Libano: tra stallo politico e tracollo socioeconomico

11 mins read
Fonte Immagine: Piotr Chrobot da Unsplash

A tre mesi dalle elezioni, in Libano lo stallo politico si aggiunge alla crisi socioeconomica e al vasto clientelismo della classe dirigente, del quale si ergono a emblema i silos crollati dopo esplosione a Beirut nel 2020.

2020: l’esplosione a Beirut e le rivolte popolari

Il 4 agosto 2020 una delle più violente esplosioni di natura non nucleare, causata dall’incendio di un container contenente grandi quantità di nitrato di sodio nel porto della capitale libanese di Beirut, causò forti danni ai silos di grano vicini, determinando la morte di più di 200 persone, più di 6500 feriti e la distruzione di parti della città stessa.

Molti dei silos danneggiati crollarono nel giro di breve tempo, per l’incendio delle riserve di grano in essi contenute, nel corso delle proteste della popolazione libanese contro la classe dirigente del Paese. L’episodio, infatti, è divenuto il simbolo della mancata volontà politica, della rapacità e dell’inefficienza delle autorità libanesi di portare avanti le riforme di cui lo Stato ha disperatamente bisogno.

Tuttora la popolazione, traumatizzata dai crolli, chiede a grande maggioranza che i silos vengano preservati come sono, come memoriali di quanto è successo e segni della paralisi delle élite di governo, che dalle esplosioni si sono sottratte a più riprese ad assunzioni di responsabilità politica della vicenda e hanno ostacolato il processo per l’individuazione dei colpevoli dell’incidente.

La rivoluzione popolare di protesta per la crisi economica e l’immobilismo politico del sistema libanese risale, in realtà, già all’ottobre 2019. I crolli non simboleggiano che l’apice di un lungo periodo di declino economico, sociale e politico dello Stato le radici del quale possono essere individuate addirittura alla fine della guerra civile nel Paese, nel 1990. Il popolo, esasperato da carenze alimentari e lunghe speranze disattese di cambiamento, ha più volte chiesto un’indagine indipendente (che non è mai arrivata) delle Nazioni Unite sull’episodio di Beirut del 2020, mentre i familiari delle vittime continuano a rendere omaggio alle rovine dei silos, nella speranza di un cambiamento. 

Le elezioni e lo stallo politico

Tale cambiamento avrebbe dovuto essere incarnato anche dai risultati elettorali del 15 maggio 2022, in occasione della chiamata alle urne per la nomina dei membri del parlamento libanese. A un primo sguardo, può sembrare che le elezioni abbiano inaugurato un nuovo periodo politico, con la nomina di tredici candidati indipendenti associati alle proteste popolari del 2019 e la rottura del monopolio dei partiti mainstream.

Tuttavia, l’alleanza tradizionale – fino ad ora maggioritaria – guidata dai partiti sciiti Hezbollah e Amal mantiene il proprio ruolo di coalizione più importante, con il primo che ha controbilanciato la perdita di seggi di altre fazioni del blocco. A questi si è accompagnata una crescita delle Forze Libanesi (LF) all’interno dell’elettorato cristiano, a scapito del Movimento Patriottico Libero (FPM) del Presidente Aoun, e il successo di candidati nuovi, indipendenti tra la componente sunnita della popolazione. 

Con un Parlamento così frammentato, tuttavia, la scelta del Primo Ministro sunnita si è rivelata più complessa del previsto e il ritardo nella decisione della guida del governo porta all’attenzione la delicata e annessa elezione del Presidente della Repubblica, prevista per il prossimo ottobre. Nel contesto delle profonde divisioni politiche attuali, l’elezione del veterano speaker sciita Nabih Berri, ormai al suo settimo mandato, è da considerarsi al tempo stesso come un segnale rassicurante della presenza di un membro esperto a figura portante dell’assemblea legislativa, ma anche di conservazione dello status quo.

E’, dunque, probabile che la scelta del Presidente della Repubblica e quella del Primo Ministro siano più strettamente connesse ora di qualche mese fa, con il precedente capo del governo uscente Najib Mikati considerato il più probabile candidato in grado di raccogliere il maggior numero di consensi. 

