Afghanistan: sicurezza e governance talebana un anno dopo, tra sfide attuali e scenari futuri

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Fonte immagine: Reuters

Il ritorno al potere dei talebani ha segnato un passo indietro lungo almeno 20 anni per la popolazione afghana e per l’economia del paese. Ma tale peggioramento è valido anche per la dimensione securitaria del paese? La governance talebana sta riuscendo ad assicurare un certo grado di sicurezza al proprio popolo, ora che gli studenti del Corano sono i principali (ed unici) security provider dei cittadini afghani?

Il 15 agosto 2021 i talebani (ri)prendevano il controllo di Kabul, capitale dell’Afghanistan, e due settimane più tardi le forze americane stanziate sul territorio abbandonavano definitivamente il paese simbolo della war on terror avviata all’indomani dell’attacco alle torri gemelle. Il ritiro del 31 agosto ha segnato dunque la fine del lunghissimo impegno a stelle e strisce nel paese (e in parte nella regione) e anche uno dei più grandi fallimenti a livello militare, politico e di intelligence mai registrato dagli Stati Uniti.

Il paese è stato lasciato in mano ai talebani che hanno subito rovesciato il governo in carica e instaurato il loro regime, cancellando così 20 anni di relativi progressi in Afghanistan dal punto di vista sociale e dei diritti umani; uno dei punti più drammatici ha riguardato la condizione delle donne nel paese, che si sono viste tolte tutte quelle conquiste ottenute duramente nel corso degli ultimi decenni.

Un altro aspetto che ha caratterizzato il ritorno al potere degli studenti del corano è stata la realizzazione di vere e proprie purghe nei confronti di uomini afghani che avevano collaborato con gli americani e con il governo appoggiato da Washington: questi ultimi sono stati rintracciati e imprigionati e della grande maggioranza non si sono avute più notizie. 

Per quanto tutte queste notizie abbiano suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale solamente un anno fa, l’Afghanistan e la questione talebana sembrano aver abbandonato ormai le prime pagine dei giornali e l’interesse generale. Come è sempre accaduto, il mondo va avanti e la frenesia che caratterizza le relazioni internazionali fa sì che vi siano sempre nuovi scenari critici al centro delle questioni globali. Nonostante ciò l’Afghanistan rimane un teatro di primaria rilevanza internazionale sotto numerosi punti di vista quali le condizioni del popolo afghano sotto il nuovo regime, i mutati equilibri che si sono creati nella regione a seguito del ritiro USA e l’efficacia della governance talebana nel paese.

Proprio quest’ultima questione si pone al centro della presente analisi: a un anno dalla presa del potere e dalla conquista di Kabul, i talebani sono riusciti a estendere il controllo su tutto il territorio afghano? Il loro modello di governance risulta, al momento, affidabile e sostenibile nel lungo periodo? Quali sono le principali sfide che gli studenti coranici devono affrontare per mantenere e consolidare ulteriormente il dominio sul paese?

Le risposte a tali domande, per quanto possono essere soggette a cambiamenti repentini, si possono trovare solamente attraverso uno sguardo attento alla realtà sul territorio e considerando il quadro generale delle dinamiche esistenti fra i vari attori coinvolti. Ciò che al momento è una certezza, è che il movimento talebano si pone come principale provider di sicurezza ai cittadini afghani e che se vuole rafforzare la sua legittimità di governo deve, proprio come ogni altro stato, essere in grado di fornire quelle garanzie di sicurezza al proprio popolo ritenute indispensabili per essere l’attore che detiene il monopolio dell’uso della forza sul territorio.

In un teatro frammentato ed estremamente instabile come l’Afghanistan questo è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere per i talebani, in quanto nel paese esistono ancora diverse formazioni armate che cercano di minare la loro leadership. Al momento le principali minacce al governo  sono due, situate rispettivamente nella parte est e nord del paese; nella zona orientale dell’Afghanistan ha infatti la sua roccaforte l’Islamic State-Khorasan Province (IS-KP), spin off regionale dello Stato Islamico, mentre nella regione settentrionale l’avversario dei talebani è rappresentato da un insieme di attori associati con l’ormai ex Repubblica Islamica afghana, l’ordine politico esistente fino al 2021, tra cui il più attivo è il National Resistance Front of Afghanistan.

Se da una parte è vero che questi due gruppi armati pongono delle sfide in termini di sicurezza ai talebani, è importante segnalare come essi, al momento, non rappresentino delle minacce vitali all’esistenza stessa del nuovo governo afghano. La risposta talebana alle minacce armate è stata finora sempre abbastanza brutale, facendo continuamente ricorso alla repressione violenta di qualunque tipologia di avversario. In alcune regioni del paese tale approccio si è dimostrato adeguato, in quanto i livelli di opposizione armata si sono significativamente abbassati.

Ma il continuo uso indiscriminato della forza potrebbe avere effetti controproducenti rispetto al risultato sperato, come quello di fornire ai gruppi armati degli elementi che favoriscono il reclutamento di nuovi membri, anche a livello di narrativa; la violenza diffusa su larga scala potrebbe inoltre causare diverse vittime civili, rafforzando così le grievances già esistenti in un paese stremato da anni di conflittualità.

