Bosnia-Erzegovina al voto tra continue pretese ed incertezze per il futuro 

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Fonte Immagine: Elman Omic /Picture Alliance/ https://newsingermany.com/controversial-change-in-law-in-bosnia-protest-against-electoral-law/

A pochi giorni di distanza dalle elezioni generali, indette per il prossimo 2 ottobre, la Bosnia-Erzegovina permane in uno stato di caos ed incertezza dovuto ai recenti accadimenti politici e sintomo del continuo inasprimento di una crisi da molti giudicata come la più grave dalla ratifica dell’Accordo di Dayton.

La Bosnia-Erzegovina, come è conosciuta oggi, è il risultato delle risoluzioni adottate il 21 novembre del 1995 a Dayton (Ohio), quando l’allora Presidente bosniaco, Alija Izetbegović, ed i corrispettivi croato (Franjo Tuđman) e serbo (Slobodan Milošević) stipularono un accordo di pace che poneva fine al sanguinoso conflitto scoppiato in Bosnia nell’aprile del ’92, successivamente alla dichiarazione d’indipendenza del Paese da quella che era allora la Repubblica yugoslava.

Ad oggi, la Bosnia-Erzegovina si contraddistingue per il complesso apparato politico e per una compagine sociale dai caratteri multietnici, derivante dalla ripartizione del territorio nazionale tra i diversi gruppi ivi presenti. Lo stato bosniaco consta di due entità distinte: la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srprska (RS), a cui si aggiunge il Distretto di Brčko nella parte settentrionale del Paese, a guida autonoma e sotto la supervisione della comunità internazionale.

La Costituzione individua i cosiddetti “tre popoli costitutivi” nei bosgnacchi, ovvero i bosniaci a maggioranza musulmana che insieme ai bosniaci di etnia croata – per lo più di religione cattolica – rappresentano la maggioranza degli abitanti nel territorio della Federazione. Al contrario, l’entità della Republika Srpska comprende principalmente bosniaci di etnia serba, prevalentemente ortodossi. Al fine di servire gli interessi di ciascuno dei popoli costituivi, una presidenza collegiale viene eletta ogni quattro anni dai cittadini, chiamati a scegliere per ciascun gruppo etnico un rappresentante, il quale ogni otto mesi si alterna nella carica di Capo dello Stato.

Entrambe le entità sono dotate di una propria presidenza, un parlamento ed un governo, tuttavia, se da un lato la RS non presenta alcuna ulteriore divisione interna, dall’altro la Federazione si differenzia dalla prima per l’elevato livello di decentralizzazione dei poteri, derivante dalla suddivisione della stessa in dieci cantoni, anch’essi aventi una propria struttura governativa dotata di organi legislativi ed un esecutivo. Viepiù, sebbene la Bosnia sia di diritto uno stato indipendente, la comunità internazionale gioca un ruolo fondamentale nel processo di mantenimento della pace dentro i confini nazionali.

Difatti, l’Accordo di Dayton ha dato alla luce il Consiglio per l’attuazione della pace (PIC), ovvero un organo internazionale che opera mediante la figura dell’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina (OHR), deputata a garantire stabilità politica e sociale all’interno del Paese attraverso l’implementazione della parte civile dei patti di Dayton. E proprio l’Alto Rappresentante – carica attualmente ricoperta dal tedesco Christian Schmidt – lo scorso 27 luglio ha annunciato di voler applicare delle modifiche tecniche alla legge elettorale, esacerbando, difatti, una crisi politica da molti ritenuta come la più grave dal ’95.

Da oltre dieci anni ormai, la possibilità di modifiche al sistema elettorale rimane uno dei dossier “più caldi” sul tavolo dei politici locali, ancora lontani dal trovare un accordo gradito ai più. Con la sentenza del 2009 del caso Sejdić e Finci, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva, infatti, decretato l’illegittimità della Costituzione bosniaca poiché in violazione dell’Art.14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) che l’aveva giudicata discriminatoria nei confronti di tutti quei cittadini che non si identificano con alcuno dei tre popoli costitutivi, ma rientrano nella categoria “altri”, ad includere al suo interno sia individui di altre minoranze etniche sia coloro a cui non è gradita alcuna tipologia di “etichetta”.

