MEKONG: COME IL CAMBIAMENTO CLIMATICO HA RIDISEGNATO L’ARTERIA PIÙ IMPORTANTE DEL SUD-EST ASIATICO

9 mins read
Vietnam- Fonte Immagine: Hoang Dinh Nam/Afp via Getty Images

Per il quarto anno consecutivo il Mekong, il fiume più esteso dell’Indocina, entra in emergenza idrica: la peggiore degli ultimi sessant’anni. Dalle sue acque proviene il 25% del pescato d’acqua dolce globale e dal quale dipende il sostentamento di oltre 60 milioni di persone. Come evidenziato nell’ultimo rapporto della Mekong River Commission (MRC) pubblicato ad inizio gennaio, infatti, le significative anomalie che hanno colpito il regime idrologico a partire dal 2015 sono il risultato della pericolosa combinazione di rischi riconducibili ad un’unica causa: il cambiamento climatico.

Come riporta il rapporto del secondo gruppo di lavoro (Working Group 2) dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) incentrato su vulnerabilità e capacità di adattamento di ecosistemi e società umane di fronte al cambiamento climatico, gli impatti del riscaldamento globale sono ormai marcatamente presenti anche in Asia.

Il rapporto indica in particolare che le varie cause delle alluvioni, siccità ed inondazioni che si sono verificate in particolare lungo tutto il bacino del Mekong, la principale arteria del sud-est asiatico, sono dovute all’aumento della temperatura globale di circa 1,5°C. Se a monte lo scioglimento dei ghiacciai tibetani mette a rischio i flussi idrici che alimentano la sorgente, una preoccupazione ancora maggiore arriva da valle.

L’innalzamento del livello dei mari aggrava infatti il fenomeno di subsidenza in atto lungo il delta del Mekong, area localizzata principalmente in Vietnam e nella quale vivono circa 17 milioni di persone; la regione del delta è la seconda più estesa al mondo e vi si produce dal 7 al 10% di tutto il riso commercializzato a livello internazionale. Si registra ormai un ritmo di abbassamento del terreno circa venti volte maggiore rispetto a gli anni passati, tendenza che lo porterà a scivolare del tutto sotto il livello del mare. Un’ulteriore conseguenza di questo fenomeno è rappresentata dall’intrusione del cuneo salino che contamina le acque fluviali nell’intera foce del Mekong, con gravi ripercussioni sull’economia agricola e sul fabbisogno idrico ed alimentare.

Se si chiudessero i rubinetti sull’Himalaya (complici le numerose dighe cinesi lungo il Mekong superiore), sarebbe inevitabile che a pagarne i danni dell’emergenza climatica sarebbero soprattutto i paesi del Sud-Est asiatico. In particolare, Cambogia, Vietnam, Laos, Thailandia e Myanmar rischiano di trovarsi senza la principale fonte di approvvigionamento idrico. Con enormi conseguenze per la sicurezza alimentare della regione. Il lago cambogiano di Tonlé Sap, da cui dipende l’approvvigionamento di pesce dell’intero paese, è sempre più arido anche durante la stagione delle piogge.

I pesci faticano sempre di più a migrare, mentre nuove specie iniziano a colonizzare questi ambienti, competendo con la fauna ittica locale. Le risaie vietnamite sono sempre più povere perché le infrastrutture, le miniere di sabbia illegali e la siccità interrompono il trasporto dei sedimenti, con tutti i nutrienti che essi portano con sé. Alla siccità fa da contrappeso l’innalzamento del livello dei mari, che stravolge gli ecosistemi: l’aumento della salinità ha un effetto immediato sulle colture e sulla flora locale, tra cui le indispensabili foreste di mangrovie. Nella migliore (e più utopistica) delle ipotesi, conferma una ricerca della University of California, il 10% del delta del Mekong verrà inondato entro il 2100. 

Il governo Thailandese, nel mese di luglio, a seguito delle violente precipitazioni in corso nella regione, ha diramato un’allerta in vista degli allagamenti nel bacino del Mekong. Il livello del fiume è in costante aumento, e gli insediamenti che sorgono su entrambe le sponde sono stati sollecitati a prepararsi ad alluvioni che potrebbero verificarsi in qualsiasi momento. Dall’inizio del mese di luglio, il livello dell’acqua si è alzato di 10-15 centimetri al giorno a causa delle piogge. Il 19 luglio il Mekong aveva raggiunto l’altezza di sei metri oltre il livello idrometrico. Per cautelarsi da ciò, le autorità hanno installato alcuni sistemi di pompaggio per tentare di proteggere le comunità fluviali.

Negli ultimi decenni, la rapida crescita socio-economica dei Paesi lungo il Mekong ha innescato diversi cambiamenti sul territorio, perlopiù dominati dalla conversione di grandi aree forestali in terreni agricoli e urbani, i quali ad oggi occupano il 41% dell’intera distesa del bacino meridionale. Con una crescita demografica di quasi il 45% tra il 1980 e il 2000, è l’agricoltura il mezzo di sussistenza attraverso il quale soddisfare il fabbisogno del 75% della popolazione regionale, ma allo stesso tempo, essa determina una maggiore pressione sulla terra e sull’acqua per ottenere la necessaria produzione alimentare aggiuntiva. Sebbene tutti i Governi stanziati nel Lower Mekong Basin (LMB), includano nelle loro politiche l’espansione o il miglioramento degli impianti di irrigazione, attualmente l’agricoltura richiede ben il 40% dei flussi fluviali totali nella sola stagione secca (febbraio-maggio), durante i quali è il riso la coltura che fa impennare i consumi idrici. Più in generale si può dire che questa regione del sud-est asiatico, stretta tra siccità ed inondazioni, tenta ormai da anni di sopravvivere quasi esclusivamente attraverso mezzi di fortuna. 

Viene quindi accolta con entusiasmo la recente iniziativa del governo Vietnamita,  in collaborazione con il Ministro tedesco degli Affari economici e delle Azioni per il clima e la SNV (l’organizzazione no-profit olandese per lo sviluppo), lo scorso 29 agosto ha varato un piano sostenibile, volto alla ricerca di soluzioni efficaci per conservare e recuperare la biodiversità degli ecosistemi del fiume Mekong, consentendo così alle popolazioni locali a di migliorare le proprie condizioni di vita fortemente deteriorate in seguito agli impatti climatici.

Consolidando la sua posizione fortemente strategica all’interno del continente asiatico, la portata di questo grande fiume oltre ad avere una storica valenza socio-economica ha ormai raggiunto una forse ancor più significativa valenza geopolitica. La definitiva compromissione del suo deflusso minimo vitale altererebbe definitivamente quell’ecosistema la cui importanza è capitale per milioni di persone, oltre che per numerose specie animali e vegetali. È facilmente prevedibile che conseguenze di tali eventi avrebbero effetti di destabilizzazione geopolitica in un’area ove gli equilibri sono già oggi delicati.

Una catastrofe che può essere scongiurata soltanto tramite una politica di coordinamento tra Paesi interni ed esterni al bacino del fiume – volta a comprendere l’importanza di inserire come obiettivo dei prossimi anni, la tutela del Mekong – prima che le alterazioni già provocate dall’impatto dei cambiamenti climatici divengano irreversibili. Occorre fare in fretta, il tempo a disposizione è ormai molto ridotto.

Latest from SOSTENIBILITÀ