Africa: carenza idrica e malattie dovute a mancanza di cooperazione

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Fonte Immagine: https://www.unicef.org/press-releases/children-suffering-dire-drought-across-parts-africa-are-one-disease-away-catastrophe

Il 21 settembre si è tenuto in Italia il convegno Naclo for Africa, in cui si è discusso dei più attuali temi di geopolitica sanitaria. Nella zona dell’Africa Sub-Sahariana le malattie e la mancanza di acqua potabile continuano ad allontanare i Paesi dal raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda30.

Pochi giorni fa a Parma si è tenuto il convegno Naclo for Africa, in cui si sono dibattuti i principali temi di geopolitica sanitaria connessi all’Agenda 2030 dell’ONU, e sono stati presentati punti di vista innovativi per le ONG che operano nel campo della prevenzione delle malattie trasmissibili e delle pandemie. Una breve curiosità: il Naclo, da cui ha preso il nome l’evento, deve il suo nome all’ipoclorito di sodio elettrolitico –scientificamente NaCLO– un disinfettante chimico in soluzione acquosa efficace ed anche sostenibile a livello di ambiente.

Esso è stato usato in passato dai Paesi dell’Africa Nord-occidentale per contrastare l’Ebola tramite l’igiene personale. Proprio quello dell’igiene personale è stato il tema chiave nella conferenza di Parma. A livello globale circa due miliardi di persone dispongono, per bere, solo si acqua infetta mentre un altro miliardo e settecento milioni sono privi dei servizi igienici di base. In Africa la situazione oggi è più drammatica che altrove.

In Africa mezzo miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile

L’acqua potabile è fondamentale per la pulizia del corpo e di conseguenza per prevenire malattie. In Africa, nel 2022, mezzo miliardo di persone non ha ancora accesso idrico. Secondo lo United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH) diciannove nazioni sono a rischio di carenza idrica mentre soltanto venticinque Paesi stanno attuando politiche e piani per l’approvvigionamento e la distribuzione che possono avere uno sviluppo concreto in futuro.

A livello di disponibilità idrica pro-capite, la situazione peggiore è nella zona occidentale del continente, in quella meridionale e nell’area del Corno. Le cause sono molteplici, ma possono essere divise in tre macro-area. La prima comprende fenomeni naturali, in particolare prolungate siccità e catastrofi naturali. Un dato interessante è che guardando l’altro lato della medaglia si scopre che i problemi climatici stanno aumentando la frequenza delle inondazioni fluviali, le quali generano danni non meno disastrosi della siccità, soprattutto nel settore agricolo. 

La seconda macro-area comprende l’inquinamento fluviale dovuto in particolar modo alla presenza di cave, miniere, infrastrutture (come pipelines) e industrie, molte delle quali operano nel campo dell’energia e del carburante. Prelevare acqua dai fiumi inquinati diventa dunque impossibile e le correnti del fiume estendono l’inquinamento lungo tutto il proprio corso.

Diventa proibitivo usare l’acqua per bisogni personali primari come lavarsi e mangiare (sia per gli uomini che per gli animali), allevare bestiame e colture. L’OSM nel 2017 aveva dichiarato che 1,7 milioni di bambini all’anno morivano a causa di aria inquinata, acqua non potabile e conseguenti malattie. La terza macro-area raggruppa cause di natura politica e di queste ne discuteremo nel prossimo paragrafo.

Carenza idrica e politica: dalle guerre alla mancanza di cooperazione

La mala-politica toglie alla popolazione molta più acqua di quanta basterebbe per sancire uno stato d’allarme. Negli ultimi anni gli analisti stanno mettendo l’accento sui water conflicts, conflitti violenti e duraturi che nascono dalla cattiva gestione o dalla iniqua divisione dell’acqua tra Stati o gruppi etnici, soprattutto dove le risorse sono carenti. Casi recenti sono quelli che riguardano Nigeria e Mali, dove nell’ultimo decennio si sono verificati atti di guerriglie tra gruppi etnici per il controllo delle risorse idriche che hanno portato a sfollamento, migrazione e insicurezza alimentare.

