La battaglia ideologica e geopolitica degli Stati Uniti sulle violazioni dei diritti umani nel Xinjiang

17 mins read
Fonte Immagine: foreignpolicy.com

Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR) sulla situazione dei diritti umani nel Xinjiang la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) potrebbe aver commesso “crimini contro l’umanità” (torture, violenze sessuali e di genere e politiche di pianificazione familiare e controllo delle nascite) nell’ambito di quelle che Pechino definisce operazioni antiterrorismo e antiestremismo con cui legittima la “sinizzazione” delle minoranze etniche e religiose.

La Cina ha costantemente cercato di ostacolare le indagini dell’OHCHR e ne ha denunciato il rapporto come un atto “illegale e nullo” frutto di “diffamazione e calunnia”, un’indebita interferenza in ciò che considera affari interni orchestrata dagli “Stati Uniti, dai paesi occidentali e dalle forze anti-cinesi” che intendono “utilizzare i diritti umani come strumento politico”. Nonostante la prudenza dell’organismo onusiano che non ha mosso accuse di genocidio alla Rpc, a differenza di quanto fatto dalle ultime due amministrazioni statunitensi.

Il rapporto dell’OHCHR è l’ultimo di una serie di atti di accusa mossi a Pechino sia da attori statali come gli Stati Uniti e la Turchia[1] sia da attori non governativi (ong, media) per denunciare le pratiche di maltrattamento, discriminazione e detenzione arbitraria di uiguri e altre minoranze di etnia turcomanna (kazaki, kirghisi, dongxiangbonan, tagiki, uzbeki, tartari e salar) o cinese (hui)  nella regione nord-occidentale del Xinjiang. Secondo diversi rapporti e indagini basati su testimonianze e immagini satellitari, nel Turkestan orientale sarebbero internati tra 1 e 2 milioni di persone in veri e propri centri di detenzione protetti da barriere in cemento, torri di avvistamento e filo spinato e prosaicamente definiti dal governo centrale pechinese come “campi di rieducazione professionale, di lavoro e di studio”. La loro funzione è in realtà quella di consentire l’indottrinamento ai precetti del Partito Comunista Cinese (Pcc) e l’assimilazione forzata di queste minoranze etniche e religiose all’identità dominante degli han (92% della popolazione), invitati dal governo centrale a trasferirsi nella “Nuova Frontiera” per annacquare le specificità culturali locali.

I cosiddetti regolamenti di “de-estremizzazione” emanati nel 2017 dal governo regionale del Xinjiang perseguono i tratti tipici della cultura islamica considerati “devianti” ed “anormali” come l’“indossare o costringere gli altri a indossare abiti con copertura per il viso o portare simboli di estremizzazione” e il “diffondere il fanatismo religioso attraverso barbe irregolari”. Le autorità di sicurezza cinesi praticano la sistematica cancellazione della cultura e della pratica islamica (alimentazione forzata con carne di maiale, divieto di adozione di nomi musulmani e per gli uomini di portare la barba lunga, stupri di massa e sterilizzazione forzata) e hanno trasformato il Xinjiang nella loro palestra ditecno-sorveglianza di massa.

Grazie a strumenti di machine learning, intelligenza artificiale (AI), monitoraggio delle comunicazioni e scansione dell’iride, a software di riconoscimento facciale e vocale e attraverso una miriade di telecamere di videosorveglianza ed apposite app lo Stato di polizia cinese raccoglie i big data (nomi e cognomi, geolocalizzazione, sesso, etnia, numeri di telefono, email, messaggistica istantanea, cronologie internet, ecc.) di milioni di persone. Con un doppio fine. Primo, corroborare la stabilità e il potere del Partito-Stato magnificandone le capacità di controllo della popolazione (han compresi) e di prevenzione antiterrorismo (identificazione di individui potenzialmente suscettibili alla radicalizzazione jihadista). Secondo, affinare lo sviluppo degli algoritmi di AI e delle tecnologie computazionali il cui addestramento viene massimizzato dalla disponibilità di una enorme quantità di dati.

