OLTRE LA GUERRA IN UCRAINA: IL RIARMO POLACCO

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Fonte Immagine: Shutterstock/Bumble Dee

La storia della Polonia è drammaticamente conosciuta dai più e dai meno: ai secoli del temibile regno dell’aquila bianca dal prestigio di potenza regionale, seguirono tempi di oppressione sempre più degenerata. L’ultimo capitolo, il Novecento, il più atroce. Come sempre la storia fornisce uno strumento imprescindibile per i tentativi di comprensione del presente.

In quello che è stato definito il “Secolo Breve”, la sorte polacca fu segnata dall’contigua esperienza di sottomissione alla ferocia e disumanità di due totalitarismi, prima quello nazista poi quello sovietico. Il celeberrimo accordo Molotov-Ribbentrop che anticipò di pochi giorni la conflagrazione della Seconda Guerra Mondiale può essere preso a mo’ di esempio per comprendere a fondo qual è l’oscuro trauma che tormenta la memoria di questa nazione: due Paesi confinanti, l’uno a Est l’altro a Ovest, che si spartiscono come un bottino quello che un tempo era un grande regno. L’incubo dell’accerchiamento.

Dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo del blocco sovietico, le possibilità che si offrivano dinnanzi a Varsavia seguivano sostanzialmente tre direttrici: una via di neutralità secondo il modello della cosiddetta finlandizzazione, la partecipazione ad un’eventuale entità sub-regionale assieme ad altri Paesi post-sovietici (Gruppo di Visegrad, 1991) o l’adesione all’Alleanza Atlantica (1999). Il rifiuto della prima per l’attuazione delle ultime due alternative si dovette principalmente alla volontà-necessità di sviluppare una politica fondata su nuovi princìpi di pragmatismo, volti alla sopravvivenza e alla stabilità.

L’allineamento agli Stati Uniti, “(anti)storico cambiamento di fronte”, ha rappresentato per gli uomini di Varsavia la soluzione più logica all’anacronistico timore di accerchiamento tanto da Oriente quanto da Occidente. 

Da Oriente

L’attacco all’Ucraina, come già discusso in un precedente articolo, sembra aver ricompattato e rianimato la bestiale nemesi di Putin: la NATO. E non solo ricompattata, bensì espansa. Sul fronte europeo, infatti, Mosca si troverà ben presto oltre che Turchia e Romania sul Mar Nero; Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia nelle terre centrali; anche Svezia e Finlandia nel freddo Nord pronte a restringerle ancora più i margini di manovra nel Baltico. Difatti, una cinta quasi ultimata. Una nuova “cortina di ferro” come ad alcuni piace esprimersi, con la differenza rispetto a quella precedente d’essere d’acciaio e spostata più in là, ad Est. 

In questo nuovo schema va da sé che la Polonia assume un’importanza strategica in quanto principale crocevia strategico dell’Alleanza Atlantica di fronte a Bielorussia e Russia. Oltre che il lungo confine con Misk Varsavia è a contatto con il “fastidioso” sbocco russo sul Mar Baltico, l’oblast di Kalinigrad e l’ancora più critico Corridoio di Suwalki, fondamentale fazzoletto di terra che collega l’exclave moscovita alla Bielorussia. La proiezione americana sulle Repubbliche Baltiche, cioè la mobilità delle truppe, ha potuto negli anni passati e può tutt’oggi esercitarsi esclusivamente (fino a quando Stoccolma e Helsinki non saranno ufficialmente membri nella NATO) attraverso i cieli e le pianure della Polonia settentrionale. 

Allo stesso modo, ma nella parte meridionale, è avvenuto dall’inizio della guerra in Ucraina per rifornire Kyiv/Kiev delle riserve belliche atlantiche. Il governo polacco non si è però solo impegnato in maniera passiva come hub di rifornimento ma ha manifestato l’intenzione di voler potenziare il proprio apparato militare, in funzione deterrente.