Difatti, coloro che appartengono a quest’ultima sono impossibilitati a candidarsi alla Presidenza del Paese e a concorrere alle elezioni per la Camera del Popolo della Federazione (HoP), ovvero la camera alta del parlamento dell’entità che si compone di 58 membri (17 per ciascun popolo e 7 per “altri”), eletti su base 1-1-1, con almeno un rappresentante bosniaco, uno croato e uno serbo per ogni cantone. Invero, secondo quanto proposto dall’OHR, qualora il numero di uno dei tre gruppi etnici fosse inferiore al 3% della popolazione dello stesso calcolato su tutto il territorio della Federazione, esso non potrà inviare alcun delegato alla Camera del Popolo.

Nondimeno, è bene sottolineare che, in seguito alle manifestazioni di dissenso da parte della popolazione bosgnacca in merito alla proposta di riforma, l’Alto rappresentante si è limitato ad applicare solamente soluzioni tecniche pensate per favorire una maggior trasparenza nel processo elettorale, al fine di consentire alle forze politiche interessate di giungere finalmente ad un accordo. Ad esercitare maggior pressione per la riforma vi è sicuramente l’HDZ-BIH, ovvero l’Unione democratica croata per la Bosnia – il partito dominante nei cantoni a maggioranza bosniaco-croata – che si fa fermo sostenitore del concetto di “legittima rappresentanza” ancor di più dal 2018, quando il leader del partito, Dragan Čović, è stato sconfitto nella corsa al seggio croato della presidenza da Željko Komšić (Fronte Democratico – DF), bosniaco di etnia croata votato da un gran numero di bosgnacchi.

Di contro, a respingere la proposta giunta dall’OHR vi sono i partiti bosgnacchi filo-conservatori ed in particolar modo l’SDA (il Partito d’azione democratica), che giudica la riforma come discriminatoria e a vantaggio dell’HDZ. Secondo le stime, nel momento in cui la riforma dovesse passare, quest’ultimo otterrebbe un maggior numero di rappresentanti, poiché noto quale partito dominante nei cantoni con una più elevata percentuale di croati, ottenendo così la possibilità di esercitare maggior influenza politica. Pertanto, appare evidente come una simile riforma, se attuata, possa risultare deleteria per il futuro e la stabilità del Paese, già dall’estate scorsa inibito da una profonda crisi politica che minaccia dall’interno un’eventuale frammentazione.

Difatti, nel luglio 2021 l’ex Alto rappresentante, Valentin Inzko, aveva approvato una legge con la quale veniva riconosciuta la negazione del genocidio come un crimine punibile in conformità con il diritto penale bosniaco. Di conseguenza, con l’obiettivo di rispondere a quella che la RS aveva definito quale ennesima ingerenza della comunità internazionale negli affari interni, i rappresentanti del governo di Banja Luka avevano avviato campagne di boicottaggio delle principali istituzioni statali. Nello specifico, nel mese di novembre, Milorad Dodik, membro serbo dell’attuale presidenza e leader del partito Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), aveva annunciato di voler ripristinare i poteri sottratti all’entità serba dalla Repubblica di Bosnia e, a tale scopo, aveva presentato all’Assemblea Nazionale della RS (ovvero il parlamento dell’entità) una risoluzione – seppur anticostituzionale – che predisponeva il trasferimento delle competenze statali alla Republika Srpska in materia di difesa, sicurezza, giustizia e tassazione indiretta.

Nella circostanza, infatti, il leader del SNSD aveva proposto – senza successo – la cosiddetta “Dichiarazione sui principi costituzionali”, ovvero un documento che avrebbe autorizzato il parlamento della RS a rimuovere l’entità stessa dall’ordinamento costituzionale e giuridico statale della Bosnia-Erzegovina negli ambiti sopraelencati; il tutto preludendo ad un processo di separazione interna del tutto antitetico alle disposizioni previste dai trattati di Dayton.

