Russia e Turchia: alleanze eurasiatiche

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Il 6 agosto scorso il presidente russo Vladimir Putin si è incontrato con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan a Sochi, sulla costa russa del Mar Nero, per rafforzare la cooperazione economica ed energetica fra i due paesi eurasiatici. Al centro della trattativa la richiesta russa di cooperazione per la costruzione di droni e quella turca di un via libera per nuove operazioni militari contro i curdi nel nord della Siria. L’incontro è simbolicamente avvenuto nella stessa settimana in cui la prima (di 4) navi carica di grano ha lasciato il porto di Odessa in seguito ad un accordo russo-ucraino sostenuto proprio da Erdogan.

Quello di Sochi, del 6 agosto scorso, è stato il secondo incontro fra Putin ed Erdogan dall’inizio della guerra russo-ucraina. Il 19 luglio, infatti, a Teheran si è svolto il primo meeting insieme al presidente iraniano Ebrahim Raisi. Il summit è stato fondamentale soprattutto per Putin sotto più punti di vista, primo fra tutti quello diplomatico di rinsaldare le alleanze mediorientali (infatti è avvenuto a pochi giorni di distanza dal viaggio del presidente americano Joe Biden in Israele e Arabia Saudita).

Ma il punto nodale era l’urgente questione del grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero, che ha messo a dura prova le già instabili situazioni alimentari di paesi che dipendono in larga misura da quegli approvvigionamenti per la propria sussistenza, come il Libano (importatore di grano per l’80%), la Somalia, la Libia e la Siria.

L’incontro fra i 3 presidenti ha inoltre avuto la valenza di rinsaldare una linea comune sul piano militare poiché l’Iran, secondo fonti dell’intelligence Usa, starebbe pianificando di rifornire la Russia di droni da utilizzare contro l’Ucraina. Sempre sullo stesso fronte si è toccata la fondamentale annosa questione della guerra in Siria, che da oltre 11 anni vede contrapposti Mosca e Teheran, che appoggiano il governo di Bashar Al-Assad, ad Ankara che invece sostiene i gruppi di milizie ribelli e vorrebbe creare una zona cuscinetto in corrispondenza del confine turco-siriano, per evitare gli attacchi di gruppi considerati terroristici, come il PKK o l’YPG. Ma su quest’ultimo punto Erdogan non è ancora riuscito ad ottenere carta bianca. 

Sin dall’inizio della crisi russo-ucraina, la Turchia ha tentato di aumentare il proprio potere negoziale, proponendosi a più riprese come paese leader ideale per la conduzione di potenziali trattati di pace fra i due paesi.  Alleato Nato, impegnato in diverse questioni con l’Unione Europea, come quella cruciale sui migranti, la Turchia condivide con la Russia non solo la sua storica natura eurasiatica che le ha portate ad essere spesso rivali, ma soprattutto relazioni sul piano economico-commerciale che le ha invece viste sempre più vicine.

La Russia, infatti, è il primo fornitore di gas della Turchia, con il 33% (era il 60% fino al 2011, prima dell’arrivo del gas naturale dall’Azerbajgian). Inoltre il governo di Mosca è giunto in soccorso, dopo quello di Riyad, della crisi economica in cui versa la Turchia, la cui inflazione è giunta ormai al 80 % (con il costo della lira turca sceso all’1%), concedendogli di pagare il gas in rubli e permettendogli di bonificare, così, circa 6 miliardi di dollari, oltre ad investimenti in lira turca. La cooperazione Mosca-Ankara è  attualmente attiva anche nell’ambito del nucleare, con la società russa Rosatom che si è impegnata al 51% nella costruzione di una centrale turca ad Akkuyu, nell’Anatolia meridionale entro la fine di quest’anno. 

Va aggiunto che la Turchia risulta essere l’unico paese Nato ad avere acquistato il sistema missilistico russo S-400 (pagato in rubli) e l’unico paese dell’Alleanza Atlantica a non aver adottato le sanzioni occidentali nei confronti di Mosca, nonostante abbia fornito a Kiev i droni per contrastare le forze russe. E’ anche uno dei pochi paesi Nato a non aver chiuso il suo spazio aereo agli aerei russi e ad essersi astenuta dal voto per sospendere la Russia dal Consiglio d’Europa il 25 febbraio.

