Perchè i cavi sottomarini potrebbero rappresentare l’obiettivo principale di un’escalation contro Taiwan

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Nel mese di agosto le tensioni tra USA e Cina nell’Indo-Pacifico si sono intensificate a seguito  della visita della Speaker della Camera USA Nancy Pelosi e della successiva imponente esercitazione militare attorno a Taiwan. In aggiunta,  dall’1 al 7 settembre si sono svolte delle esercitazioni militari congiunte tra Russia e Cina nel mar del Giappone giustificate dal Ministro della Difesa russo come azioni atte alla protezione delle comunicazioni e delle attività economiche marittime. In risposta al continuo invio dalla Cina di navi e aerei da guerra, l’amministrazione Statunitense ha approvato i primi di settembre la vendita di armi per 1.1 miliardi di dollari, un pacchetto che comprende missili antinave, missili aria-aria e 665 milioni di dollari per il sistema radar di allerta precoce Raytheon.

All’interno di questo contesto di incertezza geopolitica ci sono delle infrastrutture che rischiano di essere coinvolte nel potenziale conflitto nello Stretto di Taiwan, il cui danneggiamento si ripercuoterebbe sull’economia Statunitense in primis e in generale su quella globale. 

Abbiamo già parlato della rilevanza strategico securitaria dei cavi sottomarini ma recentemente due analisti del Mercatus Center della George Mason University hanno effettuato una ricerca che comprende alcuni possibili scenari che il People Liberation Army (PLA) ha delineato per un’eventuale invasione.

Attraverso delle ricerche di open source intelligence (OSINT) su un database lasciato inspiegabilmente non protetto, si è potuto risalire alle scarse informazioni pubbliche su quelle che sembrerebbero essere invece numerose possibili strategie di attacco ai Points of Interest (POI) situati a Taiwan. Emerge che il PLA abbia individuato centinaia di migliaia di POI distinti a seconda dell’ubicazione di strutture di valore economico, militare, governativo e infrastrutturale. Fra queste ultime sono state identificate 550 infrastrutture chiave dell’ Information and Communication Technologies come uffici di fornitori di servizi ICT quali, tra gli altri, Chunghwa Telecom, Taiwan Mobile e Qualcomm Taiwan Corporation.

Come qualsiasi altro Paese dotato di connessione internet, Taiwan sfrutta le dorsali oceaniche per il trasporto del 95% della propria rete internet attraverso 15 cavi sottomarini e altrettante strutture di approdo (landing stations) situate sulle proprie coste. Le difficoltà nella protezione di queste infrastrutture critiche per la sicurezza del Paese sono ben note al Governo taiwanese così come ne sono consci i governi cinese e americano.

In particolare, molte compagnie tech hanno fatto significativi investimenti nella costruzione dei diversi cavi sottomarini in questione, uno di questi, il Pacific Light Cable Network è di proprietà di Google e Meta. Il vicecapo della Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni di Taiwan, Wong Po-tsung, ha tuttavia cercato di tranquillizzare l’opinione pubblica dichiarando che il Governo taiwanese monitora costantemente la connettività Internet e le strutture di approdo sono costantemente sorvegliate da polizia e guardia costiera e se necessario anche da truppe militari.

Sia i cavi sottomarini sia i punti di approdo potrebbero essere le infrastrutture eliminate per prime nell’escalation del conflitto specialmente perché la loro distruzione porterebbe al completo isolamento dell’Isola e impedirebbe il funzionamento di qualsiasi servizio che dipende dalla connessione internet. Inoltre, è stato stimato che i costi economici di una temporanea interruzione del funzionamento di internet e dei servizi derivanti per Taiwan si aggirerebbe intorno a 1,7 miliardi di dollari al mese con riverberi sul sistema economico mondiale dato il peso economico che Taiwan esercita soprattutto nell’industria dei semiconduttori.

Se fino a all’inizio della guerra in Ucraina, si riteneva che le possibili minacce alla sicurezza dei cavi sottomarini potessero essere individuate prevalentemente all’interno di una strategia di attacchi cibernetici- che mirano pur sempre all’interruzione momentanea della fornitura dei servizi IT così come anche alla raccolta dei dati che trafficano attraverso i cavi in fibra ottica- al momento è più probabile che queste infrastrutture siano più vulnerabili ad attacchi cinetici. Il conflitto ucraino ci ha dimostrato che per quanto gli Stati siano in possesso di tecnologie altamente avanzate in grado di sfruttare la rete internet per destabilizzare la sicurezza di un sistema Paese, lo scontro si svolge ancora prevalentemente secondo la forma della guerra convenzionale ed è per questo motivo che le preoccupazioni sono spostate più sull’utilizzo di armi convenzionali e non cibernetiche.

La vulnerabilità dei cavi sottomarini è un fattore sia strettamente concreto in quanto precedentemente vi sono stati episodi per i quali dei cavi sono stati danneggiati dalla mano dell’uomo- si veda l’African Coast to Europe (ACE), cavo costruito per interconnettere più di 10 Paesi africani, reciso nel 2018 in Mauritania poco prima delle elezioni nazionali- sia di diritto in quanto al momento sono limitate le norme di diritto internazionale che disciplinano la protezione e l’amministrazione di tali infrastrutture.

Mentre all’interno dell’Unione Europea si sta lavorando- seppur lentamente rispetto all’innovazione tecnologica e all’evolversi delle minacce- per aggiornare e integrare le norme esistenti in materia, gli unici testi di riferimento in tema di cavi sottomarini risalgono alla Convenzione di Ginevra del 1958 sulla piattaforma continentale, alla Convenzione di Montego Bay del 1982 (UNCLOS) e alla Convenzione dei Cavi telegrafici sottomarini del 1884.

È necessario quindi che gli Stati Uniti e gli Alleati lavorino per garantire la sicurezza di queste preziose infrastrutture non solo limitatamente al quadrante dell’Indo-Pacifico ma per tutte le aree conflittuali dove sono presenti degli interessi strategici. 

Se ciò non accadesse si potrebbe verificare uno scenario simile a quello verificatosi in Ucraina quando le comunicazioni del Paese sono state ripristinate grazie all’intervento del miliardario americano Elon Musk che attraverso la società Space X ha utilizzato il sistema di comunicazione satellitare altamente tecnologico Starlink. Il rischio é quello di capitalizzare nelle mani degli individui più ricchi e dotati delle tecnologie più all’avanguardia la sicurezza di qualsiasi infrastruttura presente sul globo che funzioni attraverso una rete internet e che venga messa in pericolo durante un conflitto.

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