La spinosa questione del Sahara Occidentale e l’autodeterminazione del popolo saharawi

15 mins read

Il popolo saharawi da decenni combatte per esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione e per creare uno Stato indipendente, tuttavia le sue mire indipendentistiche sono state soffocate da quelle egemoniche del Marocco. I saharawi sono vittime di continue violazioni dei propri diritti e costretti ad abbandonare la propria terra per scappare dall’occupazione marocchina. Malgrado le difficoltà da affrontare, questa popolazione non si arrende e persiste nella sua lotta verso il riconoscimento internazionale.    

Il Sahara Occidentale ha recentemente vissuto il riaccendersi dello scontro armato tra il Marocco e la Repubblica Araba Saharawi Democratica[1], rappresentante del popolo saharawi e guidata dal Frente popular de liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro (Fronte Polisario). 

Dopo un trentennio di stallo dovuto ad un cessate il fuoco firmato nel 1991, un gruppo di civili saharawi ha occupato una zona strategica per il commercio nel continente africano in segno di protesta rispetto all’occupazione marocchina, scatenando la reazione militare dell’esercito marocchino che ha messo fine al cessate il fuoco precedentemente siglato. 

Il blocco pacifico del transito a El Guerguerat è stato uno modo per denunciare, da una parte le violazioni sistematiche dei diritti umani e il saccheggio delle risorse naturali sofferti dal popolo saharawi; dall’altra per danneggiare l’economia marocchina dato che in questo modo si è bloccata una delle principali vie di transito di merci e persone da e per il Marocco.

La questione del Sahara Occidentale è una delle crisi più durature e complesse dello scenario internazionale, che coinvolge molteplici alleanze e attori internazionali intenzionati a tutelare i propri interessi geopolitici anche a scapito dei diritti della popolazione saharawi e che, contemporaneamente, ha visto il fallimento della diplomazia delle Nazioni Unite. 

Il Sahara Occidentale è un territorio dell’Africa nord-occidentale, ricco di risorse come i fosfati, politicamente considerato territorio non autonomo dalle Nazioni Unite. Oggi, esso continua ad essere oggetto di contesa tra il Marocco, che ne rivendica la sovranità, e il Fronte Polisario che persegue l’autodeterminazione del popolo saharawi. 

La recente escalation di violenza è la diretta manifestazione della volontà saharawi di riaffermare la propria soggettività politica a lungo soffocata dalla colonizzazione marocchina e, al tempo stesso, della sua insofferenza dinnanzi all’incapacità della comunità internazionale di imporre una soluzione in linea con il diritto internazionale. Dopo anni di promesse infrante e prospettive di dialogo disattese, la ripresa della lotta armata appare al Fronte Polisario come l’unico strumento per attirare nuovamente l’attenzione degli interlocutori internazionali sulle sue richieste legittime.    

Le rivendicazioni del popolo saharawi

I saharawi sono originariamente una popolazione nomade, nata dall’unione di popolazioni berbere e gruppi beduini di origine araba. La discriminazione subìta durante la dominazione spagnola ha contribuito significativamente alla nascita di una coscienza nazionale saharawi, caratterizzata da un marcato sentimento anti-colonialista e da aspirazioni indipendentistiche, che hanno ispirato il moto di ribellione contro ogni forma di colonialismo nel Sahara Occidentale, di cui il Fronte Polisario è portavoce. 

L’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione rappresenta per i saharawi il fine ultimo di ogni azione intrapresa. Inizialmente, le Nazioni Unite hanno fornito un appoggio importante per la realizzazione di questo diritto, creando la Missione delle Nazioni Unite per il referendum di autodeterminazione (MINURSO). La Missione aveva il compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e di organizzare il referendum con cui il popolo saharawi avrebbe scelto tra indipendenza e integrazione al Marocco. 

