Doha: rischi di un nuovo boicottaggio?

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Il Qatar si sta preparando a ospitare i prossimi Mondiali di calcio 2022. Tuttavia, l’attesa di questo evento sportivo ha contribuito a riaccendere i riflettori sul tema dei lavoratori stranieri in Qatar, soprattutto su coloro che stanno costruendo gli impianti per la manifestazione.


Fifa World Cup 2022


Il Qatar ospiterà i prossimi Mondiali di Calcio, precisamente nel mese di novembre dell’anno corrente. L’evento è senza dubbio un ottimo strumento di soft power, soprattutto dopo l’Expo Dubai 2020 organizzato dai vicini Emirati Arabi Uniti nel panorama della competizione per la leadership regionale. Tuttavia, il Fifa World Cup 2022 ha suscitato molteplici reazioni internazionali nei confronti delle condizioni dei lavoratori stranieri a basso costo, i cui diritti, secondo molte ONG, non sarebbero affatto garantiti. Vi sono molti Stati, tra cui Norvegia, Danimarca e Germania, che spingono al boicottaggio degli imminenti campionati di calcio, diffondendo sui social l’hashtag #BoycottQatar. I diritti dei lavoratori continuano a essere un problema in tutto il Golfo a causa del sistema di regolamentazione del lavoro.

Il sistema di “sponsorizzazione”


I sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), organizzazione sub-regionale di cui fa parte il Qatar insieme ad Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman, ospitano uno stock migratorio superiore alla loro popolazione nativa: i migranti occupano almeno due posti di lavoro su tre. La popolazione straniera raggiunge quasi i 30 milioni, ma la separatezza economica e sociale rispetto a quella autoctona e gli scarsi diritti di cui gode, rende la società profondamene duale.

Percentuale di lavoratori autoctoni e lavoratori stranieri a confronto. https://www.cfr.org/backgrounder/what-kafala-system

Il dualismo della società è complicato dal sistema di reclutamento dei migranti, detto niẓām al-kafāla (sistema di sponsorizzazione), che si basa sulla piena responsabilità assunta dallo sponsor nonché datore di lavoro del migrante, il quale è l’unico a poter provvedere al suo visto di entrata, contratto di lavoro e permesso di residenza. Il sistema risale alla giurisprudenza islamica sulla tutela legale ed è sorto nel Golfo per regolamentare il trattamento dei lavoratori stranieri nell’industria delle perle e altri traffici commerciali a partire dal XX secolo.

Nell’era moderna si diffonde nelle economie del GCC grazie a diversi elementi: la crescente domanda di manodopera a basso costo, la ricerca di impiego da parte di molti migranti e l’opportunità di inviare denaro a casa alle loro famiglie. Gli Stati del Golfo che accolgono i lavoratori stranieri utilizzano questo sistema in quanto tutelerebbe sia i diritti dei datori di lavoro che dei lavoratori stranieri, inoltre costituirebbe una base giuridica per la residenza e l’impiego di tali lavoratori.

Tuttavia, a poco a poco, il sistema della kafāla e le questioni relative ai diritti umani sono diventati la causa della pressione esercitata dalla comunità internazionale e dagli enti per i diritti umani sulla conformità del sistema al rispetto dei diritti dei lavoratori. Questo perché sono poste delle condizioni vincolanti nei confronti dei lavoratori stranieri: il migrante può lavorare solo per lo sponsor e per la sola durata del contratto; non è ammesso il cambio di sponsor se non in particolari circostanze, e lo sponsor può perfino trattenere il passaporto del migrante e impedirgli di lasciare il Paese.

Addirittura, anche quando la persona sponsorizzata possiede ancora il suo passaporto, ha bisogno del permesso dello sponsor per viaggiare all’estero. Di conseguenza, una tale procedura, secondo le accuse internazionali, limiterebbe la libertà di movimento, soprattutto quando si sviluppano problemi nella relazione tra il kāfil e la persona sponsorizzata (makfūl).


Il sistema, come da accuse internazionali, abiliterebbe lo sponsor ad estromettere immediatamente la persona sponsorizzata al termine del suo contratto, senza la possibilità di appellarsi alla legge ed essere tutelato da strumenti giuridici consoni. Inoltre, lo sponsor può anche trattenere i suoi documenti, impedendogli di lasciare il Paese.

