L’Europa e la Francia strette tra la Russia e la Turchia nel Sahel

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La foto ritrae un soldato francese durante la ritirata dalla base di Gao, in Mali, avvenuta nell'agosto 2022. Crediti: Philippe de Poulpiquet,

Il ritiro francese nell’ambito dell’operazione Barkhane dal Mali rischia di destabilizzare l’azione franco-europea nel Sahel. Russia e Turchia si stanno riposizionando per cogliere le opportunità apertesi con il riposizionamento francese negli altri Stati saheliani, come Niger e Ciad. Ciò si tratta di una nuova sfida per l’Europa, sempre più pressata ad est e al suo confine meridionale dal duo russo-turco. 

La fine dell’operazione “Barkhane” venne annunciata da Macron durante un discorso nel febbraio 2022, nel corso della crisi diplomatica col governo golpista di Bamako. La missione francese è caratterizzata da un approccio ibrido, il quale unisce elementi militari ed economico-culturali, volta ad annientare la presenza jihadista nel Sahel. Le attività militari si limitavano a operazioni aero-terrestri, le quali hanno ottenuto alcuni successi. Tuttavia, ad oggi, col ritiro francese dal Mali e il ridispiegamento in Niger, si può parlare di un sostanziale fallimento per i franco-europei. Vi sono due motivi principali per cui ciò è avvenuto.   

Il primo motivo è da ricercare nell’approccio ostile dei maliani e, più in generale, dei saheliani nei confronti degli europei. Difatti, la presenza francese ricorda alle popolazioni del Sahel la condizione di subalternità patita dai propri avi durante l’epoca coloniale, in quanto vedono nella missione europea un tentativo di profittare della debolezza del paese e di appropriarsi delle sue risorse.

Questa percezione è stata acuita inoltre sia dalla propaganda russa che da quella turca, interessate a destabilizzare la regione in proprio favore. Il governo golpista di Bamako ha quindi sfruttato l’ostilità della popolazione nei confronti di Parigi per trarne vantaggio politico e costruirsi una legittimità attraverso l’utilizzo di una retorica anti colonialista e pan-africanista. 

Da non sottovalutare è la volontà del governo maliano di rigettare le pre-condizioni politiche richieste dagli europei, concernenti il rispetto dei diritti umani e della dignità umana. D’altra parte non può essere escluso il risentimento provato dagli autoctoni verso gli stranieri, dovuto agli errori e agli effetti collaterali della guerra, per il quale diversi civili hanno pagato un tributo di sangue

Il secondo motivo è l’impopolarità di cui gode la missione in Francia e negli ambienti europei. Il conflitto viene visto dalle popolazioni europee come estraneo e alieno ad esse, e non si comprende a pieno la sua importanza strategica, tanto che l’UE ha spesso dichiarato di non ritenerla indispensabile. Per di più, l’esorbitante costo di “Barkhane” (circa 1 miliardo l’anno e 53 caduti) fa sì che l’elettorato francese sia sempre meno favorevole al suo mantenimento. Questi costi, uniti alla difficoltà di controllare il territorio, rischiano di “afghanizzare” la questione, rendendo l’occupazione assai più costosa rispetto ai benefici che si possono trarre da essa. 

La decisione di ritirare le truppe dal Mali nasce proprio in seguito a queste considerazioni. I francesi hanno ritenuto opportuno redistribuire i reparti in altre aree del Sahel proprio poiché il Mali viene ritenuto politicamente troppo instabile per poter mantenere una presenza militare fissa; a ciò si aggiunge l’impossibilità di proseguire col mantenimento della missione, visti gli scarsi risultati ottenuti: nonostante l’impegno europeo, il macchinario statale e militare maliano non è migliorato in modo soddisfacente. L’esercito maliano continua ad essere esiguamente equipaggiato e incapace di effettuare manovre militari complesse a causa della carente coordinazione tra unità e della corruzione, fattori i quali rendono le forze armate maliane un pozzo senza fondo.

 Il recente accordo militare con la Russia, la quale ha inviato circa 1000 uomini della Wagner nel corso del 2021, non ha migliorato la situazione: alcune offensive, effettuate utilizzando diverse Armi, sono andate bene, ma non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati; i mercenari sono serviti principalmente come scorta per personalità rilevanti, per fungere da addestratori e da riserva tattica.

Inoltre, un documento dell’UE redatto nel maggio 2022 sulla strategia da adottare in Sahel evidenzia come la missione “EUTM Mali” non sia riuscita a ri-edificare un Corpo di Polizia civile in grado di mantenere il controllo nelle regioni centrali. La polizia maliana soffre degli stessi problemi che affliggono le Forze armate, anche se negli anni ha visto un minimo miglioramento qualitativo. 

Va sottolineato come l’interesse della Russia in questa fase non sia riportare la stabilità nel Sahel, ma aumentare le pressioni sugli europei, nell’ottica di indurre l’Europa ad affrontare minacce su più fronti. L’intervento di Mosca in Africa può essere ricondotto su due questioni principali: una di natura storico-ideologica e l’altra di natura strategica.