Un dato interessante collegato al discorso securitario nel paese e che dà una prima idea della capacità di tenuta della governance talebana riguarda i livelli di violenza nel paese all’indomani della ritirata americana e della presa del potere dei talebani. Il disastro economico e umanitario è stato sicuramente drammatico e lampante (basti pensare come il paese dipendeva per il 75% da aiuti provenienti dall’estero, tutti bloccati all’indomani della presa di Kabul), ma il nuovo stato afghano a guida talebana ha visto un fortissimo abbassamento degli episodi di violenza su tutto il territorio, come mostra il grafico sottostante.

Questo elemento potrebbe sembrare in controtendenza con la presa del potere da parte di un gruppo come i talebani, ma dopo anni di insicurezza e scontri sul territorio l’Afghanistan si è trovato per la prima volta di fronte a una relativa stabilità politica, senza contingenti stranieri sul proprio terreno e con un gruppo politico-sociale nettamente superiore agli altri. Un altro fattore che testimonia questo cambiamento nella realtà sul territorio riguarda i numeri degli sfollati nel paese che, dati ONU alla mano, all’inizio del 2022 registravano i livelli più bassi dei mesi precedenti.

Un altro indicatore delle capacità di governo talebane riguarda il processo di rimozione di tutti quei checkpoints presenti sul territorio, che sia gli studenti coranici che la coalizione internazionale avevano disseminato per il paese nel corso dei 20 anni di conflitto. L’eliminazione di tali strutture strategiche è stata percepita dalla popolazione generalmente come una mossa positiva, che ha reso sensibilmente più facile la circolazione di merci e persone e ha permesso l’accesso a zone del paese che erano rimaste isolate per moltissimo tempo. Tale interpretazione si sposa perfettamente con la giustificazione data dai membri del governo talebano per la rimozione dei checkpoints, ovvero che dopo la conquista del potere la sicurezza nel paese è aumentata e il ruolo dei punti di controllo era diventato ormai superfluo; se questo è in parte vero e confermato da alcune testimonianze dirette (anche se spostarsi sul territorio è diventato più facile solo per gli uomini), analizzando meglio le ragioni di questa scelta emerge fra tutti un altro fattore che è stato probabilmente decisivo. Dopo la presa di Kabul e dopo aver esteso il proprio controllo su tutto l’Afghanistan, infatti, i talebani hanno iniziato a soffrire di mancanza di uomini e di “personale” per gestire l’intera nazione: hanno dunque dovuto compiere delle scelte, indirizzando le risorse nelle key areas del paese (confini, nelle province con maggiore opposizione al regime) ed eliminando ciò che non era strettamente necessario, proprio come i checkpoints. Durante gli anni di guerriglia i talebani non hanno mai avuto a disposizione delle forze di sicurezza strutturate, né per numeri né per risorse, ma anche perché questo non era funzionale all’obiettivo da raggiungere; adesso che si trovano a gestire un territorio molto più vasto, come ogni governo, si trovano davanti alla necessità di scegliere le loro priorità.

Realizzare una previsione su quello che sarà il futuro del governo talebano in Afghanistan al momento è un’operazione analitica molto complessa, ma che si può tentare di svolgere in maniera cauta guardando attentamente a ciò che la realtà ci offre. Valutando unicamente la dimensione securitaria della governance talebana, dopo circa un anno è possibile affermare che la leadership di governo è decisamente stabile, che al momento non vi sono segnali di cedimento di nessun tipo e che attualmente non esistono, sul territorio afghano, minacce credibili e reali per la tenuta del governo stesso. Il sistema sociale e dei diritti rimane assolutamente deficitario e arretrato, con particolare riguardo al trattamento riservato alle donne nel paese, ma questo è un elemento che si pone in continuità con le politiche talebane da quando il movimento stesso è nato; per quanto riguarda il ruolo di fornitori di sicurezza, seppur con ampi margini di miglioramento, i talebani stanno riuscendo a svolgere tale compito in maniera soddisfacente.

La principale minaccia che potrebbe minare l’ordine neocostituito e l’attuale assetto governativo, allora, risiede proprio nel movimento talebano stesso e nelle possibili spaccature che si possono verificare al suo interno. Si tratta di uno scenario che attualmente non appare all’orizzonte, in quanto il movimento sembra essere solido, ma che se si verificasse causerebbe un significativo peggioramento della sicurezza in tutto il paese; anche se adesso il movimento si presenta coeso, è importante ricordare come l’opportunismo politico gioca sempre un ruolo decisivo, in particolar modo in formazioni violente ed estremamente variegate come quella talebana. I motivi di eventuali frazioni potrebbero essere molteplici: dai fattori religiosi (usati in maniera strumentale) a discorsi di natura etnica, senza dimenticare eventuali lotte intestine per raggiungere le posizioni apicali della struttura gerarchica talebana.

In conclusione, con la ritirata degli americani e il ritorno dei talebani al potere l’Afghanistan non è di certo diventato un paese migliore e moderno, anzi, violazioni dei diritti umani e trattamenti impari sono purtroppo ancora all’ordine del giorno. Allo stesso modo però i dati parlano chiaro: da un anno a questa parte il paese sembra essere diventato relativamente più sicuro e i livelli di violenza registrano i valori minimi da 20 anni a questa parte; una ripresa della violenza diffusa è comunque probabile e il peggioramento delle condizioni di vita sembra inevitabile, soprattutto se verranno mantenute le sanzioni internazionali che bloccano il flusso di aiuti alla popolazione. Per tutte queste ragioni, è fondamentale che l’attenzione sull’Afghanistan resti sempre molto elevata e che il paese rimanga una delle hot issues dell’agenda politica della comunità internazionale.

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