Il principale ostacolo incontrato nell’implementare il referendum è stato identificare il corpo elettorale, che di fatto ha affondato tutte le iniziative di dialogo tra le parti, le quali appaiono sempre più ancorate alle proprie soluzioni unilaterali piuttosto che al compromesso. 

Il Marocco, contrario a qualsiasi proposta di indipendenza, ha promosso un’iniziativa di autonomia, in virtù della quale si dovrebbe istituire un’amministrazione regionale locale (Regione Autonoma del Sahara, SAR) sotto la sovranità marocchina. Sostanzialmente, la SAR disporrebbe di propri organi esecutivi e legislativi; emanerebbe le proprie leggi che devono essere coerenti con la costituzione marocchina; regolerebbe questioni interne e i suoi residenti potrebbero eleggere i propri rappresentanti, fatta eccezione per il capo di governo scelto dal Re marocchino. Rabat manterrebbe il controllo sulle risorse naturali, le relazioni estere, la valuta e la sicurezza esterna e interna del Sahara Occidentale. Questo controllo territoriale è vitale, in quanto contribuisce alla costruzione dell’identità nazionale e della legittimità interna del Grande Marocco; inoltre lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio è una componente centrale dell’economia marocchina.

Il Fronte Polisario non è disposto a capitolare sulla conquista dell’indipendenza, quindi continua a fare pressioni affinché sia completato «il processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale attraverso l’espressione libera, genuina e democratica della volontà sovrana del popolo Saharawi nell’esercizio del suo inalienabile e non negoziabile diritto all’autodeterminazione». Contemporaneamente, il Fronte sarebbe disponibile a siglare con le autorità marocchine un accordo di cooperazione decennale per favorire l’interdipendenza economica, sociale e politica.  

La frustrazione dei saharawi, oggi, ha raggiunto il suo limite massimo, come dimostrato dalla ripresa delle ostilità accennate in precedenza. Il Fronte, pur essendo consapevole dell’asimmetria di potere con il Marocco, il quale può contare su un ampio appoggio internazionale e su un moderno equipaggiamento militare, considera il conflitto armato come l’unica strada attualmente percorribile affinché siano difesi i legittimi diritti del popolo saharawi, brutalmente negati negli anni. 

A tal proposito, molteplici sono le denunce delle violazioni sistematiche dei diritti umani subìte dai saharawi nel territorio sottoposto all’occupazione marocchina. Sia il report del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla situazione del Western Sahara del 2021 sia il World Report del 2022 di Human Rights Watch denunciano restrizioni indebite ai diritti di libertà di espressione, riunione pacifica e associazione; l’uso non necessario e sproporzionato della forza contro i manifestanti; perquisizioni domiciliari senza mandato; arresti e detenzioni arbitrarie; sorveglianza illegale; processi iniqui; intimidazioni e distruzione di proprietà; torture e maltrattamenti di manifestanti, giornalisti, avvocati, blogger e difensori dei diritti umani, come Sultana Khaya. Quest’ultima, nota attivista per il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, è attualmente in isolamento presso la sua abitazione e subisce quotidianamente violenze fisiche e psicologiche gravissime esclusivamente per aver manifestato pacificamente in favore del suo popolo. 

Gli equilibri della comunità internazionale 

La comunità internazionale riconosce formalmente il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, ma di fatto ne impedisce l’esercizio. Le Nazioni Unite, uno dei principali mediatori della questione, hanno visto i loro sforzi di pace vanificati dalla volontà di alcune potenze occidentali di prediligere il partenariato con il Marocco per ragioni economiche, strategiche e di sicurezza (controllo dell’immigrazione). Pertanto, il Consiglio di Sicurezza ha invitato le parti a ricercare «una soluzione politica giusta, duratura e reciprocamente accettabile, che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale», la quale dovrà basarsi su una negoziazione senza precondizioni, seria e credibile in linea con i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite.

