Nemmeno le famiglie separate riavvicinano il Nord al Sud

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L’8 settembre il Ministro dell’Unificazione sudcoreana ha formalmente richiesto alle autorità nordcoreane di aprire un dialogo volto a stabilire, come in passato, alcuni giorni di incontro tra le famiglie separate dal conflitto del 1950; il netto rifiuto di Pyongyang mette in luce la criticità della nuova crisi nei rapporti inter-coreani e ne espone le svariate cause.

Giovedì 8 settembre il Ministro dell’Unificazione sudcoreana, Kwon Young-se, ha proposto alle autorità del vicino Nord la riapertura di un dialogo volto al ricongiungimento delle famiglie di entrambi i Paesi che dai tempi della Guerra di Corea (1950-1953) si trovano drasticamente separate dal confine situato al famigerato “trentottesimo parallelo”. L’appello del Ministro a trovare tempestivamente un accordo per permettere alle famiglie separate di incontrarsi nuovamente, a seguito dell’impasse diplomatico verificatosi tra le due Coree nel 2019, partirebbe da un semplice presupposto: ovvero che presto non esisteranno più familiari effettivamente separati dal tragico conflitto.

A seguito dell’ultima riunione tra famiglie avvenuta nel 2018, secondo quanto riportato dal Ministero dell’Unificazione di Seoul, circa 133.650 persone avevano fatto richiesta per incontrare i propri cari situati al nord della penisola, ma di questi circa il 70% risulterebbe ormai scomparso. Tale incontro non solo quindi si mostrerebbe urgente da un punto di vista prettamente “umano” ma darebbe inoltre la possibilità ai rappresentati dei due diversi Stati di incontrarsi in maniera pacifica su un tema teoricamente libero da qualsiasi connotazione politica, offrendo quindi un punto d’incontro ai rispettivi governi che oggi faticano sempre più a comunicare a causa dell’inasprimento delle tensioni presenti nell’area. 

Non sarebbe d’altronde la prima volta che Seoul tenta un simile approccio per confrontarsi con la Repubblica Popolare Democratica di Corea (nome ufficiale del Nord) su argomenti decisamente più spinosi, come la denuclearizzazione di Pyongyang, e a tal fine sono state sempre utilizzate tattiche diplomatiche rimaste per lo più invariate nel corso delle differenti amministrazioni sudcoreane, sia progressiste sia conservatrici. Tali tattiche si basano tuttora su quella che alcuni osservatori definiscono una “carota” (o ramo d’ulivo se si preferisce) di tipo economico e/o umanitario che il Sud offre spontaneamente al Nord in cambio di alcune rassicurazioni sul piano militare e della sicurezza internazionale. Tra il 1998 e il 2008, ad esempio, i governi liberali che all’epoca si trovavano al comando del Paese riuscirono a instaurare un promettente dialogo inter-coreano tramite l’utilizzo di incentivi volti ad alleggerire le pesanti ripercussioni economiche che Pyongyang si trovava ad affrontare a causa dell’isolamento internazionale e delle numerose sanzioni dovute principalmente allo sviluppo del proprio programma nucleare. Proprio in questo periodo, per quanto riguarda la questione delle famiglie separate, Seoul inviò allo Stato del Nord ingenti quantità di riso e fertilizzante in cambio di riunificazioni periodiche tra i rispettivi cittadini.

Tale modus operandi, come accennato, parrebbe essersi conservato anche nel contesto dell’attuale amministrazione Yoon nonostante il politico conservatore abbia inizialmente dato di sé un’immagine decisamente più aggressiva per quanto riguarda i rapporti con Pyongyang. Il suo lato più “morbido” nei confronti del suo corrispettivo nordcoreano, Kim Jong-un, è stato di recente confermato dal discorso ufficiale che il presidente Yoon ha rilasciato lo scorso 15 agosto durante il Giorno dell’Indipendenza della Corea, in cui ha esposto la sua “audace iniziativa”. Tale iniziativa prevedrebbe un piano di cooperazione economica fra la due realtà peninsulari estremamente vantaggioso per l’economia del Nord, a patto che il governo di Kim mostri di compiere passi concreti verso la denuclearizzazione del Paese (senza per altro richiedere una denuclearizzazione totale prima dell’attuazione del piano stesso). La Corea del Sud si mostrerebbe quindi in quest’ottica ancora speranzosa nella possibilità di ottenere una sorta di unificazione economica fra le due nazioni che possa magari in futuro portare a una convivenza totalmente pacifica e mutualmente beneficiaria fra le due potenze, ma se tale piano non si è effettivamente concretizzato in passato (e in periodi decisamente più distesi da un punto di vista internazionale) difficilmente sarà possibile farlo oggi.

L’incontro fra le famiglie infatti, a cui Seoul non aveva posto alcuna condizione lasciando di fatto mano libera nell’organizzazione alla Repubblica Popolare Democratica, è stato prontamente rifiutato da Pyongyang. Ormai è divenuto celebre il discorso di Kim Yo Jong, sorella del dittatore nordcoreano e figura di spicco all’interno dell’élite governativa di Pyongyang, la quale avrebbe definito gli sforzi di Yoon, volti a riaprire un dialogo serio con i propri vicini, un “tentativo di asciugare un oceano per trasformarlo in un campo di gelsi”, definendo lo stesso presidente del Sud “semplice” e “infantile” per poi intimargli provocatoriamente di “chiudere la bocca”. Se le parole di Kim Yo Jong, considerate successivamente “scortesi e irrispettose” dallo stesso Yoon, non hanno da una parte sorpreso gli esperti in materia in quanto perfettamente in linea con il linguaggio da sempre usato dalle autorità del Nord a fini politici, dall’altro lo stesso discorso ha messo ancora più in luce la difficoltà oggettiva che le forze politiche interessate si trovano oggi ad affrontare in relazione al tema della distensione fra i due Paesi asiatici.

