IL MEDITERRANEO ORIENTALE E LA QUESTIONE TURCO-GRECHE

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Fonte Immagine: WWW.BALCANICAUCASO.ORG

Il confronto armato tra la guardia costiera greca e l’Anatolian lo scorso 11 settembre, con conseguente intervento della marina turca, è solo l’ennesimo episodio di una tensione mai sopita. Profondo, infatti, è il confronto geopolitico tra Atene ed Ankara sul Mediterraneo orientale ed il Mar Egeo, con radici profonde nella storia dei due paesi. 

Le tensioni tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo orientale non accennano a placarsi, soprattutto a seguito dell’incidente occorso nei pressi dell’isola di Bozcaada, la terza isola più grande della Turchia.  

Lo scorso 11 settembre due navi della guardia costiera greca avrebbero sparato all’Anatolian, una nave traghetto battente bandiera delle Comore, che stava navigando in acque internazionali e aveva a bordo dei cittadini turchi. Come riportato da alcune Agenzie, Ankara avrebbe chiesto spiegazioni circa la totale violazione del diritto internazionale da parte di Atene. E questo non è il solo episodio di tensione tra i due paesi confinanti.

Già lo scorso giugno, il Presidente turco Erdoğan, aveva esortato la Grecia a non proseguire la militarizzazione delle Isole Egee, minacciando persino gravi ripercussioni (poi reiterate tramite Twitter); minacce, quelle occorse nel corso delle imponenti esercitazioni militari Efes-22, ulteriormente enfatizzate dal richiamo storico del luogo in cui sono state fatte, ovverosia in vista della contesa Isola di Samo (una delle isole egee passate, negli anni, dal dominio ateniese a quello Ottomano, per poi rientrare nelle disponibilità della nuova entità nazionale greca).

L’incontro di marzo tra il Presidente Erdogan ed il Primo ministro greco Mitsotakis aveva fatto ben sperare circa un possibile tentativo di affermare una tregua armata inaugurata dalla riduzione delle attività militari ed energetiche turche nelle acque contese del Mediterraneo orientale nella seconda metà del 2020 e dalla conseguente ripresa dei colloqui esplorativi sulle dispute marittime all’inizio dell’anno successivo. Il tentativo naufragò rapidamente, considerati i comportamenti tutt’altro che concilianti della Turchia (tentativi di ingerenza nella comunità musulmana in Tracia occidentale o le pressioni esercitate tramite i migranti) e della Grecia (condanna fatta al Congresso degli Stati Uniti da Mitsotakis circa la possibile vendita di nuovi armamenti ad Ankara).

Il rapido deterioramento del tentativo di riconciliazione non deve stupire, considerando la strutturale inconciliabilità delle rispettive posizioni sulla questione. Una soluzione negoziale, quindi, è geopoliticamente molto complessa, perché il dissidio non riguarda la semplice proiezione di influenza, ma afferisce ad elementi strutturali ed essenziali dei due attori.

Infatti, il rafforzamento della presenza militare ellenica sia nel Dodecaneso che nelle Isole Egee, rappresenta per Ankara una minaccia esiziale al disegno egemonico della c.d. “Patria Blu”, in quanto pregiudica la continuità tra le aree egeo-eusina e mediterranea e la disponibilità di quel area marittima, impedendo alla flotta turca di uscire dalla costa egea.

Quindi, fintanto che mancherà la possibilità da parte di Ankara di esercitare una sovranità sulle isole e le acque dell’Egeo orientale, il proposito turco di proiettare un’influenza decisiva non solo nel Mediterraneo orientale e centrale, ma anche oltre Suez e Bāb al-Mandab resterà frustrato.

D’altronde nessun paese, ancorché di minore valenza geopolitica, sarebbe disposto a fare delle concessioni territoriali o politiche ad un nemico, le cui aspirazioni percepite trascendono il lembo di terra conteso. A tal proposito, di certo non sfuggirà,  come l’escalation di questi giorni abbia provocato un rafforzamento della presenza militare greca lungo il fiume Evros, che delimita il confine terrestre tra Grecia e Turchia; territorio, quello della Tracia occidentale, abitato da un’importante minoranza turca, inclusa dai kemalisti nel Patto nazionale del 1920

A livello storico, il confronto tra Grecia e Turchia ha origini antiche e profonde. Le radici di questo conflitto affondano nell’intricato processo di separazione ed indipendenza della nazione ellenica dall’Impero Ottomano, considerato dagli apparati turchi non propriamente valido. 

Tale indipendenza, almeno nell’ottica di Ankara, ha poca valenza, ritenendo la Grecia un prodotto occidentale, un disegno europeo e russo per destabilizzare e distruggere l’impero ottomano; visione, questa, in qualche modo giustificata dai meccanismi che portarono alla dichiarazione d’indipendenza del 1830. Soltanto la sconfitta della flotta turco-ottomana a Navarino nel 1827, secondo l’ex primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, avrebbe innescato l’irreversibile declino dell’Impero Ottomano.

