I dilemmi tattici e strategici di Russia e Stati Uniti nella quarta fase della guerra in Ucraina

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Fonte Immagine: geopoliticalfutures.com

La strategia senza tattica è la via più lenta per la vittoria. La tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta

Sun Tzu, L’Arte della Guerra

I successi tattici ucraini

La proficua controffensiva nell’oblast di Kharkiv ha permesso a Kiev di riconquistare in una sola settimana circa 9.000 km2 di territorio, di spingersi a poche decine di chilometri dal confine russo e di riprendere il controllo di centinaia di insediamenti. Su tutti Izjum e Kupiansk, snodi strategici utilizzati dall’esercito invasore come hub logistici verso il Donbass. L’offensiva ucraina ha beneficiato del supporto e della pianificazione militare e di intelligence del Pentagono, che secondo alcuni rapporti avrebbe spedito in Ucraina anche proiettili Excalibur M982 da 155 mm a guida di precisione. Lo slancio ucraino ha incontrato una resistenza quasi nulla in virtù della superiorità numerica (8:1) sulle forze russe che, scarsamente equipaggiate e demoralizzate, hanno abbandonando carri armati e altri equipaggiamenti e si sono ritirate ad est del fiume Oskil.

Le forze ucraine hanno magistralmente sfruttato l’effetto sorpresa derivante dall’aver orchestrato, su suggerimento statunitense, una controffensiva su più fronti, dopo aver martellato a più riprese le linee logistiche nemiche lungo il fiume Dnipro e distrutto centinaia di depositi di munizioni e posti di comando e controllo russi avvalendosi degli HIMARS forniti dagli Usa. La pubblicizzata manovra di contrattacco nel sud, nell’oblast di Kherson e nell’area di Zaporižžja, è stata quindi anche una magistrale azione di deception che ha costretto i russi a sguarnire il fianco nord-orientale e a spostare verso sud una parte delle forze. Sul piano militare il successo ucraino consente al difensore di rafforzare l’ultimo bastione difensivo nel bacino del Donec (la linea Kramators’k-Bachmut) e di puntare con maggiore convinzione ai prossimi obiettivi tattici nel sud, dove tuttavia sarà molto più difficile avanzare dato che i russi hanno li fortificato le loro postazioni difensive.

Gli ucraini hanno vinto una importantissima battaglia che potrebbe invertire l’iniziativa della guerra e che rileva soprattutto sul piano del morale che è uno degli elementi più importanti in una guerra. La cocente batosta subita ha ad esempio prodotto rare critiche pubbliche al Cremlino mosse da commentatori nazional-imperialisti che rimproverano la conduzione limitata dell’operazione militare speciale, invocando la “guerra totale”.

I dilemmi russi

La cessazione delle ostilità in una guerra di logoramento, come quella in corso in Ucraina, esistenziale per la parte aggredita, arriva solo quando una delle due parti o entrambi i belligeranti esauriscono uomini e munizioni o perdono il consenso politico interno alla guerra. Putin ha scommesso che la Russia fosse la parte più forte in una lunga guerra di logoramento. Come narrava Tolstoj l’impero russo ha sempre contato sulla quantità piuttosto che sulla qualità, sulla capacità di resistenza a combattere del popolo russo nonostante le privazioni e le perdite umane. Nel pensiero di Putin il tempo sfalderà il morale tra le fila ucraina mentre le conseguenze economiche della guerra (inflazione, crisi energetica, crisi alimentare) romperanno la resistenza, la determinazione e l’unità occidentale. Le sanzioni economiche avranno efficacia solo nel medio periodo stante l’autosufficienza alimentare ed energetica della Russia che punta sull’inverno per sottoporre alla fame e al freddo gli ucraini distruggendo le infrastrutture energetiche e idriche del paese per poi giocare l’unico vantaggio che possiede, quello della superiorità numerica nella manodopera per rimpiazzare le perdite al fronte. 

L’arte militare russa non è cambiata molto rispetto ai tempi di Stalin. Oggi come allora il Cremlino punta a “distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino attraverso numeri, forza bruta e dimensioni”. Ma le guerre non si vincono solo con missili e artiglieria. Occorrono gli uomini per prendere un territorio e per tenerlo dopo averlo occupato e Putin pare aver sottovalutato che la potenza della Federazione Russa non è quella dell’Urss. L’esercito russo soffre problemi di reclutamento per rimpiazzare le numerose perdite sul fronte di guerra. Fattore che ha costretto il Cremlino ad abolire il limite di età minima richiesta per arruolarsi e a reclutare detenuti in cambio della promessa di amnistia sui loro delitti, non essendo sufficiente il ricorso alle truppe ausiliare (Wagner, Kadyrovtsy, milizie separatiste). Le sanzioni tecnologiche occidentali hanno già avuto effetti dirompenti costringendo Mosca a chiudere diversi impianti di produzione di carri armati e di missili terra-aria, ad  approvvigionarsi da Iran e Corea del Nord per droni e munizioni e ad usare semiconduttori per lavastoviglie, frigoriferi e computer in armamenti come i sistemi missilistici[1]

