“Viaggio in Colchide”: breve storia della Georgia

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Dalle prime testimonianze del Neolitico fino ad arrivare ai giorni nostri, una breve sintesi della storia georgiana e di come la posizione geografica strategica l’abbia portata ad essere del corso dei secoli uno dei territori europei di confine geopoliticamente più importanti e contesi

Il Caucaso è fin dalla notte dei tempi un crocevia importantissimo tra l’Europa e l’Asia: lembo di terra montuoso stretto tra il Mar Nero e il Mar Caspio, è un passaggio quasi obbligato per chi dal Medio Oriente deve accedere alle pianure dell’Europa Orientale e della Russia e per questo convenzionalmente considerato il confine naturale tra i due continenti. In questo contesto, nel corso della storia sono sorte in loco diverse entità statali che hanno fatto di questa posizione geografica la loro fortuna, ma di riflesso anche la loro condanna; uno di questi Stati è l’attuale Georgia, che occupa fisicamente il lato occidentale del corridoio caucasico.

Il percorso storico per arrivare all’attuale Stato georgiano parte da molto lontano. Gli scavi archeologici hanno confermato che la zona era abitata in modo stabile già intorno al V millennio a.C. in età neolitica; successivamente invece, la regione sarà caratterizzata prima dalla cultura di Kura-Araxes (IV-III millennio a.C.) e dopo da quella di Traleti (II millennio a.C.), influenzate entrambe dai contatti che erano presenti con tutto il Medio Oriente. Grazie agli studi dei linguisti si è potuto constatare che in questo periodo storico ha avuto origine il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il popolo georgiano, composto da quattro tribù ancestrali: gli svani, i cartveli, i mingreli e i laz.

Successivamente nel VII secolo a.C. i Greci della polis di Mileto fondarono sulle coste anatoliche settentrionali del Mar Nero le colonie di Sinope (attuale Sinop) e Trebisonda (attuale Trabzon), il che li mise in contatto con la regione caucasica; si fa risalire proprio a questo periodo la nascita del mito di Giasone e del viaggio degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro.

I Greci stabilirono importanti e solidi contatti commerciali con l’area dove intanto erano sorti i Regni di Colchide (Egrisi) e di Iberia, in quella parte di territorio che oggi è occupato da Georgia ed Armenia. Si arriva così all’avvento dei Romani, quando Gneo Pompeo invade la regione con le sue legioni nel 66 a.C. e ne prende il controllo di vaste aree; in ogni caso i Romani con la terra caucasica avranno sempre un difficile rapporto, dato proprio sia dalla presenza in loco dell’altra grande potenza del Medio Oriente del tempo, ovvero i Parti/Sasanidi, sia dall’accesa resistenza delle popolazioni locali, tanto che dopo l’età repubblicana il locale Regno di Iberia sarà sempre uno Stato vassallo dell’Impero, ma non verrà mai inglobato in esso.

Tappa importantissima per lo sviluppo dell’identità georgiana è la proclamazione del Cristianesimo come religione di Stato nel 317 d.C., che inciderà molto negli eventi successivi e sarà uno dei capisaldi della cultura georgiana stessa. Dal IV-V secolo fino alla fine dell’VIII secolo d.C. la zona è terreno di scontro quasi continuo tra le potenze dell’epoca, con Bizantini, Sasanidi e Arabi in un’estenuante lotta per assicurarsi il controllo stabile della regione.

Tuttavia, agli inizi del IX secolo si viene a creare in loco il primo Regno di Georgia propriamente detto, governato dalla dinastia dei Bagration e destinato, tra diverse vicende e modifiche territoriali, a dare l’indipendenza alla regione per circa un millennio. Questo è considerato il periodo aureo per la Georgia, di cui si ricordano i regni di re Davide IV “il fondatore” (1089-1125) e della regina Tamara (1184-1212), entrambi proclamati santi dalla Chiesa Ortodossa Georgiana.

Agli inizi del XIX secolo, dopo i periodi di occupazione temporanea dell’Impero Persiano prima e dell’Impero Ottomano poi, alternati anche a periodi di indipendenza, ciò che rimaneva dell’originario Regno di Georgia, cioè il Regno di Cartalia-Cachezia, venne inglobato nell’Impero Russo, dando il via alla presenza russa che si protrarrà fino alla fine del XX secolo.

In Georgia la Russia diede il via ad un fortissimo processo di russificazione volto a cementare il controllo politico ed economico zarista sulla regione, estirpando del tutto il Cristianesimo georgiano e cancellando per quanto possibile ciò che erano l’identità e la cultura georgiane. Tuttavia, nel 1905 una rivolta popolare agricola costrinse il governo russo a mitigare le sue politiche in zona, favorendo un periodo di relativa calma. Intanto, si intensificava l’attività del movimento socialista in Georgia, di cui uno dei massimi esponenti era Iosif Vissarionovič Džugašvili, ossia il futuro Stalin.