Sembra certo che l’attuale Capo dello Stato Aoun farà di tutto pur di restare al potere personalmente o tramite l’operato di uomini potenti a lui fidati, ad esempio il governatore della Banca centrale libanese Riad Salameh, accusato di essere il responsabile della profonda crisi economica dello Stato e di essere coinvolto in numerose operazioni illecite per le quali è stato imprigionato e poi rilasciato dietro pagamento di una cauzione dalle cifre record. Inoltre, egli ha più volte ostacolato le indagini indipendenti ordinate dalle autorità statali stesse sugli affari della Banca centrale, pur essendo queste indispensabili per verificare le condizioni per il prestito del Fondo Monetario Internazionale allo Stato libanese.  

Il circolo vizioso di corruzione politica si dirama, in sintesi, a coinvolgere tutti i principali vertici amministrativi dello Stato, con conseguenti ostruzioni nell’attuazione delle riforme a favore del popolo libanese e, attualmente, nella costruzione del governo. 

La crisi economica, energetica e alimentare

In aggiunta, all’inizio di settembre 2022 l’annuncio del blocco delle emissioni di sussidi in dollari per le importazioni di gasolio dalla Banca centrale ha provocato un’impennata dei prezzi rovinosa per il popolo libanese e a favore della compravendita sul mercato nero. Ciò è soltanto una componente di una crisi drammatica, con picchi di svalutazione senza precedenti della lira libanese, aumenti dell’inflazione nominale a più del 210%, un debito pubblico al 170% e un terzo della popolazione in stato di disoccupazione.

In uno Stato dove sono impossibili le riforme strutturali per la ricostruzione e la prosperità delle future generazioni, si rendono sempre più urgenti la ricostruzione dello stato sociale e l’implementazione di un ambizioso piano di ristori economici. Il prestito del Fondo Monetario Internazionale potrebbe costituire l’unica strada viabile, ma manca la precondizione essenziale: la volontà politica che permetta di condurre efficacemente le riforme, da tempo rimandate, del sistema libanese. Alla crisi economica si intrecciano, infine, le problematiche relazioni internazionale con Israele, con il quale il Libano ha in corso una disputa territoriale legata alla base offshore di Karish.

La disputa sul confine con Israele 

La crisi tra i due Stati si è riaccesa a giugno 2022, quando Israele ha affidato l’incarico di gestione di una piattaforma di produzione del giacimento di gas offshore di Karish alla compagnia greco-francese Energean, territorio che il Libano ha iniziato a rivendicare di recente pur questo trovandosi nella Zona economica esclusiva dello Stato israeliano.

Conseguentemente, le autorità libanesi hanno richiesto l’intervento di mediazione internazionale da parte degli Stati Uniti sul confine marittimo tra i due Paesi, ancora formalmente in conflitto. Nel contesto di relazioni diplomatiche da lungo tempo interrotte, scaramucce ricorrenti lungo la frontiera e il costante pattugliamento dei confini da parte delle Nazioni Unite, la ripresa dei contatti tra i due Paesi sembra un notevole passo avanti. L’ottimismo sull’andamento dei negoziati del diplomatico Amos Hochstein, incaricato della mediazione, non è tuttavia condiviso all’unanimità.

Pur nei progressi rispetto alla situazione del 2020, quando il Libano abbandonò il tavolo negoziale sostenendo che la cartina usata dalle Nazioni Unite fosse distorta, persistono tensioni da entrambe le parti, quali l’annuncio di esercitazioni militari sul confine da parte delle Forze di difesa israeliane o il lancio di pietre oltrefrontiera da parte di membri del governo libanese. 

La speranza risiede quindi nella conclusione di un nuovo accordo tra le parti, con due soluzioni attualmente in vista: la possibilità che Energean estragga anche nella zona di Kana, così da compensare le perdite di guadagno di Israele nel caso in cui l’area di Karish venga parzialmente riassegnata al Libano, oppure una compensazione finanziaria da parte di quest’ultimo Stato grazie alle risorse eventualmente derivanti dal perforamento di un pozzo da parte della compagnia francese Total.

In direzione di un contratto con la multinazionale francese si è recentemente espresso il Presidente Aoun, nella possibilità di una risoluzione sia dell’emergenza energetica interna sia della disputa sui confini con Israele. L’intesa con la compagnia, tuttavia, è vincolata alla conclusione di un accordo soddisfacente tra i due Paesi, e ancora una volta questo dipende da una classe dirigente paralizzata e clientelistica. 

La speranza, infine, è che l’insoddisfazione popolare per lo status quo e il desiderio di cambiamento a lungo termine vengano incarnati dai nuovi outsider politici e che questi riescano in un efficace compromesso tra il mantenimento della stabilità dello spettro partitico e la coerenza con le idee di riforma e rottura con il passato portate avanti durante la campagna elettorale.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY