La controversa questione di Taiwan torna alla ribalta

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La visita a Taiwan della Speaker Pelosi ha fatto riemergere tutte le controversie e tensioni della questione, che paiono ad oggi irrisolvibili

La controversa visita della Speaker della Camera Nancy Pelosi a Taipei ha fatto riemergere tutta l’intensità di una situazione politica difficile e controversa. La Cina, che rivendica Taiwan come suo territorio, ha intensificato le tattiche di intimidazione dopo la visita di Pelosi. Sono state dichiarate delle zone di esclusione militare che si sovrappongono alle Zone Economiche Esclusive (ZEE) di Giappone e Filippine, insieme al lancio di missili balistici nella ZEE di Tokyo.

I Paesi del sud-est asiatico non possono ignorare i rischi di un eventuale conflitto tra le due sponde dello Stretto di Taiwan; tuttavia, non è stato raggiunto un accordo tra di loro su come mitigare le tensioni. La maggior parte di questi Stati è d’accordo sul fatto di rimanere in una posizione di neutralità, senza prendere nessuna delle due parti, soprattutto per timore di inimicarsi una grande potenza mondiale come la Cina.

Alla luce dei recenti eventi, è utile in questa sede ricostruire brevemente il contesto storico della questione di Taiwan. Nota come Repubblica di Cina (RdC), Taiwan è un’isola separata dalla Cina dallo Stretto di Taiwan. Dal 1949 è governata in maniera indipendente, e la Cina continentale, ufficialmente nota come Repubblica Popolare Cinese (RPC), considera l’isola come una sua provincia che vorrebbe “unificare” con la Cina continentale. Difatti, Taiwan ha un proprio governo democraticamente eletto, e i suoi leader politici sono divisi sullo status dell’isola e su che tipo di relazioni mantenere con Pechino.

Le tensioni tra Taipei e Pechino si sono particolarmente acuite dopo l’elezione della Presidente taiwanese Tsai Ing-wen nel 2016, poiché si è rifiutata di appoggiare la politica del suo predecessore Ma Ying-jeou di mantenimento di legami con l’altra sponda dello Stretto. Pechino ha risposto in maniera sempre più aggressiva, continuando a portare avanti la narrativa per la quale esiste una sola “Cina” di cui Taiwan ne fa parte, e che l’unico governo legittimo cinese è quello di Pechino. Questa narrativa fa leva su un’intesa nota come Consenso del 1992, un accordo raggiunto tra i rappresentanti del Partito Comunista Cinese (PCC) e del partito Kuomintang (KMT) che all’epoca governava Taipei. L’accordo afferma che c’è una sola Cina, ma le due parti lo interpretano in maniera differente.

Il processo che ha portato al raggiungimento di questa intesa parte dal riconoscimento reciproco che le relazioni tra le due sponde dello Stretto di Taiwan erano incastrate in un conflitto irrisolvibile, che dal 1958 erano in una fase di stallo. Quando i rappresentanti delle due parti si sono incontrate a Hong Kong nel 1992, entrambe erano però anche convinte di essere i legittimi governanti della “Cina”. Ancora oggi le posizioni sono le medesime, da una parte Xi Jinping dichiara che l’accordo afferma che esiste una sola “Cina”, governata da Pechino, e che le due parti si dovrebbero impegnare per la riunificazione nazionale; per il KMT l’interpretazione è che l’unica Cina sia quella governata da Taipei.

La costituzione elaborata dal KMT riconosce infatti che la Cina, Mongolia, Taiwan, Tibet e Mar Cinese Meridionale fanno parte della RdC. Quando Tsai Ing-wen sale al potere nel 2016 con il Partito Democratico Progressista – rivale del KMT – ha rifiutato esplicitamente il Consenso del 1992 e ha cercato di trovare una versione più accettabile per Pechino. Tsai si è impegnata nel salvaguardare la sovranità e il territorio della RdC, e di condurre gli affari con Pechino in conformità con la Costituzione della RdC.

Di tutta risposta, Pechino ha interrotto i contatti ufficiali con Taiwan, e nel 2019 Xi Jinping ha proposto di applicare lo stesso regime concesso a Hong Kong, ovvero la possibilità di mantenere un proprio sistema politico ed economico ma incorporando Taiwan alla Cina continentale. Questa proposta è però altamente impopolare tra l’opinione pubblica taiwanese. 