L’offensiva statunitense

Storica zona cuscinetto e terra di confine tra il mondo sinico e quello turcofono (da qui il toponimo Turkestan orientale), il Xinjiang confina geograficamente e culturalmente con le tre repubbliche turciche ex-sovietiche di Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan, fu annesso per la prima volta dall’impero Qing intorno alla metà del XVIII secolo e oggi rappresenta il principale snodo di partenza dei corridoi terresti delle nuove vie della seta in direzione Europa, Medio Oriente e Asia meridionale (mappa). La sua valenza geopolitica non è solo strategica ma anche economica. Il Xinjiang è bacino di oltre l’80% della produzione totale di cotone e dei tre quarti delle riserve naturali di minerali (come il carbone) della Rpc ed è uno dei suoi principali hub di fabbricazione di pannelli solari, settore in cui la Cina è avanguardia mondiale.

Consapevole della rilevanza strategica della campagna di assimilazione perseguita dal Pcc, negli ultimi anni Washington ha mosso una vocale controffensiva mediatico-diplomatica imbracciando il vessillo dei diritti umani calpestati dal Pcc. Sul piano tattico, l’obiettivo è colpire il già fragile soft power sinico, macchiare l’immagine internazionale della Cina agli occhi degli alleati occidentali, particolarmente attenti ai diritti umani – categoria politica inventata dalla Francia rivoluzionaria e successivamente adottata ed esportata nell’ecumene dalla cultura anglo-americana – ed invitati dalla superpotenza a “difendere la democrazia, combattere in suo nome, rafforzarla, rinnovarla” e più pragmaticamente ad isolare la Cina nelle catene del valore “critiche”.

In dimensione strategica Washington intende sfruttare l’irredentismo uiguro per fiaccare la Rpc e ampliarne le faglie etniche, economiche e geopolitiche per distrarla dalla proiezione sui mari. Con il sogno di un remake del 1864, quando gli uiguri guidati da Yakub Beg e sostenuti da russi ed inglesi si rivoltarono contro i sovrani Qing proclamandosi indipendenti – la rivolta uigura venne repressa dalle truppe imperiali nel 1877.

Immagine che contiene mappa

Descrizione generata automaticamente

Fonte: csis.org

Al grado operativo, nonostante la miriade di analisi, paper e articoli che denunciano l’impreparazione degli Usa nella competizione con Russia e Cina nella “zona grigia”, al di sotto del livello cinetico, Washington ha ricorso e ricorre all’ampiezza e alla profondità delle inarrivabili leve di guerra economica, politica e informativa e al sistema di alleanze di cui dispone per indebolire la reputazione della Cina.

Nel 2020 il Congresso, motore ideologico dell’offensiva statunitense contro la Cina, ha varato con votazioni bipartisan lo Uyghur Human Rights Policy Act ai sensi del quale la Casa Bianca ha applicato sanzioni (divieto di ingresso negli Usa e congelamento di beni e asset finanziari per i soggetti colpiti e per le loro famiglie) a funzionari del Pcc accusati di essere implicati nelle pratiche di repressione e assimilazione coattiva.

Il Dipartimento di Stato ha rimosso il Movimento per l’indipendenza del Turkestan orientale (Etim)[2] dalla lista delle organizzazioni terroristiche, con ciò legittimandone l’attività destabilizzante, spina nel fianco alla sicurezza e alla stabilità domestica del rivale. Guidato da Abdul Haq, l’Etim è accusato da Pechino di compiere attività terroristiche a scopo di separatismo ed in particolare di essersi reso autore degli attacchi che colpirono Urumqi, Pechino, Kunming e Guangzhou tra il 2013 e il 2014, cui il Pcc rispose con una violenta campagna repressiva lanciata dopo l’adozione della legge antiterrorismo nel 2015[3].

Il Bureau of Industry and Security del Dipartimento di Commercio ha inserito alcuni dei principali “campioni nazionali” della tecno-sorveglianza cinese come HikvisionSenseTime, Megvii, Yitu e iFlytek nella list of entities delle società cui è vietato fornire, in assenza di apposita licenza governativa, tecnologie con hardware o software made in Usa, esplicitando l’intreccio tra diritti umani, guerra tecnologica, fronte ambientale e dominio securitario-militare. Lesanzioni Usa non hanno risparmiato neppure l’Accademia delle Scienze Mediche Militari e undici centri di ricerca accusati di collaborare con l’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) nella repressione degli uiguri tramite la fornitura di tecnologie biomediche ad uso militare, comprese strumenti per il controllo del cervello umano. 

