Afghanistan 2.0: le sfide del Nuovo Emirato Islamico

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Con la crisi energetica in atto esasperata dal biennio di pandemia e dalla crisi russo-ucraina, per l’Afghanistan del Nuovo Emirato Islamico si prospettano “nuovi orizzonti di gloria”.

L’Afghanistan, definita la tomba degli Imperi, situato tra l’Asia centrale e quella meridionale, è un paese climaticamente difficile e geograficamente impervio. Esso si trova in fondo alla classifica UNDP relativa all’indice di sviluppo umano (169° posto su 189) e su di una popolazione di circa di 40 milioni di persone più della metà vive in uno stato di estrema povertà e indigenza. L’economia afgana è, quindi, una tra le più povere del pianeta e risente dei continui conflitti che si sono susseguiti negli ultimi decenni, i quali hanno distrutto le infrastrutture, sconvolto il sistema sociale e decimato la popolazione.

Al centro dell’economia dell’Afghanistan c’è da sempre il settore agricolo ma la principale coltivazione del paese risulta quella del papavero da oppio, di cui è il più grande produttore mondiale, con una raccolta che rappresenta oltre il 90% della fornitura globale.

Il business dell’oppio in Afghanistan ha inizio a metà degli anni ’50, spinto dalle politiche proibizioniste iraniane che ne avevano vietato la coltivazione. Ne conseguì che gli stati limitrofi come appunto l’Afghanistan ed il Pakistan triplicarono la loro produzione, trasformandosi già negli anni ’70 nei principali fornitori di oppiacei del Nord America e dell’Europa occidentale.
Da allora fino ad oggi il traffico di oppio continua ad essere la maggiore fonte di reddito per i poveri contadini afghani che vengono pagati a peso d’oro per un chilo di oppio estratto e lavorato.

Con la attuale guerra russo-ucraina e la conseguente crisi energetica internazionale legata all’interruzione delle forniture di gas proveniente dalla Russia, per il Nuovo Emirato Islamico si sono aperti nuove orizzonti non solo per ottenere il riconoscimento a livello globale ma anche per risollevare l’economia del paese. L’Afghanistan, infatti, da una recente stima del Ministero delle Miniere  afghano, risulta essere un paese estremamente ricco di giacimenti di petrolio greggio (1,6 miliardi di barili), di gas naturale (1,750 milioni di piedi cubi, risultando al 62°posto nella classifica mondiale dei produttori di gas, subito dopo l’Italia) e gas naturale liquido (500 milioni di barili).

Inoltre nel sottosuolo afghano sono presenti grandi giacimenti di oro e pietre preziose e soprattutto riserve minerarie come uranio, bauxite, litio, cromo, zinco, rame (di cui le ultime stime sono di 28,5 tonnellate in giacimenti non ancora scoperti), le cosiddette terre rareessenziali per la produzione di dispositivi tecnologici utili al processo di transizione green, tematica al vertice dell’agenda ONU 2030. La risorsa mineraria che negli ultimi mesi maggiormente sta facendo aumentare a dismisura gli introiti dei talebani è il cosiddetto oro nero, il carbone, di cui è estremante ricco il sottosuolo (si contano circa 80 miniere di cui solo 20 sono tornate in attività).

Nonostante le politiche energetiche green che tentano di puntare su fonti rinnovabili e pulite, il carbone rimane una materia prima molto richiesta, soprattutto dal near abroad come il Pakistan fino ad arrivare in Cina passando dalla Russia. E sono ancora una volta queste due super potenze ad investire in progetti estrattivi su suolo afghano.

L’aumento dei prezzi delle materie prime causato dalla crisi ucraina, unito alla difficoltà di reperimento delle stesse causato da 2 anni di pandemia hanno fatto sì che il governo talebano puntasse sempre più su questa risorsa per risollevare l’economia del paese.