Nel 1828 i russi muovono nuovamente guerra, conquistando nell’ordine Kars ed Erzurum, per poi marciare sui Balcani orientali fino a occupare Edirne. Gli ottomani, a questo punto, non possono fare altro che accettare  pesante trattato di pace nel 1828, con il quale concedono, oltre all’autonomia della Serbia e dei principati danubiani, la tanto agognata indipendenza della Grecia.

La sconfitta ottomana non fu, però, una completa debacle, poiché la Sublime Porta poté mantenere la sovranità su quelle isole abitate sin dai tempi remoti dai concittadini di Pericle ed oggi incluse nei confini della Patria blu (e su Creta), da Samotracia (Semadirek) al Dodecaneso passando per Lesbo (Midilli), Chio (Sakız) e Samos (Sisam). Tale situazione restò congelata fino alle guerre balcaniche del 1912-13, quando i greci si impadronirono di tutte le isole egee e di Creta.

Questo conflitto palesò la profonda debolezza della forza marittima turca. Kemal era consapevole dell’importanza dell’Egeo, nonché della strategicità del suo completo dominio, ma era parimenti consapevole di non disporre di una sufficiente forza navale per ottenerlo. Parlando alle truppe prima dell’offensiva del ’22, dichiarò come l’obbiettivo non fosse solo Izmir, ma il mediterraneo; dovette, però, fermarsi sulla costa egea, considerata la supremazia navale greco-occidentale.

Il  Trattato di Losanna del 1923 andò quindi a cristallizzare la situazione venutasi a creare sul campo, rispecchiando quelli che erano i rapporti di forza al tempo; rapporti di forza mobili, che scivolarono pian piano a favore turca.  

Il secondo conflitto mondiale, la successiva guerra fredda e l’inclusione di entrambi i contendenti all’interno della NATO stabilizzo la situazione, almeno fino alla scoperta nel 1974 dei giacimenti petroliferi al largo dell’isola di Thasos (Taşoz) e subito prima dell’intervento militare a Cipro. Il governo turco, però, ora ritiene di aver maggiori margini di manovra rispetto agli Stati Uniti, considerati i numerosi fronti aperti di quest’ultimi nel globo e, soprattutto, in ragione del ruolo chiave che la stessa Turchia ha per Washington in numerosi teatri (dall’Asia Centrale ed il Caucaso, la Russia ed infine la Libia).

Allo stato attuale, la retorica ostile di entrambi i Governi sta esacerbando eccessivamente la situazione, già complicata dall’estrema complessità della geografica mediterranea ed egea. Un’escalation militare, ancorché limitata, potrebbe quindi essere scatenata anche da un episodio minore come la crisi di Kardak del ’95-’96 o, per tornare ad eventi più recenti, una crisi associata ai flussi migratori o incidenti marittimi.

La forte pressione da parte di Erdogan su una possibile riunificazione di Cipro all’autoproclamata Cipro Nord, anche con il sostegno militare turco, comporterebbe una probabile reazione militare da parte di Atene. D’altra parte, anche l’estensione unilaterale da parte della Grecia delle proprie acque territoriali dalle 6 alle 12 miglia costituirebbe ancora, secondo Ankara, un casus belli automatico, come deciso dal Parlamento turco nel 1995.

A rendere ancor più instabile la situazione nell’Egeo è la relativa debolezza politica di entrambi i governi e il conseguente tentativo di esasperare i sentimenti nazionalisti delle rispettive opinioni pubbliche. Così come la reciproca convinzione di avere il coltello dalla parte del manico. I turchi percepiscono nitidamente la centralità geopolitica e la potenza militare raggiunte negli ultimi anni, mentre i greci confidano, per molti a torto, nel pieno sostegno militare di Francia e Israele e nell’interposizione a proprio favore degli Stati Uniti.

Nel caso in cui americani e russi dessero ai turchi il via libera per realizzare l’operazione in Siria annunciata a fine maggio da Erdoğan o se riesplodesse il conflitto in Libia – ipotesi tutt’altro che remota – l’Egeo calerebbe momentaneamente nella lista delle priorità geopolitiche della Turchia. Dopo essersi schierati nella fase di apertura, i governi dei due paesi potrebbero ritenere nel loro interesse raggiungere una tregua tattica prima di affondare nel medio gioco.

Lo dimostrano la richiesta informale di un incontro con Erdoğan inoltrata da Mitsotakis subito dopo l’avvertimento lanciato dal presidente turco da Seferihisar e il successivo incontro tra i ministri della Difesa turco e greco, invero non proprio disteso, come evidente dalle immagini appare negli account social dei due ministri

Per concludere, la priorità greca è quella di prevenire un completo scivolamento dei rapporti di forza a favore della Turchia, anche giocando sulla nuova centralità che il gasdotto nel Mediterraneo orientale potrebbe nuovamente assumere con il conflitto in Ucraina, mentre la Turchia ha come obbiettivo quello di rompere l’accerchiamento greco-occidentale lungo la sua prima catena di isole. La questione geopolitica, quindi, rimarrà aperta ancora per molto tempo

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