Con le Rivoluzioni di Febbraio e di Ottobre del 1917 e la caduta del regime zarista, la Georgia approfittò della congiuntura storica per proclamarsi indipendente da Mosca, e tra il 1918 e il 1921 nacque la Repubblica Democratica di Georgia, che verrà successivamente attaccata e riconquistata dalle truppe della neonata Unione Sovietica.

La zona sarà inglobata all’interno del sistema sovietico nella Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica fino al 1936, quando venne fondata la Repubblica Socialista Sovietica Georgiana. Nel periodo della dittatura stalinista la repressione del dissenso georgiano raggiunse il suo apice: alla testa del movimento repressivo era Lavrentij Pavlovič Berija, uomo fidato di Stalin, anche lui di origini georgiane.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale e alla morte di Stalin, le politiche economiche di decentralizzazione introdotte da Chruščëv favorirono il nascere di una florida economia capitalistica sotto l’ombrello di quella ufficiale, e la Georgia divenne una delle regioni sovietiche più sviluppate, ma anche più corrotte. In questo contesto emergerà la figura di Eduard Shevardnadze, che prima diventerà celebre per la sua lotta alla corruzione e poi scalerà i gradini del potere sovietico fino a diventare nel 1985 Ministro degli Esteri durante la presidenza Gorbačëv.

La Georgia diventa formalmente indipendente dall’Unione Sovietica il 9 aprile 1991 e Zviad Gamsakhurdia ne diviene il primo presidente. Figura controversa, rifiuterà l’adesione alla nascente CSI e sarà contrario alla presenza di basi ex-sovietiche in terra georgiana, oltre ad essere ferocemente criticato per il suo modo di governare autoritario e disorganizzato.

Seguirà un colpo di stato che porterà al potere Shevardnadze nel ruolo di “traghettatore” dello Stato georgiano verso una più compiuta democrazia. Proprio in quel frangente esplodono le tensioni secessioniste in Abcasiae in Ossezia del Sud, e il governo georgiano, non essendo abbastanza forte sia politicamente sia militarmente per reprimerle, nel 1993 fu costretto a tornare sui suoi passi e ad aderire alla CSI per ottenere in cambio l’aiuto degli Stati vicini, soprattutto la Russia, e così sedare almeno momentaneamente le spinte secessionistiche di abcasi e osseti.

Shevardnadze governa la Georgia fino al 2003, legandosi fortemente al sistema di corruzione ampiamente diffuso nel paese, che di fatto limita la crescita economica dello Stato. Inoltre, egli mantiene una politica estera di equidistanza tra Russia ed USA, suscitando in molti casi il malcontento di Mosca; quest’ultima arriva ad accusare lo Stato georgiano di sostenere i ribelli ceceni durante le guerre tra Russia e Cecenia tra il 1994 e il 2009.

Si arriva così alla cosiddetta “rivoluzione delle rose” quando, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari del 2003 del partito di Shevardnadze, le opposizioni organizzano ampie manifestazioni contro gi evidenti brogli elettorali e il governo viene costretto a dimettersi. Alle successive elezioni presidenziali del 2004 viene eletto nuovo presidente Mikheil Saak’ashvili, il quale guiderà il paese fino al 2013.

L’impronta data da Saak’ashvili alla Georgia sarà quella di un progressivo quanto continuo avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO, cosa che farà infuriare Mosca in più di un’occasione. Il punto più grave nelle relazioni russo-georgiane è stato la guerra in Ossezia del Sud del 2008 quando, dopo un crescente numero di incidenti tra separatisti e forze regolari, il governo di Tbilisi invia l’esercito per pacificare l’area e riportare l’ordine. Immediatamente le truppe russe intervengono a sostegno dei separatisti e, dopo appena dodici giorni di combattimento, si arriva ad un cessate il fuoco grazie all’intervento del presidente francese Sarkozy.

La pace non sorride a Tbilisi, che perde il controllo de facto di Abcasia ed Ossezia del Sud, le quali si dichiarano indipendenti sotto protezione russa.

Negli ultimi anni l’avvicinamento della Georgia al blocco occidentale si è fatto sempre più evidente: già dal 2006 lo Stato caucasico ha ottenuto l’Intesified Dialogue con la NATO, passo propedeutico ai negoziati di eventuale adesione, ed inoltre nel 2022 sempre la Georgia ha fatto richiesta per lo status di candidato ufficiale all’entrata nell’Unione Europea, ma la domanda è stata respinta per le ancora carenti riforme economiche verso l’economia di mercato.

Tutto ciò non fa che alimentare la malcelata e crescente rabbia della Russia, che vorrebbe tornare ad avere una forte quanto esclusiva influenza nel Caucaso. Gli scenari futuri sono cupi al momento e sembra che lo Stato caucasico possa diventare nel breve-medio periodo un altro luogo di contesa fra gli interessi russi ed occidentali per la sua importanza strategica e geopolitica, a meno di serie discussioni bilaterali che tendano a mantenere il tutto nell’alveo del compromesso.

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