Indo-Pacifico: uno scenario “critico” della Nuova Guerra Fredda

13 mins read

L’Indo-Pacifico è uno scenario critico dei rapporti altalenanti tra Cina e Stati Uniti, il quale sta condizionando la stessa Nuova Guerra Fredda

L’Indo-Pacifico, una Regione in continuo sviluppo economico, è diventato il luogo del confronto diretto tra Cina e Stati Uniti, che attuano precise strategie per imprimere la loro impronta.

La Cina, ormai una superpotenza affermata, concepisce la necessità di attuare a livello mondiale la transizione dall’ordine mondiale unipolare, a guida statunitense, a uno multipolare, in cui ambisce ad esserne una protagonista indiscussa.

Nell’Indo-Pacifico la Cina, che gode di affacci diretti, sta cercando di ottenere il monopolio dei punti strategici nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano, da attuarsi con la costruzione di porti e di una flotta navale possente. Ciò rappresenta la volontà del Governo di Pechino di garantirsi il dominio marittimo nella Regione, ben sottolineata pure dalle esercitazioni militari navali, singole  e congiunte (soprattutto con la Russia), intraprese nel corso del tempo. Quest’ultime vengono sempre viste con sospetto dalla compagine occidentale, poiché non è un mistero il desiderio della Cina di non ricevere interferenze da parte della US Navy e dei corrispettivi alleati nella Regione. 

Per raggiungere tali obiettivi, la Cina sta cercando di avere buoni rapporti diplomatici con i Paesi dell’ASEAN(Association of South-East Asian Nations), mentre dal punto di vista economico sta attuando le seguenti strategie. Prima di tutto, ha integrato nella “Nuova Via della Seta” le Isole Cook, le Isole Salomone, la Papa Nuova Guinea, il Kiribati, Vanuatu, Fiji, Tonga e Samoa.

Poi ha espresso la sua volontà di entrare nel CPTPP (Comprensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), di cercare di intraprendere rapporti privilegiati con l’India (cercando di offrirle una maggiore prospettiva di crescita e per farla “allontanare dalla compagine occidentale”) e ha creato il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership). Quest’ultimo è un accordo commerciale di libero scambio multilaterale, il più grande fino ad oggi nell’area, che ambisce a dare impulso agli investimenti e a tagliare progressivamente le barriere doganali.   

Anche gli Stati Uniti concepiscono l’Indo-Pacifico essenziale per questioni economiche e strategiche, le quali sono orientate a contrastare l’ascesa della Cina nell’area. Infatti, stanno creando dei partenariati/alleanze con determinati Governi della Regione, puntando pure ad ottenere rapporti positivi con l’ASEAN. Tali azioni sono dettate perfino da una difficoltà che il Governo di Washington nutre a dispetto della Cina: la mancanza di un vero confine geografico nella Regione. Gli Stati Uniti si situano ai margini dell’Indo-Pacifico e, per questo, hanno bisogno di alleati nell’area.

Sul versante della sicurezza, gli Stati Uniti hanno creato il Dialogo quadrilatero “QUOD” (che includono Australia, India e Giappone) e il Patto di difesa “AUKUS” (con Australia e Gran Bretagna). 

Tali concetti vengono maggiormente rinforzati dal nuovo Strategic Concept della NATO (North Atlantic Treaty Organization) che, oltre a definire la Cina come una “concorrente sistematica”, concepisce la stessa Alleanza come un soggetto globale e l’Indo-Pacifico come una Regione essenziale per i progetti futuri della NATO.

Inoltre, sul versante economico gli Stati Uniti hanno creato l’accordo “IPEF” (Indo-Pacific Economic Framework). Esso vede la partecipazione di 12 Paesi, in cui la Cina è esclusa, con l’ambizione di raggiungere molti obiettivi (si focalizza molto sulle questioni climatiche e quelle della ricostruzione delle catene di fornitura). Tuttavia, questo accordo non si basa sul libero scambio.

Queste strategie messe in campo dalle due Superpotenze scatenano accuse e polemiche reciproche. Gli Stati Uniti rimproverano la Cina di attuare tattiche coercitive nei confronti degli Stati della Regione e di mettere seriamente a rischio lo status quo dell’Indo-Pacifico. Come risposta, il Governo di Pechino ha sempre ribadito che sono mal comprese le sue vere intenzioni nella Regione e, inoltre, ha accusato gli Stati Uniti di essere i veri responsabili della destabilizzazione dell’Indo-Pacifico, a causa delle loro azioni bellicistiche.    

Tuttavia le relazioni tra Cina e Stati Uniti non si limitano a questa “spiccata” competizione e alle conseguenti accuse. Esse sono di più ampio respiro tanto che, secondo molti analisti, risulterebbero nel loro insieme “ambigue”

Tenendo presente la Globalizzazione di stampo neoliberista, che ha di fatto interconnesso le economie di Cina e Stati Uniti, le relazioni commerciali import-export tra queste due Superpotenze sono tra le più importanti a livello globale (nel 2021 il fatturato risulta di 756 miliardi di dollari). Ciononostante anch’esse subiscono i “contraccolpi” della competizione tra il Governo di Washington e quello di Pechino, messi in evidenza dalla guerra dei dazi doganali, iniziata nel 2018, e dalla “Black List” statunitense di decine di aziende cinesi

Uno spiraglio di allentamento di questa situazione è arrivato agli inizi del 2020 quando Cina e Stati Uniti hanno deciso di dare atto ad un patto commerciale, costituito in più fasi e con regole precise. Nonostante ciò, agli inizi del 2022 molti economisti ed esponenti Governativi ne hanno sottolineato il suo fallimento, a causa dalla pandemia Covid-19 e dalla mancanza di politiche complementari per renderle un successo.  