L’attitudine al riarmo di Varsavia, tuttavia, non è conseguenza unicamente dell’attacco russo alla vicina Ucraina, bensì rappresenta un caratteristica già preesistente al febbraio 2022. L’esplicito riferimento alla minaccia di Mosca, infatti, si può ritrovare sin dal “Concetto di Difesa della Repubblica di Polonia” elaborato nel 2017, all’interno del quale venivano stabiliti i criteri di una riorganizzazione delle forze armate nazionali con l’obiettivo di attuazione entro il 2032.

La Polonia è sì membro della NATO—tra l’altro uno dei pochi membri che soddisfa il requisito di lungo termine di spesa militare al 2% del PIL—ma confida anche molto sulle proprie forze. Ma nonostante in seno all’Alleanza essa sia terza in ordine di impegno economico, il governo di Varsavia non ha alcuna intenzione di ridurre il proprio saldo bellico, puntando piuttosto a superare addirittura il 3% e, come asserito nel “Strategic Vision of Polish Army”, volendo investire 185 miliardi di zloty (circa 49 miliardi di dollari USA) al tal fine. 

Il progetto è evidentemente virtuoso e graverà abbondantemente sulle casse dello Stato. Dubbi sulla sua sostenibilità economica ce ne sono, soprattutto se si pensa a quale impatto potranno avere nel medio termine due questioni impellenti: la prima, i danni economici che scaturiranno dalla crisi energetica, presente ed innegabile; la seconda, i tagli dei fondi europei da parte della Commissione Von Der Leyen, potenziale esito, come sembra assistervi in questi giorni, della recidiva sfida intra-UE del triangolo Bruxelles-Varsavia-Budapest.

Ad ogni modo la Polonia sa, come sta confermando la vicenda dell’Ungheria, che in funzione del loro recente status di “paesi di frontiera” della neo cortina d’acciaio, dall’altra parte dell’Oceano possono contare sul beneplacito della Casa Bianca, più realista e disinteressata alle questioni identitario-valoriali di Palazzo Berlaymont. 

Il riarmo della Polonia non è un caso unico nella NATO, anzi risponde ad una più generale tendenza ormai consolidata da alcuni anni. Da 8 anni per la precisione. Sì perché i libri contabili dell’Alleanza Atlantica, dopo sei anni di picchiata, probabilmente per gli effetti della crisi finanziaria del 2008 che per qualche deviazione pacifista, hanno iniziato a gonfiarsi rapidamente a partire dal 2014.

2014 Questo è il princìpio di tutto. L’anno dell’annessione/invasione/liberazione (ormai non si sa più che vocaboli usare) della Crimea da parte della Russia corrisponde al primo ritorno di fiamma della NATO. Numeri alla mano, secondo la “Defence Expenditure of NATO Countries (2014-2022)” nel periodo 2008-2014 la spesa di difesa dei membri europei è scesa di poco meno dell’11% (30 miliardi), per poi successivamente iniziare a crescere fino ai giorni nostri di 70 miliardi, raggiungendo una quota complessiva europea-canadese dei 325 miliardi.

2020 Questo è l’anno in cui il bilancio complessivo dell’Alleanza (comprendente quindi entrambe le sponde dell’Oceano di mezzo) ha superato la linea rossa dei 1.000 miliardi di dollari. E in questi due anni è andato oltre.  Il Paese a stelle e strisce, ovviamente, rappresenta ancora il maggior contributore (e con maggior contributore si intende che Washington da sole copre più del doppio della spesa di tutti gli altri membri), con il 3,47% del proprio reddito—paradossalmente però gli USA sono il secondo Paese membro con la più alta percentuale, dopo il 3,76% di Atene.

