosi shock sistemici; si comprendono in tal senso i piani per l’acquisizione di due ulteriori importatori, VNG e Securing Energy for Europe.

L’Europa tra price cap e soluzioni alternative

Tra le ipotesi di misure atte al contenimento del ricatto energetico russo, si discute a Bruxelles del cosiddetto Price cap; si tratta sostanzialmente di un tetto massimo al prezzo del gas importato, equivalente a una nuova sanzione al regime di Putin e riproposto in questi giorni da una lettera inviata da 15 Stati membri alla Commissione al fine di discuterne in occasione del Consiglio straordinario in programma per il 30 settembre.

Al riguardo si registra la resistenza di vari governi, specialmente i più esposti quali la Germania. Un’alternativa potrebbe essere l’istituzione di una realtà unica a livello europeo incaricata di acquistare la materia prima a un prezzo determinato. Sebbene Mosca possa commerciare con altri partner, non bisogna sottovalutare il potere di mercato europeo rappresentato dall’infrastruttura logistica: i tubi che collegano la Russia all’Europa non possono essere utilizzati per la vendita ad altri acquirenti. Le paure e le remore europee, si collocano e si giustificano nel timore che come contromisura Mosca decida di tagliare ulteriormente le forniture; tuttavia questa è un’eventualità che si palesa già con una frequenza quanto meno sospetta.

È attualità la notizia del danneggiamento del Nord Stream nel Mar Baltico, con l’intelligence svedese che parla di esplosioni sottomarine. Le accuse e le smentite si susseguono e si incrociano ma oltre ad un evidente danno ambientale rimane la certezza che i tempi di riparazione e ripristino dei flussi saranno imprevedibili. L’eventuale accordo sul price cap ridurrebbe i flussi finanziari in direzione Mosca, indebolendone le risorse monetarie proprio nel momento in cui ha varato un piano di aumento del 43% delle spese militari per il 2023. E ancora, per frenare la speculazione in corso sul mercato del gas si è ipotizzato di sottoporre il mercato TTF Title Transfer Facility quotato sulla borsa di Amsterdam a più stringenti controlli di supervisione finanziaria da parte dell’ESMA.

Le alternative europee constano di ulteriori strumenti, quali: il disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità, coordinamento su base sovranazionale delle politiche di risparmio energetico, limitazione del prezzo dell’elettricità proveniente da fonti alternative al gas per reperire risorse da destinare alla riduzione delle bollette, utilizzo delle quote di riserva di stabilità del mercato ETS. Infine, la Commissione ha anche proposto misure emergenziali di austerity al fine di stemperare i rischi dei rincari energetici come ad esempio: riempimento degli stoccaggi, obbligo di ridurre il consumo energetico in alcune fasce orarie, applicazione di un massimale sui ricavi dei produttori di energia, nonché contributi di solidarietà  sugli utili in eccesso generati dalle attività del settore al fine di reperire introiti aggiuntivi da destinare all’attuazione di forme redistributive. 

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