Infatti il governo di Kabul ha recentemente aumentato i dazi doganali del 30% anche per i paesi “amici”, puntando a raddoppiare la vendita sul mercato internazionale e a raggiungere i 2miliardi di dollari entro la fine dell’anno.

Ma per l’estrazione di tutte queste risorse servono ingenti somme di denaro, che attualmente l’Afghanistan non possiede a sufficienza. Proprio per questo motivo è centrale il ruolo della comunità internazionale ed in particolare della Cina, che attualmente rappresenta l’economia più forte a livello mondiale. In quest’ottica il governo di Pechino ha prontamente approfittato della ritirata della Nato, avvenuta il 15 agosto 2021, e del non riconoscimento del Nuovo Emirato Islamico da parte dell’Unione Europea, per iniziare a stringere accordi con i Talebani.  Già il 28 luglio 2021, infatti, il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha accolto a Tianjin una delegazione talebana guidata dal capo dell’ufficio politico dei Talebani, il Mullah Abdul Ghani Baradar.

Ufficialmente l’incontro è stato presentato come un evento eccezionale, volto a discutere di sicurezza. L’Afghanistan, infatti, confina con la regione dello Xinjiang per 76 Km, il cosiddetto Corridoio del Vacan, e in questa zona si sono concentrate le azioni terroristiche del gruppo Etim (East Turkestan Islamic Movement), volte a destabilizzare l’area e ad appoggiare il movimento di indipendenza dello Xinjiang. Pechino ritiene l’Etim una minaccia per la sicurezza nazionale e tra gli accordi del 28 luglio ha prontamente inserito l’impegno dei Talebani a contrastare con decisione questi gruppi di terroristici.

Ufficiosamente, però, tale accordo rientra in un consolidato progetto diplomatico che ha coinvolto gli interessi economici della Cina e dei talebani sin dall’inizio dell’occupazione statunitense (il primo incontro risale, infatti, al 2015). In questa relazione bilaterale, dunque, da un lato c’è il governo di Kabul, consapevole che stringere accordi diplomatici con la Cina potrebbe garantirgli sia il tanto desiderato riconoscimento internazionale che la possibilità di ricevere ingenti investimenti; dall’altro c’è il governo di Pechino, che oltre ad avere interessi economici riguardanti i materiali presenti nel sottosuolo afghano, intende ampliare il proprio margine di manovra cooptando il Paese nel suo progetto della Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta), che ha già una diramazione in Pakistan.

Oltre la Cina, altri attori dell’area centro-asiatica potrebbero favorire il cambiamento economico dell’Afghanistan, prima fra tutti la Turchia. Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che tenta strenuamente di ritagliare per il suo paese un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale, mira al controllo del gas proveniente da Mar Caspio, Golfo Persico e Iran, e per questo sta rafforzando le sue alleanze in Asia centrale rischiando una futura collisione con la Russia di Putin. Esiste in questa regione un progetto del 2015 che prevede la costruzione del TAPI, un enorme gasdotto che attraverserebbe Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, sviluppato a partire dall’enorme giacimento turkmeno di Galkynys in Turkmenistan sul quale la Turchia vorrebbe allungare le sue mire espansionistiche attraverso investimenti economici.

Si prospettano, quindi, all’alba della crisi energetica mondiale, ingenti guadagni per chi sarà in grado di sfruttare queste risorse e stringere accordi vantaggiosi con l’Afghanistan. I riflettori sono ancora una volta puntati sulla potenza Dragone.

Lo scacchiere su cui si stanno definendo gli assetti geopolitici mondiali è sempre più centro-asiatico, e l’Afghanistan ha tutti i numeri per poter divenire un fondamentale player. Le potenze occidentali, ed in particolare l’Unione Europea, apparentemente distratte dai nuovi venti di guerra, devono tenerne conto per non rimanere tagliate fuori dai futuri flussi economici mondiali e mantenere lo status di super-potenza.

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