Ma Erdogan intrattiene al tempo stesso fiorenti rapporti anche con l’Ucraina, che rappresenta un importante e strategico ostacolo della potenza russa nel Mar Nero. Le relazioni commerciali con il governo di Kiev si sono intensificate proprio dal 2014, dopo l’annessione mai riconosciuta della Crimea da parte di Mosca. Il volume di affari fra i due paesi si è attestato sui 7,4 miliardi di dollari nel 2021 e, in un incontro avvenuto proprio a febbraio tra Erdogan e Zelensky per la firma dell’accordo sul libero scambio, si è espresso l’impegno a portarlo a 10 miliardi.

La politica condotta da Ankara dall’inizio del conflitto è, dunque, al pari di quella di Xi Jinping, improntata al balancing of power. Ma l’interesse che sottende a tale politica non è prettamente economico bensì largamente geopolitico. Sin dall’inizio del conflitto, infatti, Erdogan ha operato in modo da far pesare sempre più il ruolo della Turchia nello scacchiere internazionale. A cominciare dai negoziati di Istanbul di fine marzo che, anche se non hanno prodotto esiti positivi dal punto di vista del conflitto in sé, hanno segnato il primo passo verso una rivisitazione del peso internazionale del governo turco.

Dello stesso segno è stata la minaccia di porre il veto sull’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato, salutata con positività dopo aver ottenuto dai due paesi nordici piena collaborazione nelle sue politiche anti-curde ed in particolare l’impegno ad estradare 33 curdi residenti in Svezia e 12 in Finlandia, considerati da Ankara membri del PKK e del gruppo FETO (movimento organizzato da Fethullah Gülen, ex alleato del premier turco e ora considerato dissidente). Decisione, questa, che ha sollevato forte indignazione nell’opinione pubblica poiché sin dagli anni ’70 Svezia e Finlandia hanno avviato politiche di inclusione proprio della minoranza curda in fuga dai territori in guerra (nel parlamento svedese sono perfino stati eletti 6 deputati curdi). 

Gli incontri fra i negoziatori di Russia e Ucraina, avvenuti ad aprile ad Istanbul furono offuscati dalle orribili immagini degli avvenimenti di Bucha, che hanno scosso la sensibilità dell’intera comunità internazionale. Ma il governo di Ankara non ha desistito nel tentativo di proporsi come unico mediatore ideale, astenendosi da qualsiasi condanna chiara e diretta nei confronti di Mosca. Dopo aver ribadito di essere dalla parte dell’Ucraina e della sua integrità territoriale, Erdogan ha formalmente definito la crisi come una vera e propria guerra, in modo da poter applicare la Convenzione di Montreaux, che dal 1936 regolamenta il traffico sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. 

Tale Convenzione ribadisce che gli stretti non possono essere attraversati da navi di stati belligeranti in tempo di guerra, se non per far ritorno alle basi nel Mar Nero. In questo modo Erdogan è riuscito ulteriormente nel suo intento geopolitico di accentuare e far sentire il peso internazionale della Turchia, unica potenza egemone nell’area, poiché oltre alle navi russe hanno subìto il veto di transito anche quelle ucraine e della Nato. 

Il rafforzamento dell’asse Russia – Turchia, nonostante non avrà vita facile considerando le mire espansionistiche turche nel Caucaso meridionale, nei Balcani e in Asia centrale, è sicuramente un tema che sta occupando le agende delle potenze occidentali e va tenuto sempre più sotto controllo, soprattutto se si considera la crescente crisi energetica causata dalla guerra russo-ucraina, che ha avuto tra le altre conseguenze la chiusura dei rubinetti del gas verso l’Occidente.

Anche in questo caso la Turchia potrebbe far pesare il suo ruolo a livello internazionale, sia verso Occidente che verso Oriente, grazie alla sua vicinanza all’Azerbajgian e a finanziamenti in progetti di oleodotti come il Tapi, che dovrebbero veicolare il gas naturale proveniente dal mar Caspio verso l’Asia centrale. E’, inoltre, di non poca rilevanza il nuovo giacimento appena scoperto (l’annuncio è del 22 agosto) da Eni e Totál al largo dell’isola di Cipro, sul quale la Turchia potrebbe allungare le proprie mire espansionistiche (la parte nord-est dell’isola è sotto il controllo turco così come le sue acque). 

Gli equilibri geopolitici globali sono in profondo cambiamento e la guida di tale cambiamento non è più occidentale. Nel medio-lungo periodo potremmo assistere all’inverarsi della previsione formulata nel lontano 1904 dal geografo britannico Harolf McKinder, che postulava che chi controllava l’Europa dell’Est avrebbe controllato l’Isola Mondo (l’Eurasia e Africa) e dunque il mondo intero.

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