Serbia-Kosovo: tensioni che non sorprendono ma da non sottovalutare

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Fonte immagine: AFP

Nella storia contemporanea la penisola meridionale dell’Europa, i Balcani, hanno rappresentato con una certa continuità un elemento di apparentemente assopita tensione, pronta però ad infiammarsi.

 Diversi attori si sono passati il ruolo di moderatore della regione per evitare che la polveriera saltasse per davvero in aria; perché si sa che il rischio e o che un fatale contagio dell’esplosione, o un’incontrollata implosione. La Repubblica del Kosovo nacque proprio da quest’ultima, durante il conflitto a fine del secolo scorso, 1998-1999, in quel decennio segnato e per questo ora dal ricordo indissolubile alle cosiddette “guerre Jugoslave”.

In quella decade che ancora oggi sfugge ai più cosa sia effettivamente successo sull’altra sponda dell’Adriatico mentre dalla nostra si ballava in spiaggia, o che, invece, ai meno che sono riusciti a capire risulta difficile credervi, la guerra infiammava la terra e le persone. L’escalation del 1998 vide inizialmente da un lato l’esercito jugoslavo controllato dai serbi e i ribelli kosovari albanesi che combattevano in difesa delle istanze autonomiste negate loro dal Presidente serbo Slobodan Milosevic.

Dopo una serie di tentativi di soluzione multilaterali su più piani e Organizzazioni, in ultimo gli accordi di Rambouillet, ma che la Serbia, tuttavia, non accettò, la NATO decise di intervenire. Si deve cogliere fin da questo punto i connotati politici della vicenda: fu l’Alleanza Atlantica e non l’ONU ad intervenire perché il Consiglio di Sicurezza non avrebbe mai potuto deliberare una simile azione essendo tanto la Federazione Russa quanto la Cina contrarie. È bene ricordarsi questi fatti perché sono radici di fratture che risalgono fino ai nostri giorni, basta saperle riconoscere.

Sulla legittimità o meno dell’intervento, e sull’intervento in sé della NATO al di fuori dei “suoi confini” se ne potrebbe discorrere a lungo, ma non è questa la sede. Per concludere quindi l’excursus storico il bombardamento della NATO su Belgrado e la Serbia—nota interessante: con la concessione del Governo di sinistra di Massimo D’Alema (ex comunista) alla NATO dello spazio aereo italiano e delle basi di Aviano e del Nord Italia—la guerra si conclude rapidamente.

Dopo dieci anni Pristina arriva a dichiarare l’indipendenza della Repubblica kosovara dalla Serbia: otterrà il riconoscimento da 113 (oggi 98) Stati su 193, con l’esclusione della stessa Belgrado e, non casualmente, Federazione Russa e Cina. La prima per diversi motivi: storico, etnico e religioso; Mosca da sempre tenta di assurgere al ruolo di protettrice degli slavi-ortodossi. La seconda invece deve essere inquadrata nell’ottica di Taiwan: come potrebbe Pechino non sostenere le istanze di una nazione che cerca di impedire il distaccamento di una propria parte, per di più quando dall’altra parte ci sono sempre loro, gli Stati Uniti d’America?

La popolazione della neo Repubblica è di poco meno di due milioni di abitanti in cui però rimane una notevole minoranza serba (circa 100 mila persone), insediate per lo più nella parte settentrionale del Paese, a confine con la Serbia. 

A inizio agosto scorso la tensione era iniziata a salire di nuovo dopo la decisione del governo di Pristina di non validare più i documenti d’identità e le targhe dei veicoli serbi sul territorio kosovaro. La risposta della componente serba della popolazione era stato il blocco dei principali collegamenti di confine tra Serbia e Kosovo con le proprie vetture, automobili e camion. A seguito di ciò però la situazione aveva iniziato a diventare tesa tanto nei toni delle dichiarazioni quanto nei fatti, con episodi di scontri e spari della polizia di confine.

La scelta di Pristina allora era stata quella di temporeggiare e rinviare di un mese l’entrata in vigore della disposizione. Nel frattempo le due parti hanno iniziato a dialogare direttamente con le figure del Presidente della Serbia Aleksandr Vucic e il Primo Ministro kosovaro Albin Kurti. Sabato 27 agosto scorso, infine, Josep Borrell, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, arriva a comunicare il raggiungimento di un accordo tra i due Stati: Belgrado accetta di abolire i documenti di entrata e di uscita necessari ai Kosovari; Pristina, a sua volta, accetta di non introdurre simili misure per i Serbi. 

Cosa c’entra in tutto questo Borrell? Ebbene l’Unione Europea ha svolto e svolge un ruolo di influenza non trascurabile su entrambi i Paesi, ambedue aspiranti un giorno a poter partecipare ai lavori di Bruxelles come membri. L’UE ha saputo muoversi in caso di necessità perché consapevole dei rischi però che una crisi sul suo fronte Meridionale, oltre la guerra in Ucraina su quello Orientale, sarebbe un’eventualità poco auspicabile sotto ogni punto di vista. Nello stesso videomessaggio Borrel asserisce: «In time of war in Ukraine with all the challenges we have been facing, We, Europe, we don’t need any more problems, we don’t need more tensions: we need solutions».

Lo stesso Alto Rappresentante, per chiudere, però, riconosce che ci sono ancora alcuni problemi in gioco che richiedono l’impegno di entrambi i leadear di Serbia e Kosovo per essere risolti e che andranno risolti nel prossimo futuro. Con la guerra che infiamma ad Est e un’Unione Europea che subisce sempre più i contraccolpi economici e non solo, le parole di Josep Borrell fanno capire bene come sia un momento delicato e come ci sia il bisogno di prestare bene attenzione ad eventuali altri punti di rottura che si possono creare. 

L’Europa non ha bisogno di altri problemi e di tensioni. L’Europa ha bisogno di soluzioni. We need solutions.

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