Inoltre, le condizioni politiche per una mobilitazione di massa (espansione della coscrizione militare e ricorso ai 2 milioni di riservisti) sono critiche per Putin, chiamato a rompere improvvisamente l’incantesimo dell’operazione militare speciale, ammettere che questa stia procedendo in malo modo e, sul piano psicologico, chiamare alla “guerra totale” l’intera popolazione russa, compresi i giovani e gli abitanti delle aree urbane dove il consenso alla guerra oscilla tra l’indifferenza e il conformismo passivo alla narrazione ufficiale con punte di celata opposizione, specie tra la fascia più giovane della popolazione che pratica uno stile di vita più occidentale. Il ritorno a casa nelle bare di giovani leve e l’esposizione dei russi etnici, non solo degli elementi etnicamente non russi spediti in prima linea come carne da cannone, ai costi di una guerra non più lontana potrebbe infliggere un duro colpo alla narrazione vittoriosa del presidente Putin. Potenziale piaga sulla quale da mesi gli Usa affondano il coltello avvisando le controparti russe dei rischi di proseguire “una guerra inutile”, una guerra di scelta per la quale “i giovani russi rischieranno o rimetteranno la vita”.

Sul piano geopolitico vi è l’ulteriore rischio con la “guerra totale” in Ucraina di sguarnire altri fronti e di far arretrare le posizioni geopolitiche della Russia nei principali quadranti che la circondano. La sua influenza in Europa è ai minimi storici e il sostegno russo al separatismo dei serbi di Bosnia ha risvegliato le attenzioni geopolitiche della Nato e dell’Ue e dei suoi due primi attori (Usa e Germania, rispettivamente) per l’area balcanica, anche per contenere la crescente influenza della Cina nella regione. In Asia centrale, Caucaso meridionale e Siria grandi potenze come Usa, Cina e Turchia hanno aumentato la pressione negli ultimi mesi. Washington sta approfondendo i legami strategici, economici ed energetici con il Kazakistan, Nel Caucaso meridionale l’egemonia russa si sta trasformando sempre di più in un condominio russo-turco, anche grazie ai successi dell’Azerbaijan nella guerra del Nagorno-Karabakh contro l’Armenia, con gli Usa che si incuneano per sostituirsi alla Russia come mediatori per un nuovo cessate-il-fuoco tra Erevan e Baku. Mentre in Siria il recente avvicinamento tra Ankara e Damasco potrebbe segnalare una ridotta presa di Mosca sul regime di Assad.

E tuttavia, dalla prospettiva russa l’alternativa ad un’ampia mobilitazione ed intensificazione del conflitto, i cui effetti sul campo si manifesterebbero comunque non prima della fine dell’inverno, potrebbe essere peggiore: uno stallo prolungato per difendere i territori conquistati nel sud e nell’est con il serio rischio di subire una serie di sconfitte militari tattiche a catena che ricaccerebbero indietro l’offensore e diminuirebbero il potere negoziale del Cremlino. Per questa ragione Mosca ha deciso di velocizzare i referendum per l’annessione degli ‘oblast di Luhans’k, Donec’k, Kherson e Zaporižžja. Estendere la sovranità russa su questi territori serve a poter giustificare (minacciare) una escalation convenzionale e/o nucleare per difendere quello che sarebbe spacciato come territorio russo invaso o colpito dal nemico.

Il dilemma americano

Anche gli Usa devono sciogliere dilemmi sia tattici che strategici. Sul primo fronte, gli americani sono pressati da Kiev che, per respingere i russi da tutti i territori occupati dal 24 febbraio, pari ad un quinto dell’intera Ucraina, chiede la consegna dei sistemi missilistici tattici di precisione a lungo raggio MGM-140 (Army Tactical Missile System, ATACMS) che con una gittata sino a 300 km. Considerati da Mosca la “linea rossa” varcata la quale riterrebbe Washington come parte belligerante perché gli ATACMS consentirebbero alle forze ucraine di colpire in profondità il territorio, le infrastrutture strategiche e le linee di comunicazione della Crimea e della Federazione Russa.

La soluzione di questo dilemma si ricollega allo stretto limbo in cui si è costantemente mossa la superpotenza dal 24 febbraio. Come “aiutare l’Ucraina in ogni modo possibile senza allargare la guerra e inciampare nella terza guerra mondiale”, potenzialmente nucleare, con la Russia? 