Oltre la dimensione matematica, però, una considerazione geografica è quasi necessaria. Dei 30 membri NATO (29+Islanda sarebbe più corretto dire sotto questo punto di vista) solo 9 hanno soddisfatto il criterio del 2% di spesa militare rispetto al PIL e di questi, tutti con l’eccezione di USA e UK si trovano nel settore più orientale, “la cortina d’acciaio”. In ordine: Grecia 3,76%, US 3,47%, Polonia 2,42%, Lituania 2,36%, Estonia 2,34%, Regno Unito 2,12%, Lettonia 2,10%, Croazia 2,03%, Slovacchia 2,00%. Paradossalmente, l’impegno e il sostegno all’Alleanza crescono all’allontanamento ad Est dall’Atlantico. La cortina d’acciaio.

Ritornando al caso dell’aquila bianca, la Polonia a concluso a luglio un accordo con la Corea del Sud per un imponente riarmo del proprio apparato militare. I numeri in gioco sono davvero impressionanti, ad un’iniziale fornitura 180 carrarmati K2 Black Panther, 48 obici semoventi K9 Thunder da 155 mm entro fine anno, il contratto prevede la costruzione congiunta tra i due Paesi (ma su territorio polacco) di ulteriori 800 K2 e 600 K9, entro il 2026. Inoltre sarebbero previsti anche 48 KAI FA-50 Fighting Eagle

Come espresso dallo stesso Ministro alla Difesa polacco Mariusz Błaszczak: «La Polonia avrà le più potenti forze di terra in Europa». Una dichiarazione che quindi conferma quanto già sostenuto a Maggio scorso secondo cui il fine principale della Polonia deve essere quello di dotarsi un tale potente esercito da scongiurare un attacco al proprio territorio nazionale da qualsiasi possibile aggressore. In parole povere, puntare sulla deterrenza per evitare che il passato (o il presente dell’Ucraina) possa sciaguratamente ripetersi.

Da Occidente

Un vecchio incubo, però, sembra star per ritornare. Lo scoppio della guerra in Ucraina, come si è già detto, ha provocato degli effetti a livello globale, ma anche nel più piccolo schema all’intero degli equilibri europei. Persino la Germania è arrivata al punto di sentire il bisogno di ridarsi un potere militare ed essendo nientepopodimeno che la Germania, non può che tentare di rifarlo a suo modo, “in gran stile”: «In quanto nazione più popolosa, la più potente economicamente e territorio al centro del Continente, il nostro esercito deve diventare una colonna portante della difesa convenzionale in Europa, la forza armata meglio equipaggiata». A pronunciare queste parole è stato il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, un socialdemocratico che paradossalmente arriva ad auspicare una maggiore responsabilità degli Europei nell’Alleanza.

Ma non bisogna lasciarsi troppo ingannare, le parole e il tono di Scholz suonano innegabilmente come una richiesta (forse è più adeguato dire pretesa) di libertà d’azione e margine di manovra, rivolta tanto a Mosca quanto a Washington e ancora ai propri vicini alleati europei. Bisognerà quindi vedere nei prossimi tempi quali saranno le reazioni a questa iniziativa tedesca: saranno accolte con favore da Washington e dagli altri alleati? Il dubbio è ancor più lecito se ci ricorda quanto il primo Segretario Generale dell’Alleanza, Lord Ismay, disse a riguardo dello scopo della NATO: «Keep the Americans in, the Soviets out, and the Germans down» (O.A. Westad, 2017, 119). Altri tempi, certo.

In conclusione, quindi, l’ombra della realpolitik sta diffondendosi nell’emergente mondo multipolare e con essa il dilemma della sicurezza. La storia è tornata in Europa (se mai realmente andata via) e a portarla sono stati i carri armati russi entranti dal confine ucraino. Memore del proprio passato e al fine di scongiurare un ritorno anche della sua storia, la Polonia ha previsto e provvede ad un piano di riarmo con obiettivi virtuosi e su larga scala. La minaccia indiscussa è a Est ma bisognerà vedere quale sarà la reazione dell’aquila bianca all’eventuale ritorno di fantasmi e traumi dall’Ovest. L’incubo dell’accerchiamento.

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