POVOS INDÍGENAS BRASILEIROS: L’AUMENTO DELLE VIOLENZE CONTRO GLI INDIGENI BRASILIANI 

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Fonte Immagine: https://www.lifegate.it/estrazione-mineraria-in-brasile-aumenta-la-violenza-contro-i-popoli-indigeni

Lo scorso agosto è deceduto l’Índio do Buraco, ultimo sopravvissuto della tribù indigena brasiliana di Tanaru. La sua morte ha riportato in evidenza i problemi riguardanti la violenza verso gli indios brasiliani, in preoccupante aumento.

Il 29 agosto scorso è giunta la notizia della morte dell’ultimo membro appartenente a una tribù indigena che viveva nelle foreste dello stato di Rondônia, nel nord-ovest del Brasile, al confine con la Bolivia. «L’indigeno della buca» (Índio do Buraco), così era chiamato per via delle grandi fosse che scavava nel terreno, non aveva contatti col mondo esterno da circa 26 anni, ed era l’ultimo sopravvissuto della sua tribù. Il resto del gruppo indigeno, che abitava nel territorio indigeno di Tanaru, era stato massacrato in una serie di attacchi dagli anni ‘70 in poi fino al 1995 quando l’Índio do Buraco è rimasto l’unico in vita.

L’area di Tanaru è particolarmente e storicamente violenta per via dei numerosi allevamenti di bestiame che la circondano. Inoltre gli 8.000 ettari di territorio sono protetti dagli Ordini di Protezione della terra, per salvaguardare gli indios brasiliani, come altri 6 territori, nei quali è illegale l’ingresso di taglialegna, minatori e altri invasori.

Da allora l’uomo ha vissuto isolato e senza alcun contatto con il resto del mondo. La FUNAI, Fundação Nacional do Índio, l’ha comunque controllato seguendo i suoi spostamenti, osservando e studiando i suoi ripari, capanne, oggetti e metodologie di caccia. In base agli studi e ritrovamenti l’uomo mangiava frutti come papaya e banane e coltivava mais e manioca (una grossa pianta tuberosa tipica dell’America Latina da cui si ricava la tapioca, un tipo di fecola). In 26 anni circa di isolamento l’Índio do Buraco è stato visto soltanto una volta nel 2018, quando i membri del FUNAI erano riusciti a filmarlo mentre colpiva un albero con quella che sembrava un’ascia rudimentale.

Da quel momento non era più stato visto, fino al ritrovamento dello scorso 23 agosto, quando è stato trovato senza vita e in stato di decomposizione su un’amaca che era stata costruita fuori da una delle capanne in cui viveva. Le autorità del Brasile hanno fatto sapere che sul cadavere non c’erano segni di violenza e che nell’area non sono stati trovati elementi che facciano pensare alla presenza di altre persone o a possibili segni di lotta.

Sul corpo verrà fatta comunque un’autopsia, nonostante si ritiene che fosse morto per cause naturali ed avesse circa 60 anni. La fondazione brasiliana sapeva dell’esistenza dell’uomo e della tribù in maniera maggiormente approfondita dal 1990. Fanno sapere inoltre che nel 2009,  alcuni uomini armati l’hanno attaccato lì dove viveva.


La morte dell’Índio do Buraco sancisce la fine della tribù Tanaru, una delle circa 100 tribù “incontattate” del mondo. Oltre alla già evidente disfatta nella scomparsa di un’intera tribù, la morte dell’uomo ha riaperto la questione indigena nel Brasile, che sta peggiorando sensibilmente.

Attualmente nello Stato latinoamericano si contano circa 305 tribù per un totale di quasi 900.000 persone, ovvero lo 0,4% della popolazione brasiliana. Il governo verde oro ha riconosciuto agli indigeni 690 territori, quasi tutti in Amazzonia. Per quanto riguarda le tribù incontattate invece, su circa 100 di esse sono almeno 60 quelle che vivono in Brasile. Secondo il FUNAI infine, in Brasile ci sono 697 territori indigeni, ma solo 417 sono riconosciuti ufficialmente mentre gli altri stanno ancora aspettando di essere inseriti nella lista. 

La questione indigena brasiliana trova, purtroppo, sempre le stesse problematiche ormai da decenni. Il primo problema sono gli allevatori, minatori, agricoltori, imprenditori del agrobusiness ed industriali. Persone che cercano nei territori protetti, appositamente creati per salvaguardare le popolazioni indigene, occasioni di sfruttamento dell’area con scopi economici.

Ovvia conseguenza di questi comportamenti illegali, sono il disboscamento, distruzione di intere zone, rottura dell’equilibrio delle foreste amazzoniche, disintegro della flora e della fauna. Tutte queste conseguenze a loro volta ricadono sulle popolazioni che nella foresta e grazie a ciò che essa dà, sopravvivono. Il secondo problema è di carattere invece governativo ed amministrativo, e ruota tutto intorno alla legislazione che è stata data su questa tematica e sul farla rispettare.

Filo conduttore degli ultimi anni e del peggioramento della questione indigena, pur ammettendo che la questione trova vita ben prima dell’avvento al potere dell’attuale Presidente, ha un nome e cognome: Jair Bolsonaro.

Tanti sono i numeri, eventi ed esempi della gravità del problema. L’agosto scorso, il Consejo Misionero Indigena (CIMI), organizzazione legata alla conferenza episcopale brasiliana, ha pubblicato il suo report annuale, Violenza contro i popoli in Brasile, relativo all’anno 2021. Il documento è chiara spiegazione alle questioni sopracitate. La pubblicazione determina senza mezzi termini che nel 2021 vi è stata una drammatica intensificazione della violenza contro i popoli indigeni. Il tutto rispecchia pienamente il contesto istituzionale di offensiva contro i diritti dei popoli indigeni nei territori.