Da un punto di vista internazionale, le relazioni conflittuali tra RdC e RPC causano problematiche per la prima, che si vede esclusa dalla partecipazione alle Nazioni Unite, a causa del rifiuto di Pechino. Taiwan, sostenuta dagli Stati Uniti, spinge per partecipare sia alle Nazioni Unite che in altre organizzazioni internazionali da cui viene esclusa. Durante la pandemia da Covid-19, Taipei ha duramente criticato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per aver ceduto alle richieste di Pechino impedendogli di partecipare come osservatore, nonostante rappresentasse uno dei Paesi al mondo che aveva meglio gestito la pandemia nei suoi primi due anni.

Ad oggi Taiwan ha lo status di membro in più di quaranta organizzazioni, tuttavia la maggior parte delle quali sono regionali, come la Asian Development Bank (ADB) e l’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC). Inoltre, sono pochi i Paesi che mantengono legami diplomatici ufficiali con Taiwan, poiché risulta difficile mantenere contemporaneamente legami formali con Pechino e Taipei. 

Gli Stati Uniti negli anni hanno tentato di mantenere un equilibrio strategico tra le due parti dello Stretto, con una politica considerata ambigua, poiché da una parte sono stati instaurati dei rapporti diplomatici ufficiali con la RPC e dall’altra vengono mantenuti dei rapporti informali e di supporto nei confronti della RdC. L’amministrazione Biden ha apparentemente adottata una posizione più decisa, con dichiarazioni sul fatto che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a difesa di Taiwan in caso di attacco da parte della Cina. Sulla scia dell’amministrazione Trump, anche con Biden sono continuate le vendite di armi a Taipei.

Non solo, Biden è stato il primo Presidente degli Stati Uniti ad invitare dei rappresentanti taiwanesi all’inaugurazione dell’inizio del suo mandato, ha permesso agli USA di partecipare a esercitazioni militari e dialoghi con Taiwan, li ha incoraggiati ad aumentare la loro spesa in termini di difesa, e per affermare la presenza militare nella regione navi americane navigano regolarmente attraverso lo Stretto di Taiwan. Arrivando alla visita di Pelosi, la reazione di Pechino è stata dura nelle dichiarazioni di condanna e nella risposta: sono state condotte esercitazioni militari intorno all’isola ed è stato imposto un divieto di importazioni di alcuni prodotti alimentari da Taipei.

La ritorsione di Pechino è stata ampia, arrivando ad oltrepassare con jet e navi militari la linea mediana tra Cina e Taiwan. Le esercitazioni di Pechino non erano state pensate per mettere realmente a rischio l’isola, quanto piuttosto per mandare degli avvertimenti. Militarmente, queste esercitazioni costituiscono comunque il momento di massima tensione dalla Terza crisi dello Stretto del 1995-1996, quando la Cina lanciò diversi missili a nord dell’isola. Le ritorsioni cinese stanno colpendo anche gli USA, partendo dalla dichiarazione del portavoce del Ministro per gli Affari Esteri cinese sulla volontà di sanzionare Pelosi e la sua famiglia per interferenze negli affari interni cinesi.

Non solo, sono state emanate anche otto contromisure che includono la cancellazione di incontri di lavoro tra i dipartimenti della Difesa cinese e statunitense, e la sospensione della cooperazione Cina-Usa in materia di immigrati illegali, controllo delle droghe e cambiamento climatico.

La questione di Taiwan non è solo uno scontro geopolitico, militare, economico e sociale, ma si tratta anche uno scontro ideologico e di principi. Anche in questo contesto, torna sempre la narrativa di Washington di voler difendere e preservare la democrazia contro i regimi autoritari in ogni parte del mondo. Questa posizione si scontra con la visione geopolitica cinese che è diametralmente opposta, poiché dà priorità alla sovranità territoriale e agli interessi nazionali. Pechino sostiene che la posizione americana sia pura retorica, che la loro difesa di Taiwan sia in realtà strumentale per il contenimento della Cina, e quindi il fine ultimo di Washington sia di perseguire gli interessi nazionali statunitensi.

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