Quanto può perdurare lo stand-by del Consiglio Artico?

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Fonte Immagine: The Barents Observer

Il 24 Febbraio ha segnato uno spartiacque per l’ordine mondiale e per l’equilibrio regionale di diverse aree. In artico lo stop dei lavori del Consiglio Artico può avere conseguenze devastanti, ma per quanto può perdurare lo stand-by?

Le specificità della regione artica non si riducono a fattori ambientali ed ecosistemici fortemente minacciati dal cambiamento climatico. La compresenza di territori in cui vige sovranità nazionale e di aree di “alto mare”, come il Mar Glaciale Artico, in cui, come normato dalla United Nations Convention on The Law of the Sea, nessuno stato può esercitare diritti di sovranità, ma che diventa sempre più appetibile per ragioni logistiche ed economiche, la cooperazione internazionale ha permesso nelle ultime decadi di mantenere un equilibrio tra potenze spesso in disaccordo in altri teatri geopolitici. Ma lo stop dei lavori del Consiglio Artico, la più importante piattaforma di dialogo internazionale regionale, può avere ricadute gravissime.

Due aspetti è necessario evidenziare. Lo stop dei lavori può portare ad una ulteriore marginalizzazione delle popolazioni indigene che a gran voce chiedono il ripristino del dialogo per portare avanti progetti mirati al miglioramento delle condizioni salutari, delle condizioni di adattamento ai cambiamenti ambientali e al potenziamento delle infrastrutture esistenti. Un altro aspetto è la sospensione della collaborazione scientifica che in artico ha permesso di acquisire nuova conoscenza sull’evoluzione del cambiamento climatico e sulle misure da adottare.

La possibilità di riprendere i lavori e procedere su progetti che non coinvolgono la Russia può essere sì una soluzione temporanea, ma che, data l’estensione del territorio russo, il raggio di influenza e gli interessi russi nella regione, non può essere una soluzione a lungo termine. Inoltre, protrarre questa soluzione a lungo termine non rispetta uno dei principi fondamentali della dichiarazione di Ottawa del 1996, su cui si fonda l’esistenza del Consiglio, che stabilisce uno status egualitario dei Paesi che ne fanno parte e che tutte le decisioni debbano essere prese con il consenso di tutti e otto i Paesi. 

Come propone Evan Bloom, una soluzione potrebbe essere “Indigenous groups to agree to interim measures under which they would continue Arctic cooperation, both Arctic Council projects not involving Russia and other forms of cooperation that they wish to undertake as a group, without formally doing so under the banner of the council”. Ma un’ulteriore difficoltà è posta dal sostegno che l’associazione RAIPON, membro permanente del Consiglio Artico che rappresenta 40 popolazioni indigene che vivono nel territorio russo, ha mostrato al presidente russo Putin e alla sua decisione di invadere il territorio ucraino.

Non ultimo, bisogna considerare che la decisione di Finlandia e Svezia di entrare a far parte della Nato sposta decisamente l’equilibrio degli Stati parte del Consiglio in favore della NATO, motivo per il quale non è difficile prevedere un rafforzamento delle forze militari russe nella regione artica e un’apertura alle relazioni con Paesi non-artici che mostrano sempre più interesse per la regione, Cina e India su tutti.

La possibilità di riavviare i lavori limitatamente a progetti che non coinvolgono la Russia è chiaramente una soluzione temporanea. Tuttavia l’accavallamento delle posizioni dei Paesi facenti parte del Consiglio con l’appartenenza alla NATO complica concretamente la possibilità di rivedere nel prossimo futuro una ripresa completa del dialogo sotto l’egida del Consiglio. L’eccezionalità artica e del Consiglio che hanno permesso di sottrarre la regione alla pressione dell’ordine globale per diversi decenni sembra ormai svanita. Tuttavia le sfide da affrontare a livello regionale impongono necessariamente di ristabilire il dialogo e la cooperazione.     

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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