Nel suo terzo anno di mandato, il governo di Jair Bolsonaro ha mantenuto come linea guida la paralisi di tutte le demarcazioni di terre indigene e l’assoluta omissione in relazione alla protezione delle terre già demarcate. La conseguenza di una tale posizione governativa è stato l’aumento per il sesto anno consecutivo di casi di invasione di terre, sfruttamento illegale e danni al patrimonio.

I dati CIMI parlano di 305 casi in questa categoria, che hanno interessato almeno 226 terre indigene in 22 Stati del Paese. I numeri sono incrementati rispetto al 2020, quando i casi di sconfinamento erano 263, ed addirittura triplicati rispetto a quelli del 2018, 109 casi. Oltre a questa categoria di violenza verso gli indigeni, il report vede l’aumento di 15 su 19 categorie totali nel 2021.

Non vanno meglio nemmeno i casi di violenza con armi e scontri veri e propri. In totale si contano 176 uccisioni di indigeni, solo sei in meno rispetto al 2020. Mentre quello dei suicidi indigeni, dovuti alle azioni illegali, ha segnato il suo record con 148.

Questi tristi dati, prendono sfumature ancor più macabre se si pensa che tutto ciò avvenga anche grazie alle misure dell’esecutivo verde oro che permette e facilita lo sfruttamento e l’appropriazione privata delle terre indigene. Tante leggi paiono molto discutibili come l’Istruzione Normativa n. 9, pubblicata dalla Fondazione Nazionale Indiana (Funai) nel 2020, che ha permesso la regolarizzazione di proprietà private all’interno di terre indigene non approvate; o l’Istruzione Normativa Congiunta della Funai e dell’Istituto Brasiliano per l’Ambiente e le Risorse Naturali Rinnovabili (Ibama), che nel 2021 ha permesso lo sfruttamento economico delle terre indigene da parte di associazioni e organizzazioni a “composizione mista” tra indigeni e non indigeni. Fanno eco a questi esempi anche la proposta legislativa 490/2007, che rende impossibili nuove demarcazioni e apre le terre già demarcate alla possibilità di sfruttamento economico da parte di terzi, o il disegno di legge 191/2020, redatto dallo stesso governo federale, che mira a regolarizzare l’estrazione mineraria nelle terre indigene. 

Tornando nello specifico del rapporto del CIMI, si scoprono altre questioni e numeri terrificanti. omissioni e ritardi nella regolarizzazione delle terre (871 casi); conflitti legati ai diritti territoriali (118 casi); invasioni di terre, sfruttamento illegale delle risorse naturali e danni vari al patrimonio (305 casi). Questi numeri portano un totale di 1.294 casi di violenza contro il patrimonio dei popoli indigeni. Per quanto riguarda la violenza contro la persona: abuso di potere (33); minacce di morte (19); minacce varie (39); omicidi (176); omicidio colposo (20); lesioni personali intenzionali (21); razzismo e discriminazione etno-culturale (21); tentato omicidio (12); violenza sessuale (14), con un totale di 355 casi, record dal 2013. Gli Stati che hanno registrato il maggior numero di omicidi di indigeni nel 2021, secondo i dati del Sistema informativo sulla mortalità (SIM) e delle segreterie sanitarie statali, sono stati Amazonas (38), Mato Grosso do Sul (35) e Roraima (32). I tre Stati hanno anche registrato il maggior numero di omicidi nel 2020 e nel 2019.

Altre tipologie di violenza, che anch’esse hanno subito un incremento rispetto al 2020, e che rientrano nella categoria di violenza per omissione delle autorità pubbliche sono: mancanza di assistenza generale (34 casi); mancanza di assistenza nel campo dell’educazione scolastica indigena (28); mancanza di assistenza nel campo della salute (107); diffusione di bevande alcoliche e altre droghe (13); morte per mancanza di assistenza sanitaria (39). Infine per chiudere questa carrellata di dati il CIMI ha ottenuto dal Segretariato speciale per la salute degli indigeni (Sesai) informazioni parziali sui decessi di bambini da 0 a 5 anni. I dati, sistematizzati nel gennaio 2022 e probabilmente non aggiornati, registrano l’incidenza di 744 casi di morte di bambini indigeni di età compresa tra 0 e 5 anni nel 2021. Tanti sono gli esempi, dettagli e specifiche in questo esaustivo rapporto, che è consultabile e scaricabile nella sua versione completa qui.

Il problema dell’aumento delle violenze contro le popolazioni indigene è evidente e chiaro, come anche tutto ciò che ne ruota attorno. Purtroppo la condizione degli oltre 200 popoli indigeni del Brasile è da sempre problematica e si è ulteriormente deteriorata sotto Jair Bolsonaro, con una atteggiamento anti-indigeno manifestato fin dall’inizio, senza tregue o ripensamenti. Il tutto a favore della crescita economica, degli invasori che  con la loro semplice presenza e i loro comportamenti, stanno distruggendo le basi sociali delle comunità indigene ed agli oltre 20mila i garimpeiros. Questi cacciatori di soia, legno, risorse minerarie e carne, hanno contribuito in modo irreversibile alla deforestazione della foresta. In momento storico come questo, dove le questioni climatiche ed ambientali hanno una centralità fondamentale, è assurdo vedere indenni la distruzione della foresta amazzonica, e chi la preserva da tantissimi anni.

Purtroppo però la mancanza di volontà, la corruzione o l’inefficienza delle autorità pubbliche permettono ancora che ciò accada, e chissà quanti ancora Índio do Buraco dovranno soccombere, prima che questa tendenza cambi. 

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