Non meno importanza hanno i fenomeni di water grabbing. Questi si verificano quando attori potenti, come Stati sovrani, multinazionali o signori della guerra, si impossessano di risorse idriche sottraendole alle comunità locali, le quali restano in uno stato di disperazione, come sta accadendo in Kenya, Somalia ed Etiopia. 

Un altro fenomeno che rende difficile cooperazione e pace è la costruzione di grandi dighe e canali, che spesso alterano o bloccano il corso di un fiume o di un lago. Il caso più famoso e recente è sicuramente quello della GERD, la diga della discordia lungo il Nilo, ma situazioni simili si sono verificate lungo il fiume Niger e nel Lago Ciad, la cui progressiva desertificazione ha portato a tensioni tra agricoltori e pastori seminomadi di etnia Fulana fino alla morte di quasi mille persone, di cui 86 persone nell’attacco di Barikin Ladi nel 2018.

Sono casi in cui interessi nazionali, di tipo economico e di sicurezza, non portano a quel livello di cooperazione tra Stati che invece sarebbe necessario in un momento storico in cui il problema dell’acqua è oltremodo complicato. Allo stesso modo sarebbe necessario sviluppare la tecnologia per l’estrazione dal sottosuolo di acqua, di cui l’Africa è abbondante.

I grandi investitori internazionali, tuttavia, fuggono da luoghi politicamente instabili e senza leggi che tutelino il proprio lavoro. Un esempio concreto è quello che riguarda la Repubblica Democratica del Congo, che da sola contiene quasi la metà di acqua dolce del Continente e che potrebbe produrre un quinto di tutta l’energia elettrica necessaria alla zona Sub-Sahariana. Ma nonostante questo la gente vive al buio e solo un quarto della popolazione ha accesso all’acqua potabile.

Nel 2018 è diventata operativa la Global Early Warning Tool, che si occupa di individuare e affrontare i rischi legati alla carenza idrica, cercando di prevedere tramite random forest model le zone al mondo maggiormente a rischio, ma per risolversi occorre fornire un terreno fertile per investimenti e aiuti.

La mancanza d’acqua contribuisce a non far calare la piaga delle malattie

La mancanza dell’acqua porta anche a un aumento delle malattie. Secondo le Nazioni Unite, l’igiene rappresenta un requisito sanitario essenziale e non più trascurabile per lo sviluppo dei Paesi a basso reddito. In molte aree dell’Africa, rurali e non, mancano le strutture, il personale sanitario e la distribuzione di farmaci non è efficace né sufficiente, mancano competenza e ricerca, e parallelamente viene denunciata anche una mancanza della cultura dell’igiene, dovuta al fatto che vi è assenza di istruzione e sensibilizzazione sul tema verso i giovani.

Un punto centrale delle analisi attuali in materia verte proprio su questo: non basta un trasferimento, pur necessario, diknow-how, ma occorre sensibilizzare sull’importanza della pulizia personale come contrasto alle malattie. In molte zone dell’Africa è necessario un trasferimento di competenze di formazione e protocolli igienici, in grado di dar maggior peso alla prevenzione come prima strategia per ridurre le cure necessarie. Alcuni Paesi da qualche anno stanno investendo in semplici ma non banali procedure di sanificazione delle superfici, delle attrezzature, degli ambienti comuni e dei mezzi di traporto, fino a questioni più complesse ma altrettanto necessarie come la sterilizzazione dell’acqua.

Al momento le malattie più diffuse, oltra al Covid-19, sono di tipo intestinale, epatite e tifo, HIV/AIDS (metà dei casi mondiali è ancora in nell’area Sub-Sahariana) e malaria, dove circa il 90% dei 300-500 milioni di casi annui è in Africa e riguarda soprattutto bambini. Nel mondo ci sono oltre tre milioni di bambini sotto i cinque anni di età che muoiono a causa di malattie legate all’acqua non potabile, il cui accesso resta un diritto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Tutte malattie che, tramite l’accesso all’acqua potabile e alla conseguente igiene personale, si potrebbero ridurre in modo rilevante.

Difficile si possa ottenere l’ambita copertura universale entro il 2030, ma la politica africana giocherà un ruolo chiave nel decidere il futuro del proprio continente. Lo farà per come gestirà la pace sul territorio e una spesa pubblica intelligente, iniziando a dare sempre più priorità al settore sanitario.

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