Per quanto riguarda la prima, la Russia ha sempre vantato, sin dal secolo scorso, un rapporto privilegiato con le nazioni africane, in virtù di tre fattori: l’estraneità russa rispetto al colonialismo europeo, in quanto Mosca ha sempre rivolto i propri istinti predatori verso l’Asia centrale e l’Oriente, l’azione diplomatico-militare “anti-colonialista” che l’URSS e i suoi alleati hanno perseguito in Africa e il presunto terzomondismo russo, molto diffuso tra le sue classi dirigenti, almeno a livello retorico.

Mosca, intervenendo a fianco del Mali, tenta quindi di ricostruire una narrazione e un’immagine di sé come scudo e spada dei popoli oppressi dall’imperialismo occidentale e dai suoi errori. Dal punto di vista strategico, si tratta semplicemente di mettere pressione all’Unione Europea nel suo limite meridionale, sottraendole il controllo delle rotte migratorie, i traffici illeciti (armi, droga, persone) e il contenimento delle pulsioni terroristiche, oltre che privarla di rilevanti risorse naturali. 

Non solo la Russia, con i suoi poco pubblicizzati mercenari in Mali e nella Repubblica Centrafricana (nella quale vi è da anni una presenza politico-militare russa), desidera mettere le mani nel Sahel: la Turchia persegue da anni una strategia di infiltrazione in Sahel basata sull’utilizzo di due leve di notevole importanza, ossia questioni economico-culturali e, in minor misura, militari.

Per quanto riguarda le prime, la Turchia ha negli anni finanziato attivamente la costruzione di ospedali e la restaurazione di edifici storici, legati principalmente alla storia ottomana, come il Palazzo del Sultano di Agadez. Dal punto di vista militare, al contrario, Ankara ha sottoscritto un accordo militare con Niamey nel 2020, in cui si è impegnata a difendere il paese dalle minacce alla sua sicurezza e il Niger e ha ottenuto una base al confine meridionale della Libia.

Oltre a ciò, essa ha fornito circa 5 milioni di euro al G5 Sahel (un gruppo di paesi composto da Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Ciad) per il rafforzamento dei loro dispositivi militari e della Forza congiunta del G5 Sahel. Secondo l’accusa degli Emirati Arabi, da prendere con le pinze vista la rivalità tra Abu Dhabi e Ankara (ma tuttavia, del tutto verosimile) la Turchia, nel tentativo di diffondere l’Islam nella regione, ha armato diversi militanti islamisti, oltre ad aver inviato armi e munizionamento leggero ai vari Stati saheliani[1]. Ankara agisce nel Sahel soprattutto ideologico-culturali: una maggiore e capillare presenza turca nel Sahel è il preludio al ritorno della Turchia come guida religiosa e politica dei paesi musulmani, rendendo effettivo il sogno neo-ottomano di riportare il paese anatolico alla grandezza. 

Il ritiro francese dal Mali e il suo riposizionamento hanno rafforzato quindi la Francia nel breve termine, poiché lo schieramento di un maggior numero di truppe in Niger, unite ai reparti militari italiani inquadrati nella missione bilaterale MISIN, permette un miglior controllo della regione e delle sue risorse naturali (come l’uranio); nel medio-lungo periodo, tuttavia, se non verrà posto un argine tramite una nuova strategia di ampio respiro, si rischia di far cadere nelle mani della sfera di influenza russo-turca buona parte della regione saheliana.

Il motivo del disinteresse francese ed europeo verso il Mali è da ricercarsi nella percezione che Parigi nutre nei confronti del contesto strategico: per gli apparati francesi la Russia e la Turchia non sono in grado al momento di stabilire una solida presenza nel paese, e, di conseguenza, sono impossibilitati ad aumentare significativamente la propria influenza, mantenendola magari rilegata a ben pochi ambiti. Allo stesso modo, i jihadisti sono considerati come “predoni”. 

In un documento UE già citato si fa riferimento ad una presenza russa diffusa in tutti i livelli strategici; questo però non significa che Mosca al momento sia in grado di potersi espandere, anche nel settore militare, soprattutto alla luce delle difficoltà che essa incontra a livello militare e politico in Ucraina. Specularmente, l’Europa soffre dello stesso problema. Nel tentativo di stabilizzare il proprio fianco meridionale, e concentrati nella crisi in Europa orientale, l’UE e la Francia hanno fallito in questa fase nella normalizzazione dei rapporti con gli attori statali della zona, non riuscendo a imporre un nuovo governo civile e a rendere efficienti i dispositivi militari saheliani.

Anche l’esercito nigerino, qualitativamente superiore rispetto ai vicini, soffre della corruzione endemica e di uno scarso coordinamento tra unità e Armi. La Turchia, d’altra parte, come i suoi rivali arabi, non dispone attualmente la forza per imporsi come attore di peso nella regione, nonostante abbia mediato con successo gli accordi tra Algeria e Mali del 2015 e stia contribuendo a ricostruire la regione. 

Tuttavia, la problematica per l’Europa non è la presenza della Russia e della Turchia, né delle loro pressioni. La principale minaccia di un ridimensionamento della capacità militari in Sahel è quello di perdere definitivamente il controllo su una regione strategica, in grado di aprirci la strada per l’Africa, le risorse energetico-naturali e di impedire lo sviluppo del continente africano. In caso contrario, la mancata progressione socio-economica africana potrebbe portare l’UE a dover convivere con un focolaio di instabilità perenne, foriero di pericoli. 


[1] La Turchia è uno dei principali snodi del mercato nero per il passaggio delle armi dirette nel Sahel. 

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