La Russia non può vincere questa guerra militarmente sul piano strategico neppure qualora usasse un’arma nucleare tattica che può incidere sull’esito di una battaglia non di una guerra, mentre le minacce nucleari strategiche da parte di Putin e accoliti vanno interpretate come una forma di guerra psicologica per indurre l’Occidente ad abbandonare l’Ucraina, dato che il loro uso sul suolo ucraino non escluderebbe un potenziale impatto dei venti nucleari sul territorio russo. L’unica speranza russa è che il sostegno occidentale all’Ucraina crolli. Per questo Putin arma l’energia (Gazprom ha chiuso i rubinetti del gasdotto Nord Stream 1 che fornisce gas alla Germania e tagliato le forniture a Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Lettonia, Paesi Bassi e Polonia) e punta sul freddo invernale per spaccare il fronte transatlantico come temuto dagli Usa, dalla cui prospettiva gli alleati euro-occidentali sottostimano le intenzioni e gli obiettivi strategici di Putin per il quale la guerra era un mezzo per la più ampia revisione dell’intero ordine di sicurezza europeo. 

Fonte: Brookings

Per mantenere compatto il fronte alleato il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha ribadito, durante la quinta riunione mensile del Gruppo di contatto della Difesa (il c.d. gruppo di Ramstein), l’esigenza di fornire supporto “a lungo termine” all’Ucraina. Ma in realtà, sul piano strettamente operativo-militare il venir meno del sostegno europeo non avrebbe alcun effetto significativo perché sono Stati Uniti e Regno Unito gli attori determinati per la sopravvivenza dell’Ucraina. Ma per quanto tempo? E con quale fine?

Sul punto temporale, le condizioni sui campi di battaglia non fanno sperare per una vicina conclusione delle ostilità. Entrambe le parti sono costrette a proseguire i combattimenti per ottenere una vittoria militare decisiva. Gli ucraini, a differenza dei russi, non hanno altra scelta che continuare a lottare per sopravvivere come nazione sovrana e indipendente e non intendono accettare alcun accordo che comportasse la cessione di territorio in cambio di un cessate-il-fuoco che sarebbe solo provvisorio.

D’altro canto, Putin e la ristrettissima cerchia di fedelissimi appartenenti ai siloviki (vertici militari e dell’intelligence che controllano tutti i gangli vitali dello Stato russo comprese le aziende strategiche) non possono permettersi una capitolazione perché ne verrebbero travolti, aprendo nel peggiore degli scenari a lotte di potere interne e fra il centro imperiale e le periferie a maggioranza etnica non russa che potrebbero innescare la terza fase del lungo processo di disfacimento dell’impero russo: la frammentazione della Federazione in un mosaico di piccole Russie. Scenario rosso cui a Washington sembrano puntare i falchi neocon che tramite la disfatta strategica e militare della Russia in Ucraina mirano a provocare il collasso dell’impero russo e quindi quello della Russia che è impero o non è. 

Questo scenario tuttavia allarma la Casa Bianca. Per due motivi. Primo, perché lo stallo prolungato sta già consumando gli arsenali statunitensi che hanno ridotto di un terzo la disponibilità di Javelin e di un quarto le scorte degli Stinger(agli attuali tassi di produzione occorreranno dai 3 ai 5 anni per ripristinarli). Potenziale vulnerabilità in caso di scoppio di simultanea guerra su Taiwan contro la Cina, superpotenza manifatturiera che detiene un superiore ritmo di costruzione bellica, soprattutto in campo navale.

Secondo e soprattutto perché il collasso della Russia avrebbe ripercussioni geopolitiche destabilizzatrici a livello globale. Per questa ragione gli interessi degli Usa non sono totalmente sovrapponibili a quelli dell’Ucraina. Una sconfitta totale della Russia, attualmente altamente improbabile, sarebbe un problema per Washington perché aumenterebbe i rischi di escalation e di allargamento del conflitto alla Nato, costringendo la superpotenza a distrarre ingenti attenzioni e risorse dalla sfida cinese nell’Indo-Pacifico. 

Forte del consenso della maggioranza degli americani sul sostegno politico-militare all’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, anche a costo di subire un aumento dei prezzi energetici ed alimentari, l’amministrazione Biden continuerà ad armare Kiev[2] al fine di migliorarne la posizione sul campo di battaglia e di costringere i russi a negoziare da una posizione di debolezza. Mantenendo fermo l’obiettivo del Pentagono di insanguinare economicamente e militarmente la Russia per trasformarla in dimidiata “potenza regionale” asiatica, zavorra piuttosto che risorsa per Pechino, con il rischio di consegnare l’Orso al Dragone in caso di fallimento della pianificazione strategica.


[1] Ad esempio, i missili da crociera Iskander-M, Kalibr e Kh-101 dipendono da un chip di progettazione britannica mentre ik missile da crociera 9M727 utilizza circuiti stampati di fabbricazione statunitense. 

[2] L’ultimo pacchetto di armi (oltre 600 milioni di dollari) approvato dalla Casa Bianca porta il totale dell’assistenza securitaria a Kiev a più di 15,1 miliardi di dollari dal 24 febbraio e include munizioni aggiuntive per gli HIMARS, 36.000 colpi di artiglieria da 105 mm, 1.000 colpi di artiglieria da 155 mm a guida di precisione, radar di contro-artiglieria e sistemi anti-drone. 

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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