I motivi per cui l’”audace iniziativa” non vedrà probabilmente mai la luce del sole sono molteplici e la possibilità che la Repubblica di Kim rinunci definitivamente al proprio programma nucleare e missilistico si mostra quindi (quasi) ai minimi storici. Non solo parrebbe ormai confermata la notizia secondo cui Pyongyang si stia preparando a effettuare il primo test nucleare dopo il 2017 (anno in cui il regime stesso aveva vietato temporaneamente le sperimentazioni in tale ambito), ma proprio l’8 settembre il Parlamento nordcoreano ha ratificato una norma che permetterebbe ufficialmente alla Corea del Nord di utilizzare il proprio arsenale nucleare a scopi preventivi.

Tale legge andrebbe pericolosamente ad ampliare una norma esistente dal 2013 che consentiva l’utilizzo delle armi atomiche in caso di aggressione diretta da parte di uno Stato nucleare: secondo la nuova norma invece sarà previsto l’utilizzo del nucleare anche in caso di “imminente attacco” da parte di forze nucleari ostili non solo alla sovranità territoriale ma anche agli “obbiettivi strategici” di Pyongyang, incluso il suo regime. Una legge insomma che rende il Paese di Kim uno Stato nucleare a tutti gli effetti e che dimostra la volontà del suo governo di non retrocedere per quanto riguarda lo sviluppo di armi di distruzione di massa.

La legge nordcoreana parrebbe quindi rispondere non solo alla strategia “Kill Chain” implementata da Yoon (la quale prevede anch’essa appunto la possibilità di attacchi preventivi contro il Nord) ma anche a quelli che sono stati definiti i “double standards” della politica estera statunitense, importante alleata di Seoul. A complicare infatti la crisi diplomatica fra le due Coree si è di recente presentata la cosiddetta “Ulchi Freedom Shield”, la più grande esercitazione militare congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud dal 2018. Inutile sottolineare come tale iniziativa militare sia stata considerata “ostile” dalle autorità della Repubblica Popolare Democratica e abbia determinato un’ulteriore battuta d’arresto nei rapporti inter-coreani.

La Corea del Nord inoltre si trova ancora oggi ad affrontare i postumi relativi alla diffusione della pandemia da Covid-19 insediatasi di recente nei propri confini, determinando un ulteriore irrigidimento degli stessi e un maggiore isolazionismo della Repubblica anche nei confronti del suo principale alleato, la Cina di Xi Jinping. Sebbene i dati in nostro possesso, provenienti dalle fonti ufficiali di Pyongyang, si mostrino quantomeno parziali se non del tutto inverosimili (74 decessi dichiarati a fronte di quasi 4,8 milioni di infezioni registrate dalla fine di aprile), la Corea del Nord è stato uno dei primi Stati al mondo a chiudere i propri confini nel corso dei primi mesi del 2020.

Ciò non solo avrebbe permesso all’élite governativa di perseguire i propri obiettivi in ambito militare lontano da “occhi indiscreti” ma avrebbe anche fornito un’ulteriore occasione di propaganda interna volta a screditare il Sud, accusandolo di aver diffuso il virus nel territorio nordcoreano tramite l’invio di “oggetti sporchi” quali volantini, palloncini, denaro e opuscoli considerati sediziosi.

Per quanto riguarda invece più strettamente i rapporti con la Cina, se da una parte la pandemia aveva determinato una situazione di distacco fra le due potenze, dall’altra la riapertura dei confini dovuta all’allentamento delle misure di prevenzione parrebbe aver avuto un duplice effetto sui rapporti Pyongyang-Pechino e, indirettamente, su Pyongyang-Seoul.

Mentre infatti il regime di Kim si trova ora costretto a confrontarsi nuovamente con i casi di defezione e contrabbando al confine settentrionale, il presidente cinese Xi ha colto l’occasione per riavvicinarsi alla Corea del Nord dichiarando ufficialmente l’impegno del Dragone nel perseguire la propria “cooperazione strategica” con Pyongyang. Una mossa che porta inevitabilmente il Sud di Yoon a veder calare le proprie possibilità di “convincere” il regime del Nord a prendere in considerazione il tanto anelato processo di denuclearizzazione.

Alla luce di quanto appena discusso, appare chiaro come le “tecniche” diplomatiche utilizzate dalla Corea del Sud, che potrebbero apparire comunque lodevoli agli occhi di diversi analisti, non siano al momento sufficienti al fine di riaprire un dialogo pacifico con lo Stato del nord. L’accento sempre presente sulla questione nucleare, insieme all’inasprimento delle tensioni internazionali, rappresenta oggi un grosso ostacolo alle trattative che nemmeno il desiderio umano di permettere a famiglie violentemente separate di riunirsi per un’ultima volta pare scalfire.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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