Pure le relazioni politiche tra Cina e Stati Uniti hanno vissuto momenti positivi. Ad esempio al G20 dei Ministri degli Esteri a Bali dello scorso luglio le due parti hanno concordato di migliorare le relazioni bilaterali, gestire responsabilmente la competizione e di collaborare sul problema dei cambiamenti climatici.

L’equilibrio, considerabilmente “fragile”, di queste due Superpotenze viene sempre seriamente minacciato dalla questione di Taiwan, considerata uno dei fulcri più critici della Nuova Guerra Fredda.

L’isola in questione è rivendicata dalla Cina, la quale la reputa una “provincia ribelle” per cui vi è la necessità di riportarla sotto la giurisdizione e la sovranità di Pechino

Gli Stati Uniti, invece, attuano una politica nei confronti di Taiwan che viene giudicata come “ambigua”: da un lato riconoscono il principio di “Una Sola Cina”, in virtù del disgelo con il Governo di Pechino dalla “vecchia Guerra Fredda” e del mantenimento dello status quo nella Regione; mentre dall’altro sostengono attivamente la democrazia di Taiwan. Comunque sia, gli Stati Uniti concepiscono l’unificazione dell’isola con la Cina solo tramite metodi pacifici e per volontà di entrambe le parti in causa.

Ad oggi, le situazioni “più critiche” sulla questione di Taiwan sono: le incursioni aeree cinesi dell’ottobre 2021 nella zona “ADIZ” (per l’identificazione aerea) dell’isola, fatto che spinse le due  Superpotenze a tentare di migliorare le relazioni diplomatiche per impedire l’avvenire di problematiche fuori controllo; la visita a Taiwan della Speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi. L’ultimo evento citato, avvenuto tra il 2 e il 3 agosto 2022, aveva lo scopo di esprimere maggiormente il sostegno statunitense alla democrazia di Taiwan, scatenando conseguentemente la reazione stizzita della Cina. 

Quest’ultima, oltre ad ammonire gli Stati Uniti di non interferire con la questione vigente ritenuta come interna da Pechino (parole sempre ribadite ad ogni azione americana nei confronti dell’isola in questione che non viene approvata dalla Cina), ha dato avvio il 4 agosto all’imponente esercitazioni militari attorno a Taiwan. Essa, attraverso la coordinazione tra le forze aeree e navali, ha dimostrato la capacità cinese di poter bloccare i porti, ridurre il traffico aereo e mercantile dell’isola, colpire le installazioni più importanti e isolare Taiwan da qualsiasi aiuto esterno.

Inoltre, la Cina ha interrotto qualsiasi collaborazione con gli Stati Uniti riguardanti i dossier concordati al G20 di Bali, in materia di sicurezza, ha tagliato ulteriormente la sua partecipazione in titoli del Tesoro statunitense e ha forzato molte delle sue grandi aziende statali a lasciare Wall Street.

Gli Stati Uniti, oltre a reputare la reazione cinese come “irresponsabile”, nutrono non poche preoccupazioni riguardanti l’esercitazione militare in questione, poiché potrebbe dimostrare il  possibile “modus operandi” dell’ipotetica conquista di Taiwan da parte della Cina

In risposta alle azioni cinesi, il Governo di Washington ha deciso di vendere a Taiwan armi e mezzi militari per 1,1 miliardi di dollari, che fa seguito a molti altri aiuti in materia di sicurezza, e di incrementarne le relazioni, attuabile con un accordo commerciale separato in pianificazione. Pure quest’ultime mosse statunitensi hanno stizzito la Cina.  

Dunque, l’Indo-Pacifico rappresenta una Regione critica e incidente per le relazioni tra Cina e Stati UntitiLo stesso vale pure per la Nuova Guerra Fredda, dimostrato dal nuovo Strategic Concept della NATO. Se la situazione nell’area in questione dovesse raggiungere un limite insopportabile, non si potrebbe escludere l’invocazione dell’art. 5 del Trattato dell’Alleanza. Seguendo i medesimi motivi, pure la Cina potrebbe eseguire tale azione d’intervento appoggiata dai suoi alleati.

Al momento non esistono condizioni così gravi da giustificare interventi radicali, seppure la situazione di Taiwan desterebbe non poche preoccupazioni. Le stesse dovrebbero essere poste nei confronti degli altri Stati della Regione, in quanto “territorio” di competizione tra Cina e Stati Uniti per imprimere la loro influenza e, conseguentemente, portare a possibili problemi diplomatici tra le due Superpotenze.

Infine, i rapporti tra i Governi di Washington e di Pechino verranno nuovamente messi alla prova al G20 di Bali dei Capi di Governo del prossimo novembre, e qui si potrebbe confermare il trend negativo oppure nuovamente migliorare.   

Latest from DIFESA E SICUREZZA