L’amministrazione Biden ha poi inserito nella black list del Commercio ulteriori aziende cinesi tra cui Hosine Silicon Industry Company che produce silicio, essenziale alla costruzione di pannelli solari. Gli Usa intendono colpire la catena di approvvigionamento delle rinnovabili cinesi in vista della sfrenata competizione industriale in questo settore e trascinare dietro di sé gli alleati nel lento processo di decoupling anche in altri settori tecnologici “critici”. Quest’ultima spinta spiega leggi come lo Uyghur Forced Labor Prevention Act (UFLPA), approvato lo scorso giugno dal Congresso. La legge vieta tutte le importazioni di beni prodotti nel Xinjiang con il ricorso al lavoro forzato e impone alle aziende che vi operino l’onere di provare che la loro catena di approvvigionamento sia immune dal ricorso a forme di coercizione lavorativa.

La legge ha trovato l’opposizione di multinazionali come Nike e CocaCola, restie a piegarsi ai superiori interessi tattici della superpotenza, costretta a ricorrere ad opere di moral suasion. Il Dipartimento del Lavoro ha dovuto emettere un apposito brief per avvertire le business communities occidentali, che nei decenni di impernate globalizzazione hanno beneficiato di investimenti ad alto valore aggiunto e di bassi costi di produzione esternalizzata all’estero (prevalentemente in Cina), del pericolo di andare incontro a danni reputazionali ed economici in caso mantenimento delle loro catene di approvvigionamento in Xinjiang in violazione dello UFLPA

Le pressioni washingtoniane hanno avuto i primi effetti. Le due principali aziende di abbigliamento giapponesi, World e Mizuno, hanno deciso che non continueranno ad acquistare il cotone del Xinjiang sollevando il tema della violazione dei diritti umani degli uiguri. Intel ha chiesto ai propri fornitori di non rifornirsi in Xinjiang per non incappare nelle sanzioni e una coalizione di fondi d’investimento americani ha invitato marchi come la svedese H&M, la spagnola Zara e la tedesca Hugo Boss ad uscire dal mercato cinese e a diversificare i loro mercati di manodopera, cogliendo la palla al balzo dopo le campagne di boicottaggio condotte sui social media dai nazionalisti cinesi contro queste e altre multinazionali come i colossi dell’abbigliamento NikeBurberry e Adidas che avevano espresso “preoccupazioni” sul trattamento degli uiguri.

Scontro di civiltà

Sventolando il vessillo dei diritti umani Washington intende attirare verso sé un’ampia coalizione anti-cinese. Attingendo alla propria missione imperiale della “responsabilità di proteggere” i diritti umani gli Usa intendono allargare le faglie antropologiche, identitarie, religiose, culturali, linguistiche e geopolitiche interne all’Impero del Centro per destabilizzarne la tenuta politica e sociale e disturbarne la proiezione geopolitica all’estero.

Ma tale vettore narrativo, perno della politica estera bideniana basata sui valori e costruita intorno alla dualità democrazia-autocrazia, non cambierà la traiettoria geopolitica della Cina e potrebbe in parte rivelarsi un boomerang, visto il claudicante stato di salute della democrazia americana, afflitta da profonde divisioni interne, e lo scarso appeal presso altre civiltà della promozione universale dei valori occidentali, considerati come una forma indiretta di (neo)colonialismo che potrebbe alienare paesi strategicamente vitali come le Filippine, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Vietnam e l’Indonesia.


[1] Ankara si considera paladina del mondo turco e utilizza la questione uigura come randello tattico da usare o da accantonare a seconda delle fasi conflittuali o cooperative con Pechino (e con Washington, per ottenerne contropartite). Una leva diplomatica cui la Turchia ricorre occasionalmente, come nel caso della votazione dello scorso ottobre a favore della dichiarazione di condanna onusiana sul trattamento degli uiguri da parte della Cina, accusata esplicitamente da Ankara di praticare tortura e trattamenti inumani e di violare i diritti della minoranza turcica, ospitata in Anatolia in migliaia di unità.

[2] Secondo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu il gruppo collabora attivamente con altre organizzazioni terroristiche operative in Afghanistan come al Qaeda nel subcontinente indiano, Jamaat Ansarullah e Jamaat al-Tawhid Wal-Jihad.

[3] Questa legge adotta un’ampia definizione di terrorismo, inteso come qualsiasi “attività che, mediante violenza, sabotaggio o minaccia, mira a creare panico sociale, a minare la sicurezza pubblica, a violare i diritti personali e di proprietà o a coartare un organo statale o un’organizzazione internazionale, al fine di raggiungere obiettivi politici, ideologici o altri obiettivi

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

Latest from Senza categoria