La diplomazia cinese e la necessità di un mondo stabile

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Fonte immagine: Fact Checking: BRI, la nuova via della seta | ISPI (ispionline.it).

A partire dai primi anni Duemila, la Repubblica Popolare Cinese è diventata un attore imprescindibile nel panorama internazionale. La centralità ottenuta grazie all’abile uso di soft power, ha permesso a Pechino di esportare all’estero il proprio modello teso alla creazione di un mondo stabile in cui anche l’economia possa dispiegarsi liberamente.

La strategia cinese a livello internazionale è racchiusa nel concetto di “politica estera con caratteristiche cinesi”, per cui la missione da portare a termine è quella di creare una comunità universale che vada verso la costruzione di un nuovo modello in politica estera e che si distanzi dalle regole che hanno plasmato le relazioni internazionali fino a oggi. Nell’ottica cinese, il modello del Washington consensus ha portato al progressivo rafforzamento degli attori più forti, trascurando gli interessi degli attori più piccoli. Ciononostante, c’è una parte considerevole di analisti e studiosi che reputa predatorio l’approccio adottato da Pechino in contesti esteri e che ritiene che la teoria di un futuro condiviso per l’umanità sia una strategia di facciata del governo di Zhongnanhai per perseguire unicamente i propri interessi. 

La diplomazia cinese si fonda su tre principi che sono rispettivamente la cultura, l’economia e la responsabilità. Per quanto concerne il piano culturale, la diplomazia cinese è esercitata sia attraverso l’apertura all’estero di Istituti di cultura volti a diffondere la conoscenza della lingua cinese, sia attraverso l’esaltazione della storia della civiltà cinese, presentata come antica e autentica. Negli ultimi quindici anni, l’abilità nel condurre un’efficace diplomazia economica ha portato a una massiccia presenza cinese all’estero, che si è consolidata attraverso la progettazione e la costruzione di infrastrutture sia nel continente africano, sia in quello europeo, sia in Asia Centrale, senza trascurare la crescente influenza cinese in America Latina. La diplomazia economica trae la sua forza dal principio della non interferenza negli affari interni dei paesi destinatari dei prestiti e tale approccio è risultato nel tempo di gran lunga più attrattivo rispetto a quello adottato dalle istituzioni occidentali. Gli istituti di credito occidentali, infatti, pongono dei distinguo alla concessione di finanziamenti che vengono condizionati all’eliminazione della corruzione e al rispetto di criteri democratici. Il principio della responsabilità mira a sottolineare concetti come la cooperazione win-win per garantire la stabilità della sfera internazionale. 

La seria volontà di stabilità manifestata da Pechino durante i vertici internazionali rispecchia un percorso di continua crescita volto a condurre il Paese all’apice del sistema internazionale. Il desiderio cinese di diventare una superpotenza si spiega attraverso fattori endogeni, intrinsechi alla storia della RPC che svelano l’interesse della quinta generazione di leader al potere di ricostruire la passata grandeur. Al senso di riscatto si accompagna la proposta di grandiosi progetti, il cui esito rappresenta l’uscita definitiva da un passato inglorioso in cui il paese ha subito gravi umiliazioni, pertanto gli obiettivi fissati negli ultimi anni «hanno l’ardire di realizzare il “grande rinnovamento della nazione cinese”»[1]

Secondo la dottrina cinese, vivere in un mondo stabile significa poter sviluppare, senza incontrare ostacoli, le relazioni estere attraverso l’economia e, sebbene questo possa rivelarsi pericoloso come è accaduto per alcuni paesi dell’Africa incappati nella trappola del debito, certamente le conseguenze dello scoppio della guerra russo-ucraina che minaccia i corridoi commerciali non sono sostenibili sul lungo termine viste le ambizioni cinesi. 

L’equidistanza della politica cinese nella guerra russo-ucraina è frutto della volontà di garantire gli approvvigionamenti di gas provenienti dalla Russia e di salvaguardare gli interessi commerciali che legano Pechino a Kiev e ad altri paesi dell’Europa orientale. La guerra ha provocato una dura risposta delle democrazie euro-atlantiche in favore della popolazione ucraina e una condanna totale nei confronti dell’aggressiva politica estera russa. La situazione di conflitto che è venuta a determinarsi in Europa provoca severe preoccupazioni in seno al governo cinese che, per mantenere le promesse circa la realizzazione degli ambiziosi progetti geopolitici legati all’implementazione della Belt and Road Initiative (BRI), ha bisogno che sia garantita e preservata la pace a livello internazionale. 

Sebbene Pechino abbia condannato le azioni russe in Ucraina perché interferiscono negli affari interni di un paese sovrano, non ha mai preso una posizione netta, infatti le dichiarazioni dei vertici cinesi sono risultate ambigue e improntate alla prudentia confuciana. Ciononostante, una lettura oggettiva dei fatti suggerisce che il gigante asiatico sia interessato alla conclusione di questa guerra quanto prima, viste le difficoltà che ne derivano: è fondamentale specificare che Pechino compra dall’Ucraina grandi quantitativi di grano che servono a garantire alla popolazione approvvigionamenti.

La guerra ha posto un freno ai progetti di costruzione del nuovo ponte terrestre eurasiatico, che prevedeva una connettività ferroviaria ed era teso a legare l’Estremo Oriente all’Europa. Esso sarebbe dovuto passare attraverso la Russia, l’Ucraina, la Polonia e la Bielorussia per arrivare al mercato europeo. La guerra ha altresì portato al disgregamento della piattaforma di cooperazione 17+1 nata nel 2012, che prevedeva la collaborazione fra la Cina e un gruppo di paesi dell’Europa centro-orientale.

La dissoluzione del commercio ferroviario causato dallo scoppio della guerra russo-ucraina costringe la Cina a ricorrere alle vecchie rotte marittime per commerciare con l’Unione Europea. Pechino, inoltre, deve bypassare la geografia est europea e dare maggiore importanza ad altri corridoi ferroviari della BRIin primis, al corridoio Asia centrale-Asia occidentale (CAWA) e al corridoio Cina-Pakistan (CPEC), collegato via mare all’Oceano Indiano e tramite ferrovia all’Iran e alla Turchia e quindi, per estensione, all’Europa. Le nuove manovre cinesi per evitare che la BRI naufraghi porterebbero al rafforzamento del ruolo iraniano a livello globale e a un avvicinamento ulteriore fra Teheran e Pechino che destabilizzerebbe ulteriormente il sistema internazionale. 

In conclusione, possiamo dire che Pechino si muove sul filo del rasoio e c’è da aspettarsi che Xi Jinping prenda una posizione più netta nei confronti della Russia per condannare l’invasione se la guerra non volgerà al termine.


[1] B. Onnis, La politica estera della RPC. Principi, politiche e obiettivi, Carocci, Roma 2011, p.66

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