Non da ultimo, a suggellare le ambizioni scissioniste del partito nazionalista guidato da Dodik la celebrazione del trentesimo anniversario della nascita della RS il 9 gennaio 2022, sebbene anche questa vietata dalla Costituzione, e la creazione di un’agenzia del farmaco e dei dispositivi medici interamente indipendente dall’autorità centrale dello Stato. 

Se, da un lato, ambizioni separatiste costituiscono da sempre un leitmotiv ricorrente nella retorica adottata dalle forze politiche locali – non da ultimo, da HDZ-BIH e SNSD – dall’altro, l’eventuale approvazione della riforma elettorale altro non significherebbe se non ulteriore polarizzazione lungo principi di natura identitaria.

Così facendo, la Bosnia si troverebbe ancora una volta alla mercé di partiti politici e forze straniere, le cui azioni non farebbero gli interessi del Paese. Difatti, l’HDZ-BIH, sotto influenza diretta del partito omonimo della Croazia, ha sposato ormai da anni la causa croata – che propone la creazione di una terza entità alla stregua della RS – sostenendo fermamente questo disegno nel panorama politico bosniaco.

A spingere ulteriormente in favore di modifiche al sistema elettorale ora vigente sembrerebbe esserci l’esecutivo di Zagabria, che avrebbe esplicitamente chiesto all’ufficio dell’Alto rappresentante di emendare la legge elettorale in favore dell’HDZ-BIH, in modo tale da potersi servire di quest’ultimo per interferire direttamente negli affari interni del Paese. Scissa tra forze centrifughe diametralmente opposte, la Bosnia rimane nei Balcani uno dei principali teatri di confronto per i vari playersregionali che perseguono nella regione i propri interessi nazionali.

Data la posizione strategica dei cosiddetti Western Balkans (WB), importante crocevia a metà fra Oriente ed Occidente, non stupisce che attori come la Russia, la Turchia, ma anche la stessa Serbia, facciano sentire la propria presenza in stati politicamente deboli come, appunto, la Bosnia. Al fine di contrastare il progressivo allargamento della membership europea nella penisola balcanica e nel tentativo di minare al processo di adesione al Patto Atlantico degli Stati della regione, Mosca si serve di strumenti che spaziano dalla sovversione al soft power.

In particolare, per ostacolare l’iter euro-atlantico della BiH, il Cremlino intrattiene relazioni con gli esponenti del partito di Dodik, ad esso accomunato da un condiviso sentimento di euroscetticismo e anti-atlantismo che, in un panorama internazionale compromesso dalle conseguenze del conflitto russo-ucraino, sono funzionali alla formazione di un fronte compatto dentro i confini europei.

Dunque, sebbene la Bosnia si sia unita alla comunità internazionale nel condannare l’invasione russa dell’Ucraina, tuttavia, sulla scia delle posizioni prese da Belgrado, il Paese non ha aderito al regime sanzionatorio adottato dagli USA e dalla UE, nel timore di possibili ritorsioni da parte di Mosca, che rimane uno dei principali partner commerciali della regione. 

Premesso quanto sopra, il panorama che si delinea per la prossima tornata elettorale è davvero challenging, in virtù di una serie di variabili che, al contempo, sono potenzialmente in grado di confermare l’attuale “status quo” politico, ovvero, di stravolgere completamente l’apparato istituzionale del Paese. In questo senso, la continua indifferenza della comunità internazionale nei confronti della popolazione bosgnacca si tradurrebbe in progressivo calo nel supporto di quest’ultima al processo d’integrazione euro-atlantica del Paese e potrebbe esser complice di un’eventuale disgregazione dell’attuale Stato della BiH, che si realizzerebbe a caro prezzo, non potendosi escludere futuri scenari di guerra con i Paesi viciniori.

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