Le alleanze internazionali delle parti in causa si fondano su equilibri asimmetrici, che forniscono al Polisario un ridotto potere rispetto al Marocco ai tavoli dei negoziati. Infatti, il popolo saharawi può contare principalmente sul sostegno dell’Unione Africana, che ha definito l’occupazione militare marocchina illegale e ha condannato le sue attività economiche nel territorio in quanto contrarie al diritto internazionale; e su quello dell’Algeria che fornisce armi, supporto logistico e vie di comunicazione, oltre ad ospitare i profughi nei suoi campi. Tuttavia, a causa di una grave crisi interna politica ed economica, il sostegno algerino alla causa saharawi sta scemando. 

Dal canto suo, il Marocco gode dell’appoggio di grandi potenze occidentali, come Francia e Stati Uniti. Per la prima, esso rappresenta un importante partner commerciale e un alleato indispensabile nell’Africa postcoloniale data la convergenza di interessi politici, economici e culturali. Per i secondi, l’alleanza politica e militare con il paese nordafricano risponde all’esigenza statunitense di condurre efficacemente la sua guerra al terrorismo islamico nella regione, tanto che il Marocco gode dello status di principale alleato non NATO. Inoltre, grazie al riconoscimento dell’amministrazione Trump della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, Rabat siede al tavolo delle trattative galvanizzata, in quanto certa che il suo piano di autonomia sia l’unica alternativa realmente discutibile nell’ambito dei negoziati con il Fronte Polisario.      

L’Unione Europea è tra gli attori internazionali quella che mantiene l’atteggiamento più ambiguo. Da un lato, essa è impegnata a fornire aiuti umanitari ai campi profughi dei saharawi, soprattutto a favore delle categorie più vulnerabili; dall’altro, beneficia delle redditizie opportunità economiche derivanti dal partenariato commerciale con il Marocco, nonostante quest’ultimo sia stato più volte oggetto di condanna da parte della Corte di Giustizia dell’UE[2]. In questo modo, l’UE sta riconoscendo de facto la sovranità marocchina sul territorio conteso. Infine, il paese nordafricano è un partner strategico per ridurre i flussi migratori verso l’Europa, quindi per le istituzioni europee è preferibile non inimicarselo, anche se a doverne pagare le conseguenze è un popolo spogliato di tutti i suoi diritti.  

Un possibile futuro

La strada verso la pace appare ancora tortuosa, tuttavia una terza via potrebbe essere percorribile. Sebbene non sia una pratica diffusa nel processo di decolonizzazione, la libera associazione potrebbe fungere da importante impulso per realizzare l’autodeterminazione dei saharawi. Secondo questo modello, si stipulerebbe un accordo di condivisione del potere sul Sahara Occidentale tra Marocco e uno Stato indipendente, ma con maggiori garanzie per i diritti saharawi, poiché la fonte di tale condivisione sarebbe la sovranità propria del popolo saharawi sul territorio conteso.  

Oggi, movimenti della società civile in difesa dei diritti saharawi sono in forte crescita e, grazie alla risonanza mediatica delle loro denunce, possono contribuire alla concreta affermazione dell’autodeterminazione.


[1] È stata proclamata dal Fronte Polisario in esilio in Algeria nel 1976 come reazione all’occupazione marocchina del Sahara Occidentale. La Repubblica, sebbene sia membro dell’Unione Africana e considerata dai saharawi come governo legittimo del territorio occupato a cui spetta la sovranità nazionale, non gode di un riconoscimento ampio nella comunità internazionale.  

[2] A tal proposito, si fa riferimento a due importanti sentenze emesse dalla Corte di Giustizia, le quali hanno condannato le attività economiche intraprese con il Marocco, soprattutto l’accordo sulla pesca, in quanto ad essere oggetto di sfruttamento sono le risorse appartenenti al popolo saharawi, i cui diritti sono lesi. Si vedano: Sentenza del 21 dicembre 2016, Consiglio/ Polisario, C-104/16 P e Sentenza del 27 febbraio 2018, causa C-266/16.  

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY