IL GAS AMERICANO È LA SOLUZIONE ALLA CRISI ENERGETICA EUROPEA?

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Nel 2022 si è verificato un aumento vertiginoso delle esportazioni di gas americano all’Europa, un trend che però non può continuare

La guerra in Ucraina sta avendo ripercussioni sulla stabilità e sicurezza del sistema internazionale e dei mercati, soprattutto di quelli energetici e alimentari. Gli Stati europei, e non solo, si sono mobilitati per trovare fonti energetici alternative al gas russo, una corsa contro il tempo iniziata già un anno fa quando iniziò ad essere chiaro che la multinazionale russa Gazprom stesse riducendo i volumi di gas immesso sul mercato europeo. L’Europa si è trovata nella condizione di dover trovare un sostituto o dover rinunciare a circa 120 miliardi di metri cubi all’anno (Gmc/a) di gas naturale, che corrisponde a circa il 30% di tutto il gas consumato dall’Unione Europea.

In questo contesto, il Gas Naturale Liquefatto (GNL) ha fatto un ingresso dirompente nel mercato europeo nonostante per anni sia stato il gas meno usato in Europa perché i due maggiori fornitori dopo la Russia, ovvero Norvegia e Algeria, non si sono dimostrati in grado di aumentare significativamente le loro esportazioni nel breve periodo. Lo shale gas non ha mai preso piede nel vecchio continente nonostante la presenza di suoi grossi giacimenti in Europa orientale che, secondo le stime, ammonterebbero a circa 27mila miliardi di metri cubi, sufficienti a coprire 60 anni di consumi.

L’estrazione di questo gas implica una serie di problematiche che hanno determinato il suo non pieno sfruttamento, partendo dall’impatto ambientale causato dalla sua tecnica di estrazione denominata fracking, che consiste nella fratturazione idraulica di terreni argillosi. Questo lo differenzia dal metano russo, che invece viene estratto da giacimenti convenzionali.

Alle resistenze e opposizioni avanzate dai movimenti ambientalisti, si aggiungono difficoltà tecniche e la scarsa qualità dei giacimenti per la quale il coefficiente di idrocarburo che si può ricavare dalla roccia in realtà è più basso di quanto si pensi. Per estrarre questo metano occorrerebbe estendere sempre di più l’area oggetto di trivellazioni, ma un tale processo produttivo è difficilmente realizzabile in aree densamente popolate, per problemi sia logistici che ambientali.

Per riassumere, a impedire lo sviluppo e il pieno sfruttamento dello shale gas presente in Europa sono stati fattori economici, tecnici e ambientali, più che di natura politica. In questa panoramica sono entrati in gioco gli Stati Uniti, i cui produttori hanno approfittato della crisi energetica europea e dell’aumento dei prezzi del gas per entrare in maniera dirompente nel mercato europeo.

I produttori americani hanno infatti esportato in Europa un quantitativo di gas che compensa più della metà dell’ammanco russo, arrivando a fornire da soli il 51% del GNL importato dall’Europa nel 2022. Questo aumento è stato l’unico così significativo da parte di un singolo fornitore, e per gli Stati Uniti ha rappresentato più di un raddoppio dei volumi esportati rispetto al 2021, passando da 29 a 70 Gmc/a.

Per quest’anno l’Europa è stata il principale mercato di sbocco per il gas americano, determinando un vero e proprio stravolgimento del mercato energetico e dei trend in termini di esportazioni e importazioni. Con questo aumento delle esportazioni di gas a prezzi dieci volte maggiori rispetto al periodo pre-crisi, i produttori statunitensi di GNL stanno sopperendo alla mancanza di liquidità e finanziamenti degli anni precedenti. 

Ma quali saranno gli sviluppi futuri e fino a che punto gli Stati Uniti potranno sopperire alla crisi energetica europea? A marzo 2022 era stato raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Unione Europea che prevedeva la fornitura da parte degli americani di 15 miliardi di metri cubi di GNL entro la fine del 2022, con l’obiettivo di aiutare l’Europa a rendersi indipendente dal metano russo.

Quando l’accordo è stato annunciato, Biden aveva spiegato che la Commissione Europea avrebbe lavorato con gli Stati membri per costruire una rete di stoccaggio del gas e le infrastrutture necessarie per ricevere il GNL in Europa. Tutto questo usando le giuste tecnologie per rimanere in linea con gli obiettivi della strategia europea a emissioni zero.

L’accordo prevedeva anche la creazione di una task force composta da membri sia della Commissione Europea che della Casa Bianca per elaborare e investire in soluzioni per creare idrogeno rinnovabile, aumentando così la sicurezza economica energetica internazionale e nazionale dei Paesi coinvolti. L’obiettivo congiunto degli USA e dell’UE non era solo quello di ottenere l’indipendenza energetica dalla Russia per una questione etica, ma anche per costruire un percorso più sicuro in termini strategici e geopolitici.

Questo perché se in futuro scoppieranno ulteriori crisi in cui la Russia è coinvolta, l’Europa dovrà essere indipendente in termini energetici da un Paese considerato inaffidabile e pronto a scardinare lo status quo del sistema internazionale. 

Tornando allo shale gas, ad oggi la sua produzione negli Stati Uniti è arrivata quasi alla massima capacità. Inoltre, l’amministrazione Biden ha mostrato rimostranze rispetto a quanto succede nel mercato energetico americano, poiché questo aumento decisivo delle esportazioni verso l’Europa fa lievitare i prezzi del gas anche negli Stati Uniti. 

Inoltre, entro la fine del 2022 è prevista una riduzione del 90% delle importazioni di petrolio dalla Russia all’Unione Europea, e il timore è che il crollo delle esportazioni possa portare il costo del greggio sopra i 120 dollari al barile. In vista delle elezioni di metà mandato di novembre 2022, risulta politicamente svantaggioso e sconveniente presentarsi con i costi del gas nel mercato americano quadruplicati, il prezzo del petrolio arrivato ai 120$ al barile, e di conseguenza i prezzi dell’elettricità aumentati, poiché sono tutti fattori che pesano direttamente sui consumi e sulla vita degli americani.

L’UE sta cercando una soluzione per far fronte agli squilibri tra domanda e offerta energetica, ma gli USA non possono rischiare un significativo aumento dei prezzi in vista dell’inverno imminente. Inoltre, sarebbe alquanto difficile fornire gas abbastanza rapidamente da poter allievare la crisi energetica europea per questo inverno, anche perché come dichiarato da Wil VanLoh, il capo del gruppo di private equity Quantum Energy Partners, “Non è che gli Stati Uniti possano pompare tanto di più.

La nostra produzione è quella che è”, aggiungendo che “Non c’è nessun salvataggio in arrivo…Né sul fronte del petrolio, né su quello del gas”. Gli USA non saranno in grado di aggiungere impianti ulteriori di perforazione, e per di più la produzione sta risentendo del contraccolpo dell’aumento dei prezzi dello scisto, una roccia metamorfica decisiva per la produzione di greggio.

In conclusione, è molto improbabile che il gas americano costituisca la soluzione definitiva alla crisi energetica europea, sia perché la produzione è arrivata quasi al massimo della sua capacità, e sia perché gli USA non possono rischiare un aumento vertiginoso dei prezzi interni di petrolio e gas.

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