Per queste ragioni, da anni si parla di riforma di questo sistema che diviene via via meno funzionale con il progresso dell’economia e della società, poiché, in questo modo, una ristretta élite continua ad esercitare un potere assoluto su un consistente numero di lavoratori stranieri, esclusi da fondamentali diritti. Data questa pressione, molti Paesi del Golfo hanno iniziato ad attuare delle riforme, come la standardizzazione dei contratti e l’allentamento delle restrizioni per lasciare il Paese.


Nel marzo 2021, l’Arabia Saudita ha iniziato a consentire ai lavoratori migranti di lasciare il Paese senza il permesso del loro sponsor, anche se hanno ancora bisogno dell’approvazione del governo ed è consentito solo al termine del contratto o almeno dopo un anno di lavoro. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, nel frattempo, hanno introdotto “visti flessibili” per i lavoratori privi di documenti.

Il Qatar ha apportato modifiche significative al proprio sistema nel 2020: ha allentato le norme stringenti che non consentivano ai lavoratori di cambiare impiego; istituito un salario minimo mensile e aumentato le sanzioni per i datori di lavoro che trattengono gli impiegati. Inoltre, ha implementato una piattaforma online per la presentazione di avvisi di cambio lavoro e ha lanciato una campagna di sensibilizzazione per informare i lavoratori e i datori di lavoro sulle riforme.

Diritti dei lavoratori stranieri nel niẓām al-kafāla nei sei Paesi del GCC.  https://www.cfr.org/backgrounder/what-kafala-system

Nonostante ciò, secondo quanto afferma il quotidiano The Guardian, più di 6.500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sarebbero morti in Qatar negli ultimi dieci anni, ovvero da quando Doha ha vinto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo. Ciò significa che, contrariamente a quanto auspicato, i diritti dei lavoratori continuano ad essere violati.

Le riforme recentemente attuate dal Qatar non vengono correttamente applicate, il che significa che gli sponsor continuano ad avere eccessivo controllo sulla vita dei lavoratori. Secondo Amnesty International, i lavoratori impegnati nella costruzione degli stadi sono costretti a lavorare in condizioni disumane, a vivere in squallidi alloggi, a pagare enormi tasse di reclutamento e a subire la trattenuta dello stipendio e la confisca dei passaporti.


Da quando la FIFA ha assegnato la Coppa del Mondo 2022 al Qatar, ci sono state ripetute accuse sulle morti dei lavoratori migranti durante i lavori per la costruzione dei vasti progetti infrastrutturali, a causa del clima estremamente caldo del Paese e delle condizioni di lavoro estreme. Dopo due anni di parziali riforme del lavoro e ad un passo dall’inizio dei Mondiali di Calcio 2022, la sicurezza dei lavoratori in Qatar rimane al centro del dibattito internazionale.

Conclusione
Il Qatar è stato già in passato colpito dal boicottaggio da parte di alcuni Paesi arabi. Nel 2017 (fino al 2021) il famoso “Quartetto” formato da Egitto, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha completamente chiuso i rapporti diplomatici con il Qatar, imponendo l’embargo aereo, terrestre e marittimo, sulla base delle accuse al Paese di essere uno “sponsor del terrore” attraverso il finanziamento di vari gruppi terroristici quali al-Qaeda, lo Stato Islamico e forze paramilitari sostenute dall’Iran.

Un altro fattore che ha contribuito alla crisi diplomatica del 2017 è stato senza dubbio il cambiamento di condotta adottato dal Qatar, evidente a partire dalle Primavere Arabe: la scelta di Doha di assumere una postura di politica estera libera da qualsiasi interferenza intra ed extra-Golfo, in sostanza una sorta di “battitore libero” nella grande arena mediorientale, ha aumentato sempre più le paure degli Stati del Golfo sul desiderio del Qatar di assumere la posizione di leader regionale.

La sua politica estera, nonché il suo atteggiamento “equi-dialogante”, espongono Doha ad estreme critiche, specialmente sul campo dei diritti umani e dei lavoratori in particolare. Eventi globali come il Fifa World Cup 2022 pongono in primo piano il tema della reputazione internazionale dello Stato, il quale rischia, ancora una volta, di ritrovarsi isolato.

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